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POLITICA
18 aprile 2009
La riunione del G8

Sarà davvero un cambiamento mondiale dell’economia?

People First. Affrontare assieme la dimensione umana della crisi”.

Con questo pomposo slogan, di recente a Roma si sono riuniti i ministri del lavoro del G8, insieme a quelli di Brasile, Cina, India, Messico, Sud Africa ed Egitto, nonché ai rappresentanti dell’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro), dell’FMI (Fondo mondiale internazionale) e dell’OCSE (Organiz. per la cooperazione e lo sviluppo economico). Lo scopo era quello di fronteggiare ciò che è stato definito un “disastro economico mondiale”, così descritto dalle Global Unions sindacali: “La disoccupazione non ha cessato di crescere nei primi mesi del 2009. Appare ormai probabile che il peggiore scenario ipotizzato dall’OIL, ossia 50 milioni di disoccupati in più nel mondo, si rivelerà addirittura ottimistico. Oltre 200 milioni di lavoratori potrebbero essere spinti in condizione di povertà estrema, in particolare nei Paesi in via di sviluppo ed emergenti in cui non esistono ammortizzatori sociali, il che significa che il numero dei lavoratori poveri (ossia coloro che guadagnano meno di due dollari al giorno per componente famigliare) potrebbero raggiungere la cifra di 1,4 miliardi. Questa situazione colpirà in modo particolare le donne, che costituiscono il 60% dei poveri del mondo”. Inoltre, per allargare l’analisi, sono stati annullati in pochi mesi molti anni di progressi ottenuti nella riduzione della povertà in ben ventisei paesi a basso reddito dell’Africa, America ed Europa orientale (giudicati dall’FMI come “altamente vulnerabili”). Sempre per i sindacati, sarebbe necessario un “patto globale per le persone” per fare in modo che la “coesione sociale sia il motore della ripresa economica”, attraverso le seguenti azioni: 1) salvaguardia dell’occupazione e creazione di nuovi posti nel quadro di un piano internazionale coordinato per la ripresa e la crescita sostenibile; 2) tutela delle pensioni dei lavoratori; 3) arresto della deflazione salariale e riaffermazione ed estensione della giustizia distributiva; 4) determinazione di un accordo globale per mitigare i cambiamenti climatici; 5) definizione di una governance economica globale efficace e responsabile. L’invito generale è stato quindi quello che ognuno chiedesse ai propri governi di adottare azioni su vasta scala, efficaci e tempestive, sulla base delle indicazioni sopra descritte. A parte la misura e la tempestività delle azioni in concreto messe in atto dai singoli Stati, fra cui l’Italia - che comunque non ha certo brillato per adeguatezza e consistenza dell’insieme dei provvedimenti - c’è da chiedersi se davvero ciò che è stato prospettato e messo in atto risolverà una crisi dalle dimensioni spaventose. O meglio, chiediamoci: tutto ciò eviterà che, dopo il passaggio di questo “uragano finanziario” (che prima o poi dovrà appunto “passare”) tale situazione si riproponga magari fra qualche anno? Molti sono dubbiosi su una prospettiva ottimistica, poiché nessun cambiamento reale dei meccanismi economici che hanno dominato lo “sviluppo” caotico del neocapitalismo di questi decenni (guidato dagli USA) è stato studiato e proposto e nessuna seria e sincera presa di coscienza sul fallimento di una certa “globalizzazione” ha pervaso le menti eccelse che si sono riunite a Roma. Del resto, oltre a non prendere in considerazione ad esempio la prospettiva di una diversa gestione dei mezzi produttivi, il voler invece riportare al centro dell’economia il ruolo del tanto vituperato Stato (entrambi capisaldi delle ideologie socialista e comunista, considerate morte o disperse), cercando di ridimensionare spazi alla filosofia e alla pratica del liberalismo sfrenato, può risultare utile ma non sufficiente se la democrazia reale e l’equità non staranno alla base delle Istituzioni e dei rapporti economici e sociali. Per il nostro Paese inoltre, ad aggravare e complicare le cose permangono due fattori emblematici: da una parte un sistema scolastico, formativo, della ricerca e dell’innovazione arretrato e inadeguato; dall’altro una burocrazia estesa e profonda in tutte le ramificazioni statali, dal centro alla periferia (senza contare poi l’enormità del lavoro irregolare e nero e dell’evasione fiscale, nonché il dominio criminale e mafioso su buona parte dell’economia, della finanza e della politica). In generale, infine, se il profitto - insieme alla pura azione del consumo - rimarrà in cima alla scala dei “valori” e se l’etica della finanza (col relativo sistema bancario e borsistico) continuerà a rappresentare il suo massimo e cinico strumento di esaltazione e pratica, allora nessuna vera riforma riporterà l’attenzione e l’azione sull’uomo e sui suoi reali bisogni materiali ed intellettuali , per sconfiggere fra l’altro miseria, fame e malattie, condizione desolante ancora per milioni di individui.

Giorgio Quaglia




permalink | inviato da pqlascintilla il 18/4/2009 alle 17:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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