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CULTURA
7 aprile 2009
PERCHE' CI SI DEDICA ALL’ARTE?

Giorni fa con l’amico Giorgio Fabbri stavamo discorrendo sul perchè si scrivono poesie. Vorrei cogliere qui l’occasione per allargare il discorso all’arte in generale, poiché mi piacerebbe far capire ai giovani che devono guardare ad essa con uno spirito nuovo, che è poi quello di sempre: antico come l’uomo e ancora oggi valido.
I nostri giovani artisti paiono troppo protesi verso un successo effimero, come se il mondo fosse la casa del “grande fratello”, dentro cui esibire la propria cultura “virtuale”, sotto i riflettori delle telecamere. Non ha più importanza saper scrivere, dipingere o conoscere la musica, quindi sacrificarsi per imparare la “tecnica” che soddisfi pienamente la passione che brucia dentro, come una “febbre”; l’essenziale è esibirsi, apparire, sentirsi qualcuno, trarre solo profitto, senza pagare il prezzo al “mestiere”, all’esperienza e alla professionalità. Ebbene, a mio avviso, senza impegno, senza la conoscenza “artigianale” del pennello, della penna, di uno strumento musicale ecc., non è possibile dare “qualcosa” agli altri. Sì, perchè l’arte ha anche lo scopo di offrire un messaggio alla società in cui si vive.
Solo i giovani (è storia di tutti i tempi) possiedono l’energia e la fantasia per creare qualcosa di nuovo; tuttavia, nell’avere la consapevolezza del proprio valore, non devono lasciarsi annebbiare il cervello da un’autostima troppo fine a se stessa; ma devono cercare di dare un sentimento forte all’arte, assecondandone la funzione sociale, capace di dare un apporto ai processi di formazione degli uomini. A volte, anche i sogni, le utopie, sanno procurare l’opportunità di vivere creativamente la realtà (ai giovani di oggi sembra impossibile che persone come me e Giorgio Quaglia, compagno di tante avventure culturali, e numerose altre della nostra generazione, abbiano dedicato tutto il proprio tempo libero gratuitamente all’arte, scrivendo e proponendo eventi).
Allora riassumo qui, brevemente, alcuni dei motivi sul “perchè si scrivono poesie” (perchè ho scritto poesie) e, più in generale, “perchè si fa arte” (perchè mi dedico all'arte). Condenso brevemente quanto ho sostenuto nel passato, con articoli, saggi, o semplici considerazioni.
... Scrivere poesie, fare arte, significa soddisfare l’inesauribile ansia di creare che è dentro di noi...
non ci si dedica ad essa per passare alla storia, ma per scelta di vita, per vivere fino in fondo la condizione che ci è toccata, assieme a miliardi di uomini... perchè non sappiamo rassegnarci alla quotidiana sconfitta (vedi lavoro che non ci soddisfa, fatto solo perchè ci serve per vivere e accettato, quasi sempre, perchè non sappiamo fare altro)... per incitare l’uomo a liberarsi dai vecchi gioghi che l’opprimono, “per bruciare – come scrivevo in una poesia – un’altra pagina di diario/ scritta sulla propria pelle”...
Non si fa arte per conto dello Stato o stando solo seduti sopra una cattedra: si fa per amore, per angoscia, per interrogarsi, per arricchirsi intellettualmente... Si possono pure comporre opere per rispondere a domande antiche come l’uomo: per sapere chi siamo, cosa vogliamo, come e dove vogliamo andare... Per compilare il nostro diario, la nostra storia personale o perchè il nostro animo è sensibile ai problemi dei deboli e degli emarginati, ma senza lasciarsi condizionare dalla mentalità snobistica dei troppi che lo fanno più per inseguire una moda che per vera convinzione...
Sorvolo sulle motivazioni che negli anni delle contestazioni mi venivano spontanee e che erano un po’ di tutti e che oggi sarebbero utilissime, ma purtroppo in questo scendere la china della nostra civiltà, farebbero sorridere i giovani contemporanei, supersfruttati, ormai schiavizzati, malpagati ecc., i quali neppure se ne rendono conto. Beata cecità! (altro che ’68 ci vorrebbe oggi!).
.... Ancora, ci si impegna nell’arte perchè si soffre, si gioisce, per disperazione, per gridare la via della speranza... per andare contro tutto quello che non ci piace: contro la cultura ufficializzata, contro le multinazionali dell’informazione, contro l’asservimento del potere che ci sfrutta, contro i sottogoverni, il clientelismo, contro coloro che dicono che bisogna fare e non fanno mai niente... contro la repressione che non è certo solo quella delle dittature o del potere accentrato nelle mani di pochi, che aboliscono ogni voce di dissenso e di opposizione: repressione è anche il non trovare lavoro e vivere quindi da disoccupati, il non avere una casa o abitarne una fatiscente, l’essere abbandonati o dimenticati (soprattutto per i vecchi e i bambini).
Ci si dedica all’arte pure per cantare le bellezze rigogliose e fermentanti della natura; per puntare gli indici contro gli armamenti o le mostruosità ecologiche... perchè milioni di uomini muoiono ancora di fame o di cancro... per resistere alla violenza, all’ingiustizia, alla brutalità: la nostra resistenza deve essere libertà, pace, amore, lotta ai soprusi, lotta di ogni giorno...
Si compongono opere d’arte per una speranza (o sogno) di inviare qualche messaggio, lanciando la classica bottiglia nell’oceano, per quell’indomabile, come la chiamava Ungaretti, “allegria di naufraghi”... Infine, e concludo, io ho composto versi e poi mi sono dedicato alla critica, come ho scritto in una poesia giovanile: “Per affidare al segno della penna/ ossessioni speranze/ e vivere ancora su quest’isola-universo/ dove nel mezzo del crocicchio/ siamo la memoria e i posteri”.
Per restare libero nel pensiero, per non discostarmi dai miei ideali ho preferito guadagnarmi da vivere, occupandomi di amministrazione e bilanci (pur trovandomi alle dipendenze di un’ importante case editrice).
Ho ottenuto qualcosa? Non lo so. Ciò di cui sono certo è che non mi sono mai rassegnato, ho perseverato con “follia” nella mia passione, senza dover render conto ad alcuno, felice di qualche sia pur piccolo riconoscimento del mio lavoro, sempre aperto alla speranza, pure dopo innumerevoli difficoltà e delusioni.
Anche se non lascerò un segno, mi sono tuttavia nutrito del grande bisogno del mio spirito e, contro l’insipienza culturale del nostro tempo, ho sempre creduto nell’importanza della creatività: ho avuto il coraggio di fare, nel tempo libero, quel salto nel buio, che mi ha permesso di rinascere nella luce di ogni mattino.
“... L’artista – sostenevo a un corso del Comune di Milano nel 1978, in cui fui invitato a parlare a un gruppo di giovani studenti sul tema “Poesia come esperienza” – è un uomo che soffre, poiché vive con intensità la vita, vive la realtà. E’ difficile da capire, da sopportare, perchè è originale, improvviso, alterno: infatti, incide, graffia, accarezza, seduce... La sua grandezza va ricercata nella sua piccola voce personale, capace di infondere umanità, amore per gli altri. Questo non significa che egli debba abbracciare una fede o una causa politica, significa piuttosto che l’artista debba sentirsi una specie di architetto della ragione, il quale sappia offrirci con la sua opera un aiuto morale e umano, anche nei momenti in cui sarebbe facile lasciarsi sopraffare dall’assenza di valori e di impegni sociali o da violenze ideologiche... – e concludevo – che comunque, per quel bisogno che è dentro di noi, l’arte si fa oggi e domani, come sempre, più di sempre, al di là dei discorsi e delle recensioni, dei gruppi e a volte persino degli stessi autori...”.
Non so se sono riuscito a far comprendere il perchè del mio impegno nell’arte. In ogni caso, voglio cogliere l’occasione per spronare i giovani a dedicarsi ad essa con questo spirito e per ringraziare tutti gli artisti su cui ho scritto, perchè mi hanno stimolato alla riflessione e all’elevazione culturale, che è fermento di vita e piacere dello stesso esistere. Grazie a loro, posso continuare a proclamare ancora i miei ideali, con la stessa forza dell’utopia e della speranza.

Giuseppe Possa





permalink | inviato da pqlascintilla il 7/4/2009 alle 8:54 | Versione per la stampa
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