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arte
17 febbraio 2010
LETTURA DI ALCUNI QUADRI DI GIORGIO DA VALEGGIA

 

 

Giorgio da Valeggia  è nato a Caddo di Crevoladossola nel 1945. In gioventù ha lavorato come pittore-decoratore. Negli anni Settanta ha frequentato i corsi di disegno e pittura del maestro Carlo Bossone; in seguito è stato allievo del maestro Rino Stringara. E’ stato uno dei fondatori e segretario del G.A.O. (Gruppo Artisti Ossolano). E’ iscritto all’Associazione “Quantarte” di Domodossola. Hanno parlato di lui noti critici e giornalisti su riviste specializzate e su periodici nazionali ed esteri; ha conseguito importanti premi e riconoscimenti. Sue esposizioni sono state allestite in varie località del VCO e in diverse città italiane, tra cui Novara, Como, Milano, Torino, Roma. Nel 2008 la sua mostra itinerante “L’estate di S. Martino in Val Bognanco”, nelle frazioni dell’importante centro termale, ha ottenuto grande successo di pubblico e di critica. Ha dato alle stampe due libri: “La mia ombra ed io sul cammino di Santiago” e “La barca della Provvidenza”.

Per contattare l’autore con e-mail scrivere a: giorgiodavaleggia@libero.it

 

Giorgio da Valeggia è partito dalla pittura impressionista, mediando dai suoi maestri lo stile tradizionale ossolano, con soggetti che emergono dal profondo attaccamento alla propria terra, per un'esigenza, quasi precisa testimonianza storica di ciò che ormai è in via d'estinzione. Egli, però, subito all'inizio, agli elementi della natura ha saputo dare un'impronta diversa, come in questo quadro “Sinfonia di campagna”, sul cui sfondo appare una luce improvvisa, che non pare generata dai raggi solari, ma da un misterioso fluido: una luce come quella dell'alba della vita. Così il paesaggio raffigurato - qualche albero, un sentiero che divide il pascolo, le montagne sullo sfondo - ci fa desiderosi di una quiete bucolica, lontani dagli inquinamenti della civiltà contemporanea, e rivolti a quel bagliore all'orizzonte, come ad un'ancora di salvezza.

 

Questo “Cristo” - che non ha nulla dell'immagine devozionale, ma si presenta col carattere di un volto impostato con impeto e determinazione - più che l'aspetto divino del Gesù storico c’ispira la forza rivoluzionaria di un Guevara. Come se l'artista (ispirandosi a certe teorie di Samuel George Frederick Brandon, che vede Cristo a capo di una rivolta armata contro i Romani, mentre il Gesù pacifico del Nuovo Testamento non è che un personaggio ingigantito dal Vangelo di S. Marco e arricchito via via dagli scritti successivi degli altri evangelisti) apparentasse il Nazareno, nel momento più passionale della sua predicazione, allo sguardo intenso, animato e guerrigliero del Che, il quale incita i suoi compagni alla lotta. Dipinto con vigore pittorico, tuttavia, il Cristo di Giorgio da Valeggia pare solo ripreso (lo dimostrano le figure geometriche di luci e colori che spalancano il cielo) nel momento in cui dall'alto giunge la voce che lo annuncia quale Messia ed egli si appresta a diffondere tra gli uomini la "rivoluzionaria" forza spirituale, morale e sociale della sua dottrina.

 

“I pensieri di Pierpaolo”, un ritratto di Giorgio da Valeggia dedicato a Pasolini, fu esposto a Milano da Attilio Zanchi, nella sua galleria, durante una mostra a tema, con dibattito, sulla figura del grande intellettuale di Casarsa. L'autore, qui, ha saputo dare un'interpretazione personale e ricca di Pasolini, lasciando anche alla perentorietà del titolo il potere dell'immaginazione. Nel dipinto, inserito in linee sinuose, guizzanti di natura misteriosa e attraversato da onde "del sentire universale", - è raffigurato il volto travagliato, lo sguardo tormentato, da uomo pensoso, del regista, da cui traspaiono i suoi tormenti (fu conteso e insultato da destra e da sinistra) e l'impegno di osservatore attento dei fenomeni sociali del suo tempo (il quale non esitò mai a dare giudizi anticonformisti, ancora oggi attuali, capaci di insinuare dubbi irritanti nei riguardi delle certezze allora dominanti). Ripreso di tre quarti, con gli occhi socchiusi, la testa appoggiata alla mano, nella classica posizione di concentrazione, Pasolini pare perduto nella contemplazione della propria interiorità sentimentale ed emotiva. Si può leggere sul viso anche una sofferenza tutta propria, forse, presaga della morte che l'attende.

 

Questo quadro “La collina dei falò” è stato esposto nella galleria dell'Associazione Sassetti Cultura di Milano, alla mostra "Omaggio a Cesare Pavese: tra mito e realtà", in occasione del cinquantesimo anno della morte del grande poeta e scrittore, sulla cui profondità letteraria e contenutistica delle proprie opere, penetranti e attuali, c'è ancora molto da approfondire. Dalle colline di S. Stefano Belbo è sempre stato affascinato Giorgio da Valeggia, soprattutto da quella "enorme e ubertosa come una mammella". Egli ha posto un grande albero spoglio a rappresentare il poeta, oscillante tra la coscienza dell'impegno e il "vizio assurdo" della sua cruda solitudine. Quei rami contorti verso il cielo si ergono da radici ancora troppo sprofondate nel dramma dell'incomunicabilità, che continua a persistere, anzi dilaga, nonostante siano caduti muri e barriere (purtroppo solo materiali). Il tormento interiore di Pavese è reso molto bene da quei colori cinerei in contorsioni filamentose, che ne rievocano la sua incapacità di agire e di essere pratico nella vita, o la sua meditazione sulla morte.

 

“Autoritratto combusto” è l'opera prima (il titolo quindi suggerisce un'autoanalisi) con la quale Giorgio da Valeggia ha iniziato la serie degli Hometti, una trascrizione allucinata proveniente da "sogni deragliati". Il quadro rappresenta una misteriosa e insolita galleria di luce, dentro la quale spicca il nero di una figura antropomorfa: un silenzio attonito incombe sulla scena, dove tutto sembra apparentemente immobile. Nell'introdurci in questo spazio-labirinto, l'autore pare invitarci a indagare nel profondo del nostro io. La figura (se a prim'acchito la si considera di spalle) non ha nulla d’accattivante: il corpo appare dinoccolato, le braccia penzoloni, e sembra avanzare "senza moto nè spinta" in una fatica improba e vana. Se però, guardiamo l'immagine con più attenzione, tutta la parte superiore raffigura un volto emaciato, quasi una "veronica", su due gambe esili e lunghe. Quelle che sembravano braccia sconsolate, sono capelli folti e scarmigliati. Forse l'opera, nella sua strampalata, ma straordinaria efficacia comunicativa e formale, finisce per suggerirci di ritrovare il nostro cammino di luce, con una vita più semplice e meno frenetica. Questo autoritratto asciutto e irriconoscibile diventa, quindi, immagine emblematica dell'autore, che stanco della vita moderna si ritira lassù, tra le montagne, in una località sperduta (da cui poi ha mediato il nome d'arte), per poter meditare e operare artisticamente in tranquillità.

 

Giorgio da Valeggia, ispirandosi a un'opera di Géricault costruisce questa “Zattera 2000” con forti contrasti di colore chiaroscurale, tipico della tragedia, e sostituisce i superstiti con i suoi hometti, ormai arresi al naufragio. Nessuno di essi, neppure la vedetta in alto (che costituisce la conclusione di un gruppo piramidale in movimento ascendente di straordinaria drammaticità) riesce ad avvistare una nave salvatrice, infatti, non gesticola in cerca di aiuto. Inoltre, tutti sembrano rassegnati all'imminente scomparsa e il mare in tempesta, intorno a loro, con il suo "urlo", finisce per diventare il vero protagonista della sofferenza umana. Su quel relitto, dove è rimasto solo l'albero senza vela, ridotto ad una semplice croce, quasi funebre a quell'onda umana che sta per essere inghiottita, il pittore ha imbarcato metaforicamente tutti noi: un groviglio d’anime indifferenti, alla deriva civile e morale, senza più speranze e neppure illusioni, in balia delle furie "neocapitaliste" e "neoimperialiste", senza alcuna pietà neppure per i nostri "compagni" naufraghi del terzo mondo. Eppure l'autore, rappresentando tanto orrore di terribile attualità, vuole proprio invitarci ad una catarsi, ad aggrapparci a quel bagliore di luce in alto, come a un'ancora di salvezza e di speranza in un domani più a misura d'uomo.

 

“Domani si vedrà”. In quest'opera lancinante, l'autore non cerca un'unità prospettica, ma costruisce un arco obliquo di luce e con le figure, unitamente ad alcune membrature laterali, stabilisce diversi livelli di profondità. Si ha così, anche per la separazione tra luce e tenebre, un senso di stimolo verso l'alto, oltre l'orizzonte terreno, in uno spazio infinito, dove potrebbe sussistere - secondo le intenzioni di Giorgio - la genesi della vita e delle idee. Nella parte oscura, gli hometti, seduti e abbozzati nella forma imperfetta dell'essere primigenio, appaiono inetti, senza movimento, perchè incapaci di spinta (l'azione esige sforzo), in quanto non hanno più uno scopo: il loro peso fisico è generato dall'inerzia. Ognuna delle due figure ha un proprio scorcio, non sono inseriti in una zona comune, ma racchiusi in un bozzolo personale e pare vogliano evitare persino la fatica di pensare. Non rappresentano più un'umanità "eroica", ma di "pastafrolla", poichè venendo meno il desiderio di lottare per migliorare sè e il mondo, si sono ridotti a esseri infelici, tristi e perciò tragici, caduti non in una suprema disperazione (che, al contrario, sprigionerebbe in loro la voglia di risollevarsi), bensì nella più completa apatia, in un mortifero letargo. Neppure il fascio di luce che giunge dall'alto pare scatenare dentro di essi un minimo di orgoglio per riscattarsi, anche se l'hometto di sinistra ha, forse, percepito qualcosa e si è leggermente raddrizzato. Noi, comunque, sentiamo un moto di ribellione alla nostra indifferenza. Ed è pure per questo che Giorgio da Valeggia diventa stimolo per noi fruitori, perchè, a mio modo di vedere, questo quadro appare come un "flash" delle nostre preoccupazioni, dissoluzioni e tensioni, nonchè come immagine speculare della "realtà" psico-esistenziale di oggi.

 

È vero che la società contemporanea ha visto il tramonto dell'eroe, così com'era stato concepito in epoche lontane e come poi era stato cantato dai poeti, ma tutti abbiamo negli occhi, per esempio, il ritorno trionfante degli astronauti dalle prime imprese spaziali. Pure se ci rivolgiamo a un'epica più popolare che investa la gente comune, i lavoratori, i popoli del terzo mondo, vediamo tutti questi protagonisti moderni avanzare quali vincitori di nuove battaglie. In questo "Il ritorno degli eroi", però, non c'è nulla della forza, del coraggio, dell'orgoglio, della spavalderia anche, di chi ritorna da qualche impresa importante. Queste figure a testa bassa, senza vitalità, che quasi non hanno neppure la reazione per mostrare il proprio volto, possono essere operai, impiegati che rincasano dal lavoro o semplicemente persone che rientrano da una qualche attività quotidiana, e ci fanno prendere coscienza della nostra torturata e contraddittoria dimensione, perchè acquistano la veridicità delle immagini di uno specchio, in cui vediamo riflessi i nostri fallimenti o le nostre delusioni. Sta di fatto, sembra suggerirci Giorgio da Valeggia, che gli uomini del nostro tempo, nell'affrontare la vita nelle condizioni stressanti e precarie di oggi, sono davvero degli eroi, ma di quest'ultimi non hanno l'energia e la potenza, anzi assomigliano a "zombi videocomandati /da oscure larve di potere" e si sa: "solo la carne che grida / ha sangue di fuoco nelle vene".

 

“Attesa” è un quadro forte e inquietante di Giorgio da Valeggia. Raffigura una donna, immobile nella propria verticalità, che prende alla luce della lampadina un rilievo dolente. Bloccata nella sua muta aspettazione, carica di sacrale ed epica quotidianità, assomiglia a un'aliena inchiodata, da una culla d'altri tempi, a una (in)desiderata maternità. Si prova un senso di disagio di fronte alla sua figura misteriosa, assorta nei sogni o nei timori del futuro che l'attende. L'angoscioso silenzio che trapela da quest'interno desolato, metafisico, è da horror vacui: oltre che per vestiti e suppellettili, pare non esserci posto neppure per sentimenti ed emozioni poetiche. La prospettiva della finestra, però, volutamente distorta, con quell'angolo rivolto in alto, attira l'attenzione fuori dall'atmosfera asfittica della stanza: così l'azzurro del cielo, illuminato da un improvviso bagliore, sembra irradiare un brandello di lieta speranza, nell'attesa. 

Giuseppe Possa


 


 

 


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