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CULTURA
29 marzo 2009
LE CATENE SPEZZATE DI LUCIANO LUTRING

Doveva finire la sua vita dietro le sbarre di una prigione, invece a quarant’anni Luciano Lutring è stato graziato in Francia e in Italia dai rispettivi presidenti della Repubblica, per meriti artistici oltre che per buona condotta.

Oggi, il bandito più ricercato d’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta (che comunque non ha mai ucciso nessuno) vive dipingendo e scrivendo a Massino Visconti, un paese con panorama sul Lago Maggiore.
Quasi duecento premi a livello nazionale e internazionale, otto riconoscimenti accademici e numerose benemerenze (molte per le sue opere di beneficenza) lo consacrano ormai nel mondo dell’arte.
Le sue rocambolesche rapine, i suoi anni in carcere e la storia del suo riscatto umano e sociale sono descritti nei suoi libri di memoria editi da Agar: “Una storia da dimenticare” e “Catene spezzate”, in cui narra i momenti felici, i drammi, le sofferenze del suo burrascoso passato. Un memoriale, uscito clandestino dal carcere, fu dato alle stampe da Longanesi, quando stava ancora scontando la pena. Il suo primo romanzo è intitolato “Come due gocce d’acqua”. Di recente ha pubblicato un racconto di fantasia “L’amore che uccide”, ispirato alla triste vicenda di un legionario, tradito nei sentimenti e non solo.
Se con la scrittura ha raccontato e prosegue a scavare nelle memorie del proprio passato, con la pittura (punto di partenza della sua seconda vita) ha, invece, trovato la luce della libertà e, dipingendo, cerca di continuare a riscattare quegli anni dalle tinte cupe. La sua è stata una vita avventurosa, ai margini della società, con grandi amori, rapine e fughe spericolate, ma fortunatamente con un lieto fine.

Luciano Lutring nasce a Milano nel 1937. I genitori, madre italiana e padre ungherese, volevano fare di lui un violinista, ma ben presto mostra la sua natura ribelle, la passione per le donne e per la bella vita. Attratto dalla delinquenza comune, a vent’anni compie la prima rapina e da quel momento inizia una carriera da fuorilegge, fatta di fruttuosi colpi in numerosi uffici postali, banche e negozi di lusso. Diviene leggendario per la sua latitanza, ma anche per lo stile di vita e di ladro gentiluomo. Dai giornali è soprannominato il “solista del mitra”, perchè nasconde il fucile mitragliatore nella custodia di un violino. Ricercato in Italia e oltralpe, come nemico pubblico numero uno, nel 1965 è gravemente ferito durante una sparatoria con la gendarmeria francese e viene rinchiuso alla Santé di Parigi, dove sconta alcuni anni di carcere. È lì che inizia a scrivere e dipingere.
Per meriti artistici e per buona condotta, viene graziato dal presidente della repubblica francese Georges Pompidou. Estradato in Italia (dove era stato condannato in contumacia), è internato nel carcere di Brescia, ma nel 1977 viene graziato anche dal presidente italiano Giovanni Leone. Sposato e divorziato due volte, è padre di due gemelle.
Oggi può fare un bilancio della propria vita da uomo libero.

Sono andato a trovarlo di recente, proprio per conoscere il suo mondo pittorico e su “Art & Wine” - rivista culturale ed enogastronomica, diretta a Vercelli da Fabio Carisio - ho tracciato un profilo artistico di Luciano Lutring, mettendone in luce lo stile. Egli possiede una buona mano, formatasi sulla perfetta falsificazione di documenti e poi, nel carcere francese, compilando mappe, carte geografiche, unitamente ad altri lavori panoramici di zone particolari, commissionatigli dalla direzione penitenziaria. Durante il tempo libero - nel chiuso della sua cella, trasformata in un piccolo atelier - ha in seguito affinato la pittura, con risorse tecniche della tradizione e l’anima sensibile dell’artigiano, impegnandosi a fondo e regalando i primi quadri ai dottori, alle assistenti sociali, al capo delle guardie e al direttore, che furono proprio i suoi primi estimatori.
Sostenevo su “Art & Wine” che erano i paesaggi, osservando i suoi quadri, in particolare quelli lacustri e marini, ad attirare la mia attenzione e proseguivo affermando che essi paiono avvolti nella luce del sole: possiedono - scrivevo - una carica di vitalità e l’incanto pulito del bello sprigionato dalla natura. Le sue vedute, arricchite da un palpito di poesia, sono rese con atmosfere serene, accoglienti, quasi idilliache, portando alla ribalta il silenzio magico di luoghi stupendi, dall’architettura ancora a misura d’uomo e dell’ambiente.
Ci sono pure angoli e scorci caratteristici di Parigi o della vecchia Milano con il duomo sotto una neve eterea, le case, i cortili, le ringhiere o i Navigli soffusi nella nebbia. Il tutto nel fascino della memoria: la sua città pare, infatti, recuperata dalla fantasia e dalla sensibilità di un pennello dimentico della civiltà dei computer.
Altre opere di Lutring offrono sollecitazioni emotive differenti: molte possiedono un tocco romantico, soprattutto quando rappresentano figure femminili, colte non solo nella loro bellezza esteriore, ma anche nella parte più intima e segreta, nei desideri languidi, sensuali. I colori di queste tele sono tenui, sfumati, distesi con delicatezza e arricchiti da uno spiccato senso scenografico. Altrove, in composizioni più articolate e complesse, luci e ombre scolpiscono con drammaticità forme e personaggi, dentro i quali spesso si ritrovano le quotidiane vicissitudini di un’umanità che faticosamente vive alla giornata.
Alcune raffigurazioni di un Cristo martoriato, infine, sono forse tra i lavori più personali e sentiti dell’autore, nati sicuramente in un momento di suo dramma esistenziale. Egli è riuscito qui a far trasferire sul volto del Nazareno, non una sofferenza espressionista, ma un pathos dolente nella speranza: lo stesso che lo accompagna da quando si è lasciato alle spalle il suo passato.

Su “La Scintilla” voglio, invece, aggiungere alcune interessanti considerazioni che Lutring mi ha fatto, durante quell’intervista, ma che non essendo pertinenti al mondo artistico non potevano trovare spazio su “Art & Wine”.
Lutring, innanzitutto, sostiene che è stata la fede a salvarlo e a farlo rimanere in vita, anche nei momenti più difficili, quando ha toccato con mano la morte, ma soprattutto quando la morte ha preso per mano alcuni dei suoi familiari più cari.
Ancora oggi sul comodino tiene la Bibbia.
Ascoltate cosa pensa del suo taglio netto al passato, dato con forza e coraggio, spezzando quelle catene che a lui lo vincolavano:
<<Sono diventato un cittadino che rispetta la legge, mi comporto onestamente come dovrebbero fare tutti. Non si deve rischiare la propria vita, come ho fatto io, perchè essa rimane il bene più prezioso che non si può prelevare da nessuna banca o gioielleria...>>.
Si sente onorato e fiero di dimostrare al prossimo, che se un uomo vuole, può cambiare:
<<Sia nel bene che nel male>>, dice <<sia nel dare come nel ricevere, sia nel concedere il perdono come nell’essere perdonato. E’ indispensabile ridare fiducia a tutti coloro che l’hanno persa... Quante volte ho pregato in silenzio nel buio della mia cella per non farmi udire dai muri insozzati che mi tenevano prigioniero... Non ho l’abitudine di confessare le mie colpe o i miei peccati... ma ricordarli a volte fa bene all’anima e dà al cuore un senso di liberazione e di serenità>>.
Poi proseguendo:
<<La solitudine spesso mi porta a ripensare e ricostruire la mia esistenza che mi piacerebbe rinnegare, ma che, inevitabilmente, torna sempre a galla. Una vita, la mia, che può essere di insegnamento ai giovani e far loro capire quanti errori si possono commettere, quante cose possono cambiare dentro di noi. A vent’anni hai milioni di idee che ritieni giuste, ma poi capisci quanto sono sbagliate e che possono portarti anche alla morte>>.
Parlandomi del figlio Mirko (nato da una relazione appena uscito di prigione) - morto a soli 12 anni mentre stava correndo in mountain-bike con gli amici, fulminato da un cavo dell’alta tensione, penzolante da un palo e nascosto nella neve - Lutring mi dice:
<<Ancora oggi, continuo a pensare che Dio con la morte di Mirko abbia voluto punire me, per le mie scelleratezze... Ma se così fosse, perchè non ha preso la mia vita e lasciato quella di mio figlio? Era troppo giovane, era innocente... Forse era proprio per questo: lui meritava il Paradiso, mentre io su questa terra dovevo soffrire ancora le pene dell’inferno per le colpe che ho commesso>>.
Quel terribile incidente lo ha segnato nel profondo e lo si comprende dall’emozione e dagli occhi lucidi.
Prima di congedarmi, mi aggiunge:
<<Per apprezzare la libertà, come nel mio caso, bisognerebbe... perderla. Ho buttato al vento tanti anni della mia esistenza... senza sapere realmente perchè. È anche per questo che ho scritto un’invocazione finale alla morte, pregandola di attendere e di lasciarmi ancora proseguire il mio cammino>>.
Me la fa leggere e mi soffermo sulla parte centrale: <<Morte... ora che sto attraversando qualche attimo di felicità, ti prego di non venirmi a cercare, non me la sento più di giocare con te... Lasciami gli occhi bagnati dalla gioia ancora per qualche tempo... Poi, quando sarà il momento propizio ed il treno della vita si fermerà, sarò io a venirti a cercare...>>.

G
iuseppe Possa


 

 

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