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diritti
23 aprile 2009
Dibattiti sindacali

Il giusto ruolo di un sindacato moderno


E così, nonostante il rifiuto e l’opposizione della CGIL (che ci ha fatto pure sopra uno sciopero generale), anche l’accordo per l’attuazione della riforma del modello contrattuale definita il 22 Gennaio scorso è stato firmato da UIL, CISL e Confindustria. Ho già sottolineato in un altro articolo del dicembre scorso l’importanza del risultato che si stava delineando e che ora chiude anni e anni di discussioni e anche aspri confronti (il vecchio modello risale infatti al 1993), delineando forme rinnovate e moderne (magari poi ancora migliorabili) nelle relazioni sindacali ed economiche. Non è il caso ora di ribadire tutti i punti positivi che hanno spinto UIL e CISL a tenere ferma la loro posizione e a giungere così alla definizione dell’accordo-quadro e del relativo regolamento. Però un aspetto generale qualificante della riforma è doveroso ricordarlo bene, per le sue implicazioni strategiche rispetto alla storia del movimento sindacale e appunto alla sua genesi. Voglio alludere alla posizione di Confindustria e di componenti politiche della stessa compagine governativa ferme – fino a poco più di un anno fa – alla convinzione/volontà di istituire i “contratti individuali” di lavoro, con l’evidente duplice obiettivo da una parte di snaturare i contratti nazionali, dall’altra di svilire e neutralizzare il ruolo dei sindacati. Ebbene, l’essere riusciti a passare da tali propositi deleteri ad un accordo che li esclude e che prevede invece sia il rafforzamento degli accordi nazionali di categoria, sia l’ampliamento della contrattazione (di secondo livello) nelle aziende e nel territorio, è una inversione di tendenza straordinaria. Come non considerare esaltante ed impegnativo, al tempo stesso e a conferma di ciò, il fatto che la riforma preveda fra le parti “il raggiungimento di specifiche intese per governare, direttamente sul territorio, situazioni di crisi aziendale o per favorire lo sviluppo economico e occupazionale dell’area”? Non sarebbe (e in parte lo è già nella sostanza e nella pratica in molte Province) uno strumento importante di fronte a ciò che è accaduto in questi mesi e accadrà ancora nei prossimi? Allora, per venire ai precedenti richiami storici, due sono i riferimenti conseguenti. Il primo attiene al ruolo del sindacato confederale che - a parere nostro – non può continuare a proporsi (al pari di ampi settori della CGIL) come forza di esclusivo, spesso esasperato e reiterato antagonismo; trattare, confrontarsi, mediare e ottenere alla fine le soluzioni migliori possibili dei problemi generali, deve essere proprio il suo compito precipuo (certo senza escludere, nel caso, iniziative e momenti di lotta anche dura, comunque da decidere in modo unitario e anche insieme a lavoratori e cittadini nel complesso). Il secondo, molto correlato al precedente, si riferisce invece alla sua “autonomia” e al rapporto con quelle che un tempo venivano definite le “classi dominanti”. Trattare temi “politici” (cioè di interesse collettivo), non deve significare infatti rapportarsi alla politica, ai partiti in base alle loro “colorazioni” e collocazioni di potere o meno, ma solo in rapporto al modo in cui affrontano i temi stessi e alle scelte compiute. Se poi alcune alleanze hanno a livello governativo-parlamentare o ad altri gradi amministrativi una maggioranza schiacciante e quindi stabile, un sindacato intelligente e prudente ha il dovere sociale di non “sprecare” le sue battaglie e le sue iniziative, portando allo sbaraglio o all’inconcludenza la propria base e una moltitudine di lavoratori (che in tal modo, oltre a pagare i prezzi di una crisi già pesante, subiscono anche gli effetti negativi di iniziative alla fine nel concreto di scarsa utilità). Se la storia della CGIL è costellata di “grandi rifiuti”, anche rispetto a innovazioni che hanno distinto in Europa il movimento sindacale italiano (lo statuto dei lavoratori, la scala mobile e lo stesso accordo del ’93 sulla contrattazione, per citarne alcuni), la drammaticità della situazione odierna e di contro il rafforzamento dei partiti di centro-destra (per stare al criticabile punto di vista “sindacale” prima ricordato), dovrebbe spingere questa grande organizzazione a non isolarsi più in posizioni settarie e di contrapposizione, ma dispiegare la sua riconosciuta capacità e forza in azioni davvero autonome ed unitarie a tutela effettiva (la sola possibile in questa fase critica) dei diritti e dei bisogni di tutti i cittadini ed in particolare di quelli più deboli ed indifesi. Se così non fosse, anche sulla riforma del modello contrattuale (in cui la CGIL volendo potrebbe ancora rientrare in gioco), oltre a determinarsi un probabile danno diretto ai lavoratori, alcune velleità sopite ma non sconfitte in svariati settori di mettere “fuori gioco” tutto il sindacato, potrebbero riemergere e prendere di nuovo piede con forza.

Giorgio Quaglia




permalink | inviato da pqlascintilla il 23/4/2009 alle 18:26 | Versione per la stampa
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