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CULTURA
19 marzo 2010
LA “VIA LUCIS” DI SERGIO BERTINOTTI

 

Il pittore Sergio Bertinotti ha dato alle stampe un volume con la riproduzione delle opere della sua “Via Lucis" (Edizioni Áncora - Milano). L'originale pubblicazione contiene anche le meditazioni di Mons. Giovanni Battista Gandolfo, i commenti di Luisa Vassallo, i testi critici di Luigi Codemo e Giuseppe Possa.

Dopo l’esperienza proficua della Via Crucis, che ha ottenuto consenso di pubblico e di critica, sia per il volume pubblicato, sia per l’esposizione dei dipinti nella Basilica S. Croce in Gerusalemme di Roma, Sergio Bertinotti si è soffermato su un altro tema dell’arte sacra, realizzando una coinvolgente Via Lucis.

I suoi lavori, includendo anche le Storie di S. Francesco, hanno in comune stile e tecnica che scandiscono un percorso simile, sebbene in parte diverso nell’impaginazione e nella stesura delle immagini. Siamo, infatti, di fronte a fasi compositive preordinate, legate a un progetto formulato fin dall’inizio di ogni singolo ciclo. Se diversi, naturalmente, sono i soggetti narrati, somiglianti appaiono alcuni elementi visivi: il cielo scuro, le figure totemiche senza fattezze dei volti, il sole-luna sempre presente. Identici, poi, sono i supporti, i formati utilizzati, i colori, così come l’impiego di bozzetti preparatori. Questi ultimi sono stati predisposti per le realizzazioni definitive e, tuttavia, essi risultano nel loro piccolo formato opere complete, sia dal punto di vista formale che esecutivo.

Bertinotti, tempo addietro, ha spiegato il suo modo di procedere nella costruzione dei dipinti: parte solitamente da semplici schizzi, che confluiscono poi in uno schema preliminare, per l’esecuzione dell’intero ciclo. Infatti, sono troppo equilibrate le partiture delle sue composizioni, per poterle attribuire a una creatività istintiva: in esse, vi si respira sentimento governato dalla ragione o, comunque, l’intenzione di offrire, proprio attraverso l’esattezza e la qualità formale, una lettura univoca della sua narrazione. Le prospettive precise, poi, e la perfezione del disegno gli provengono dalla sua lunga professione di progettista degli spazi, anche se da tempo lasciata per l’arte.

Ritornando alla Via Lucis - che nell’intendimento religioso, rappresenta il messaggio della luce soprannaturale che sconfigge le tenebre terrene, superando la notte del peccato originale - Bertinotti si attiene alle quattordici stazioni tradizionali che la celebrano e narrano della presenza di Cristo tra i suoi discepoli, dalla Resurrezione, sino all’Ascensione in cielo, passando attraverso la discesa sulla terra dello Spirito Santo che infonde la grazia e dona la salvezza eterna e la purificazione delle anime cristiane. Come, però, aveva già fatto per la Via Crucis, alle rappresentazioni consuete, l’autore ne aggiunge una di apertura, raffigurante “La dichiarazione del falso” dei soldati a presidio del sepolcro e una a chiusura dell’intero ciclo che prelude alla missione dei discepoli di Cristo nei secoli.

Questo percorso proposto dalla Chiesa in tempi recenti, pur essendo meno usuale nella pratica devozionale, è già stato affrontato da alcuni artisti, ma in una configurazione di tipo classico, mentre Bertinotti ne modernizza la struttura, con impostazioni grafiche e cromatiche, che meglio aderiscono a una cultura contemporanea, nella doppia valenza religiosa e laica, di cammino nella luce su questa terra e di speranza nella vita eterna.

Alla società di oggi, decadente a livello morale e civile - i cui uomini paiono sovrastati dal consumismo e intellettualmente svuotati - si è spento dentro il senso critico. I suoi componenti vivono d’illusioni preconfezionate, guardano il prossimo, le cose, i fatti, con l’occhio del video, sia esso proiezione della telecamera o del computer, cessando gradualmente di esistere come individui, per formalizzarsi in una collettività “virtuale”. In questa confusione totale, dove ognuno si trincera nei propri egoismi, appare ormai perdurante il dilagare della violenza e del terrorismo: tutti sembrano impauriti e più che mai sentono il bisogno di una rinnovata speranza, di una luce nuova che li illumini, per trovare una via più a misura d’uomo.

Sicuramente, queste considerazioni e altre ancora hanno ispirato e stimolato Bertinotti a dipingere la sua Via Lucis, la quale comunica all’osservatore un’intima serenità contemplativa ed emozionale che pervade lo spirito e la mente.

La Via Lucis, che è appunto il seguito della Via Crucis, appare qui come un percorso rievocativo che accompagna la preghiera del fedele, dallo sconforto per la morte di Cristo allo stupore della resurrezione. I temi trattati sono, pertanto, carichi di luminosità suggestiva che ha acceso l’ispirazione del pittore, il quale, evitando di interpretare richiami iconografici di maniera e spogliandosi di certi dettagli, ha descritto tutti gli avvenimenti, rendendoli pittoricamente realistici, come appunto si riscontra nelle sue ispirate composizioni. Bertinotti, naturalmente da buon artista, nelle proprie opere, pur dando un’anima mistica agli episodi, anche nel divino sembra privilegiare l’aspetto umano.

Infatti, dal sepolcro aperto - con il masso che lo occludeva scaraventato in disparte e col lenzuolo sudario, che avvolgeva il corpo del crocefisso deposto dal suo patibolo, trovato afflosciato dentro quella tomba oscura - il pittore, col suo disegno e le sue cromie sfolgoranti, rischiarate da uno splendore in parte rinnovato nelle sfumature delle singole tele, infonde sì spiritualità all’intera opera, ma prima di tutto le dà valenza artistica.

Bertinotti, come aveva già fatto con la Via Crucis, ritiene che sia impossibile umanamente assegnare un volto al Dio incarnato, così anche in questo ciclo lo ha definito soltanto con la “sinopia” della corona di spine e con una leggera marcatura delle stimmate.

Anche queste stazioni sono composte in modo scenografico che coinvolgono a volte più azioni narrative e in strutture che ne mettono in risalto il segno stilistico deciso, il ritmo compositivo geometrico, quasi teatrale, dentro cui i colori si scompongono nelle tinte chiare, gioiose e ricche d’emozioni. Così - dalle pie donne all’accorrere ansioso di Pietro e Giovanni che trovano il sepolcro vuoto, all’Ascensione e alla Pentecoste, attraverso le diverse apparizioni del Risorto ai due discepoli di Emmaus, nel cenacolo, sulla spiaggia di Tiberiade - appaiono scenari illuminati, abbracciati con sguardo ampio, ma come scrutati fin nei particolari minimi, in una sorta di zoomata o sequenza di fotogrammi. Il tutto, però, non appare quale semplice evento illustrativo: c’è pure un’adesione etica, con immagini personali (sia di luoghi che di oggetti o scene di vita) e con interpretazioni pittoriche aderenti alla tradizione.

Se poi sostiamo a guardare queste tele, si osserva che a differenza dei cicli antecedenti, dove il cielo appariva completamente nero (a significare il mistero in cui si svolgono gli avvenimenti), qui il buio del cielo si presenta come intarsiato da un’aureola di bagliori, a rappresentare la speranza salvifica di Cristo e, nel contempo, a dare maggior risalto al sole o alla luna, che appaiono sempre in ogni composizione, quali simboli di fede nella luce divina.

Nella scena della Pentecoste (esaltata dall'eleganza della composizione iconologica e simbolica) gli apostoli sembrano vivere in un clima d’attesa e quando pare che nessuna luce, ormai, possa arrivare - né dalla fede né dalla ragione - un improvviso lampo rosso attraversa tutto il cenacolo: è il “fuoco” dello Spirito Santo che scende sui discepoli, con riverberi intimi dalla semplificata realtà visiva. Dove pareva esserci titubanza, dubbio, improvvisamente c’è stupore, meraviglia, speranza, entusiasmo e gioia, nelle loro varie declinazioni e sfumature. Oltretutto, la disposizione avvolgente delle figure - dipinte con pochi gesti ma espressivi, in un gioco d’intersezioni di linee e segni, in un interno dove esplodono cromie dai violenti rosati - imprime dinamismo al racconto che così non si riduce a una memoria del passato, ma garantisce una “presenza” che di nuovo pulsa qui ed ora.

Comunque, tutti i lavori (ognuno già nei bozzetti preparatori, a cui sono state portate poche varianti) hanno come sfondo paesaggi a campo lungo o interni architettonici senza tempo, simili a scrigni che ospitano avvenimenti raccontati in un fotogramma, dentro cui l’artista blocca, in atmosfere e tagli quasi cinematografici, i personaggi, dei quali sembra persino di percepire i dialoghi.

Raffigurata nelle sue varie scene dal ritmo avvolgente, questa Via Lucis risulta interessante, fatta com’è di grappoli di figure umane che invitano a partecipare agli eventi, di raggi luminosi da cui si vuol essere colpiti. C’è, inoltre, un’aura spirituale in essa, un afflato che riempie il cuore di speranza, perché gli apostoli non si sentono più soli. Infine, nel quadro conclusivo, l’autore lascia spazio alla storia: Cristo invita i suoi discepoli a uscire dal loro chiuso, a fidarsi della sua promessa e a percorrere il mondo, diffondendo ovunque il messaggio divino: con Pietro e Paolo a Roma, allora al centro della civiltà, si avvia il trionfo del cristianesimo.

Sergio Bertinotti è nato a Premosello nel 1938, ma ha sempre vissuto a Mergozzo, dove tuttora opera. Della sua città, situata nella conca dello stupendo lago omonimo, è stato per anni Amministratore e Sindaco, contribuendo a renderla una perla turistica del Verbano Cusio Ossola.

Ha iniziato con paesaggi e quadri surreali dalla forte carica simbolica, con certe figure oniriche e mitologiche racchiuse, sovente, dentro paesaggi dalle architetture metafisiche ed enigmatiche. Si è, poi, perfezionato frequentando il maestro Mario Molteni che insegnò all’Accademia di Brera, così la sua pittura si è arricchita di metafore e di mistero, sconfinando anche in un mondo lirico e ludico. Bertinotti, affidandosi alla fantasia, in un suo successivo ciclo di quadri, ha pure inserito qua e là, maschere che sembrano nascondere le nostre delusioni o le nostre speranze represse di fuga dalla routine quotidiana, e ha proposto figure di animali che si muovono come uomini, sottolineando, attraverso una tenue ironia, i nostri caratteri e i nostri difetti.

Negli ultimi tempi, la sua pittura si è fatta più personale, con tematiche diverse, tradotte in immagini spesso stilizzate, rese a colori tenui, con una tecnica paziente, un segno morbido e sinuoso. Queste opere sono colme di tensione umana e di spiritualità, attorno alle quali l’artista ha costruito una storia. Sono nati così i cicli delle sue opere a sfondo religioso, dapprima con le “Storie di S. Francesco”, un percorso per immagini che offrono stimoli e spunti di riflessioni, in cui l’artista ha colto i momenti più significativi dell’esistenza del Santo, raffigurandone, in ogni scena, l’avvenimento, lo svolgimento e l’ambientazione, con naturalezza e con quella semplicità, spogliata del superfluo, conforme alla scelta di vita “in povertà” di Francesco. Poi, con la “Via Crucis”, dipinta con molti personaggi, in una spazialità scenica mai affrontata e attorno a un paesaggio vasto, dove i momenti essenziali della passione di Cristo sono affrontati con un tocco moderno, sebbene “narrati” secondo la consuetudine della Chiesa. Una Via Crucis che pare sgorgare dall’animo e, nell’emozionante estetica della pittura, prende un vero e proprio valore artistico, che trova qualità sublimi nella Crocifissione, ben lontana dalle illustrazioni medioevali, perché nella sua è già subito palese il passaggio dal Venerdì Santo alla Pasqua.

Ora, con questa Via Lucis costruisce un racconto figurato di alta e intensa portata artistico-creativa, ispirata da un’estatica illuminazione interiore.

E’, in definitiva, la sua pittura capace di cogliere, nonché di esprimere in modo efficace e comprensibile, il senso del mistero.

Di lui si sono interessati, su giornali e riviste, noti critici (tra gli altri: Marco Rosci, Giorgio Segato, Gianni Pre, Franco De Faveri, Luigi Codemo, Mons. Giovan Battista Gandolfo, i padri Vincenzo Coli ed Enzo Fortunato del Sacro Convento di Assisi, Angelo Manzini del Sacro Monte di Orta e Fiorella Capriati presidente nazionale U.C.A.I.); un catalogo dei suoi dipinti è stato pubblicato dalla Edas di Padova, diretta da Carla Surian. Ha allestito personali a Verbania, Ferrara, Firenze, Bassano del Grappa, Lidi Ferraresi, Padova, Reggio Emilia, Milano, Novara, Bari e in altre località; ha inoltre partecipato a diverse collettive in Austria e in Francia. Nel 2005 è stato invitato a esporre le sue “Storie di S. Francesco”, ad Assisi, nel chiostro della Basilica del Santo e, subito dopo, a “La Fabbrica” di Villadossola (VB) e nella Basilica S.S. Apostoli di Roma; per l’occasione è stato dato alle stampe un volume con quel ciclo di episodi, pubblicato dalle edizioni “Áncora “ di Milano. Nell’ottobre del 2005 l’artista è stato invitato al programma “A sua immagine” su RaiUno, dove ha dipinto in diretta “S. Francesco e l’umiltà”; a fine trasmissione è stato presentato anche il suo libro; mentre nel 2008 la mostra con queste opere ha inaugurato la cappella, restaurata per l’occasione, del “Cantico delle creature” al Sacro Monte di Orta.

Per Pasqua del 2008 a Roma, nella Basilica S. Croce in Gerusalemme, Bertinotti ha presentato la sua “Via Crucis”: un’originale e, per certi versi, unica Via Crucis, che è anche oggetto di un volume edito da “Áncora“.

Giuseppe Possa

(S. Bertinotti e G. Possa)

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