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POLITICA
3 maggio 2010
A vent'anni dalla morte del "ragazzo rosso".

 

<<Giancarlo Pajetta? Lo hanno dimenticato>>

I ricordi di Attilio Zanchi, suo ex collaboratore.

Nell’ultimo suo “viaggio”, nel settembre del 1990, fu accompagnato dalla bandiera rossa con falce e martello e dalle note dell’Internazionale; il caso gli aveva risparmiato l’amarezza finale di veder cambiati il nome e il simbolo del “suo” Partito comunista, ipotesi a cui si era opposto con fermezza e che invece di li a poco si sarebbe concretizzata per volontà e opera di Achille Ochetto.

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della morte di Giancarlo Pajetta, deputato, esponente politico di primo piano del PCI e uno dei principali dirigenti della Resistenza, affettuosamente chiamato dai suoi cari “Gian” e più noto come il “ragazzo rosso”.

Cosa è rimasto oggi di questo combattente precoce, dotato di una forte carica polemica, che giovanissimo fu espulso da tutte le scuole del regno con l’accusa di avere svolto attività antifascista, che si forgiò nella lotta clandestina affrontando dieci anni di carcere con spirito battagliero, senza mai farsi piegare, né scendere a compromessi?

<<Lo hanno dimenticato, quasi come il suo soprannome di combattente garibaldino “Nullo”>> ci dice Attilio Zanchi, pittore ottantacinquenne di Milano, che ha avuto la fortuna di conoscerlo, prima come deputato eletto a Mantova e poi come suo collaboratore, negli indimenticabili anni Cinquanta, alla sezione “Stampa e propaganda” della direzione del Pci <<eppure erano in tanti nel partito astrisciare” davanti alla sua porta>>.

Noi non crediamo che sarà ricordato in modo degno nel nostro Paese; allora vorremmo che lo fosse almeno in particolar modo qui in Val d’Ossola, perchè alla sua morte - avvenuta a Roma il 13 settembre 1990 - fu sepolto nel piccolo cimitero di Megolo (frazione di Pieve Vergonte -VB), nella tomba di famiglia con il padre, la madre e il fratello partigiano, Gaspare, che cadde combattendo il 13 febbraio 1944 ad appena diciotto anni, proprio a Megolo nella storica battaglia contro un reparto di tedeschi, in cui perse la vita anche Filippo Maria Beltrami, “il capitano” e dove Giancarlo era già stato per svariate commemorazioni.

Era nato a Torino nel 1911 e il suo incontro con il PCI avvenne a quattordici anni: al partito e alla lotta per i diritti dei più deboli, degli umili, degli oppressi, dedicò tutta la vita.

Nel 1948 era stato eletto alla Camera dei Deputati dove rimarrà fino alla morte, caratterizzandosi sia per la sua serietà e preparazione, sia per le sue famose performance polemiche (accompagnate spesso da vere e proprie incursioni nei banchi degli “avversari” politici). Fra le varie cariche nazionali ricoperte nel partito, di rilievo era stata quella di responsabile degli esteri che gli aveva consentito di rinsaldare i legami di amicizia con l’Unione Sovietica, ma pure – negli ultimi anni di vita – di diventare verso la presidenza Breznev un puntiglioso critico (le esperienze decennali come “diplomatico” sono racchiuse nel libro autobiografico “Le crisi che ho vissuto”).

<<Chi come me>> aggiunge Zanchi, <<gli è stato amico, può testimoniare la sua generosità, nonchè l’onestà intellettuale. Nel lavoro non si risparmiava mai, con i collaboratori era severo, ma regalava loro le opere che riceveva dai grandi pittori, i quali lo frequentavano non sempre disinteressatamente. La sua ironia era proverbiale e non tutti erano disposti a subirla passivamente. Ricordo un convegno nazionale degli amici dell’Unità, in cui egli interruppe un oratore che aveva iniziato affermando “Scusate se dirò cose banali”. “Se sono cose banali - intervenne Pajetta - è meglio tacere”>>.

Le ultime ore della sua vita le trascorse alla festa dell’Unità di Roma, rilasciando poi un’intervista al “Mattino” di Napoli, che racchiudeva amare considerazioni sulla crisi del PCI: riteneva la scissione del partito una tragedia. Disse: “Neanche in carcere ho sofferto tanto, questo è il momento peggiore della mia vita”.

<<Così si espresse il grande e caro “ragazzo rosso” che, se fosse ancora tra noi>> conclude Attilio Zanchi, <<credo esternerebbe tutta la sua amarezza per la politica di oggi, per la trasformazione e la disfatta del partito in cui ha militato e per l’emblematica chiusura della sede di Botteghe oscure, dove ho avuto l’onore di incontrare uomini di tempra speciali come lui>>.

                                                          Giuseppe Possa    Giorgio Quaglia  
     2 maggio 2010
                                                         
 
 
                                                                                                                                               
                                        

 

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