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CULTURA
14 novembre 2010
ALBERTO LONGONI: PITTORE, DISEGNATORE, ILLUSTRATORE

                                                                                    La poesia nel di-segno
 

 Il 2011 sarà il ventennale della morte di Alberto Longoni, un artista straordinario - grafico/incisore/illustratore, pittore, ceramista - che qui in Ossola (terra di origine della madre) trascorse lunghi periodi della sua esistenza, andando a completare una produzione rilevante di opere che gli fruttarono ampi riconoscimenti, in particolare all'estero, soprattutto in Svizzera. Per rendergli omaggio, "pqlascintilla" gli dedica due articoli significativi. Quello critico-biografico ("Un racconto per immagini") di Giuseppe Possa, che traccia il percorso artistico-culturale e la vita di Alberto Longoni e uno di "memoria" ("Pittori del cavolo!"), a firma di Giorgio Quaglia che lo conobbe e gli fu amico, così come la moglie Rita Barberis presente con una poesia/ricordo. Il pezzo di Quaglia, pubblicato nel 1986 - quindi riferito ad un preciso momento storico - contiene in particolare una dura reprimenda contro l'isolamento e la poca considerazione che un uomo della levatura di Alberto Longoni dovette subire nel "suo" territorio. Il nostro blog, con gli attuali servizi, intende così rinnovare la riconoscenza e la considerazione che invece sono dovute a lui e alla sua opera.

 

Un racconto per immagini

Amava la città Alberto Longoni, la sua Milano che “d’estate suda catrame e d’inverno si veste di nebbia” – come scriveva in una poesia – ma nemesi della sorte gli toccò trascorrere, per ragioni di salute, gli ultimi anni della sua vita a respirare l’aria buona di montagna, nella quiete di Crodo (VB), terra d’origine della madre. Così quando lassù, stanco di essere “incantato di verde e di cielo” in un “prolungato silenzio” che diventava “pena” e lo “gelava”, scendeva tra quei grattacieli, che in un certo senso aveva contribuito a innalzare (dopo la guerra, come disegnatore edile collaborava col padre nei cantieri meneghini) ed esclamava con piacere: “Io ritorno a te cara mia dolcissima città”; poi, con l’occhio dell’innamorato, la trasfigurava graficamente in un intreccio fitto di palazzi, automobili, esseri umani automatizzati e macchinari “antropomorfizzati”.

Alcuni di quei disegni a china, unitamente ad acquarelli, incisioni, pastelli e qualche quadro a olio sono stati esposti al Museo del Paesaggio di Verbania nell’estate del 2001.  Nello stesso periodo a Villa Bernocchi di Premeno erano in mostra le sue illustrazioni di libri per ragazzi. Per quelle due occasioni era stato dato alle stampe un interessante volume contenente le opere esposte, un saggio dello storico dell’arte Franco Passoni, un ricordo della figlia Elisa e un testo critico-biografico della nipote Michela Cerizza.

L’opera pittorica e grafica di Longoni rappresenta l’affermarsi della libertà creativa di un linguaggio emblematico personale, talora tenue, intriso di humor, spesso graffiante, ma mai aggressivo, nonostante le tensioni umane e sociali dell’autore (“America”, “La città”, “Parlare con i piedi”). Il tratto sicuro, d’insinuante acutezza, evoca eventi della vita quotidiana trasfigurata; figure di lieve, equivoca, ironia, quasi di scherzo (“I ragionieri”, “Il signor geometra”, costruiti soltanto con i numeri) e immagini stravolte da una sorta d’angosciosa obliquità (“Coro spirituale”).

In questa serie di “architetture”, la concezione spaziale implica più punti di vista, mobili, vaganti, che moltiplicano i piani in strutture pluridirezionali, rendendo le costruzioni più fluide, i ritmi curvilinei o spezzati in ghirigori segnici.

Le sue strutture grafiche fitte, incise entro uno spazio che le penetra e che nondimeno esse circoscrivono e delimitano, improvvisamente s’incendiano nello splendore dell’acquerello: allora le forme sono come dissolte nelle zone colorate che, pervase da un’intima dinamicità, s’invadono reciprocamente, trapassando l’una nell’altra.

I suoi paesaggi, poi, sono popolati da un mondo pullulante di segni che sembrano risalire dalle origini profonde della natura: segnali che alludono a dimensione fantastica. Egli illustrerà, infatti, anche libri per ragazzi, dove le sue tavole si manifestano silenziosamente, affollando teatrini da cui schizzano simpatici personaggi che sembrano assorbiti in sottili atmosfere di sogno oppure in magiche serre di flora terrestre o cosmica (“Parole come carta” di Castellanetta; “Il paese deimaghi” di Pinin Carpi; “Le avventure di Pinocchio” di Collodi ecc.).

C’è da rilevare pure che per Alberto Longoni, come ben annota Michela Cerizza nel corposo catalogo, “l’arte è per lui una missione individuale per il sociale, come una necessaria espressione di comunicazione e liberazione della propria spiritualità e del proprio modo di sentire la vita, in unacelebrazione di essa, alla quale partecipa l’intera collettività”.

Gli ossolani sicuramente hanno negli occhi la terracotta del Longoni che ricorda uno sterminio in un “Campo di concentramento”, esposta a Domodossola nel 1985, durante la mostra sulla Resistenza “Proposta: immagini per ricordare” (ora il bassorilievo è esposto all’entrata della sede della Comunità Montana Valli Ossolane a Domodossola).

L’opera - una terracotta racchiusa in un supporto di cemento ruvido e dilaniante come il filo spinato autentico che la attraversa - raffigura, con la tecnica del graffito, una fiumana di internati scheletriti, ormai ridotti a larve umane: vittime anonime scolpite in una “eterna denuncia” delle barbarie e delle atrocità a loro inflitte nei campi di concentramento e di sterminio.

Alberto Longoni era nato a Milano nel 1921 e nel capoluogo lombardo aveva vissuto e lavorato, tranne gli ultimi anni che, per ragione di salute, aveva trascorso in Ossola. Nel 1935, dopo il fallimento dell’impresa edile del padre e la morte dei genitori, fu costretto a lavorare per mantenersi e come autodidatta disegna e dipinge. Nel 1940, arruolato in marina, viene inviato sull’Isola di Creta. Dopo l’8 settembre 1943, fatto prigioniero dai tedeschi, è internato in Germania dove incontra Lidia Josepyszyn, una prigioniera polacca, che diventerà sua moglie. Finita la guerra, ritorna con la consorte a Milano. Di giorno lavora nella società edile Castiglioni e di sera dipinge. Nel 1953, dopo il fallimento dell’impresa, decide di dedicarsi completamente all’arte. Muore a Miazzina (VB) nel 1991.

Pur avendo studiato alla Scuola Superiore del Castello Sforzesco, la sua formazione artistica era prettamente autodidatta. Ha tenuto numerose mostre personali in Italia e all’estero, ottenendo parecchi riconoscimenti sia per la pittura che per l’illustrazione. Ha collaborato con architetti all’ambientazione di spazi interni ed esterni; ha realizzato molte campagne pubblicitarie (apparse su quotidiani, importanti pubblicazioni, manifesti); inoltre, è stato autore e illustratore di libri per ragazzi e per adulti.

La sua opera, in generale, è caratterizzata dal disegno a china e dall’acquarello, ma non è priva di pastelli e oli: il tutto in un tratto riconoscibile che, come una linea filamentosa, tesse sulla superficie una labirintica ragnatela grafica, riconducibile a lui soltanto.

Di raro talento creativo e manuale, era assai noto negli ambienti artistici, tuttavia, oggi non gode di quella fama che il suo lavoro geniale e produttivo meriterebbe, soprattutto perché in vita fu molto riservato e se n’era sempre stato al di fuori da ogni movimento. Inoltre, concluse la sua esistenza appartato e nel silenzio di Emo, in quel di Crodo. Il documento più completo su Alberto Longoni è la tesi di laurea di Michela Cerizza (lavoro conclusivo del suo corso di studi alla Dams di Bologna, anno accademico 1993-94) che del nonno mette in risalto le grandi qualità artistiche. L’autrice ha consultato e analizzato appunti, note, osservazioni, dell’artista; ha intervistato amici, critici e personaggi e ha pure ascoltato i racconti della nonna Lidia, moglie di Longoni.

Scriveva Franco Passoni che il maggior merito dell’artista milanese è stato quello di attraversare il secolo vivendo all’interno d’una società in fibrillazione, visualizzata dalla velocità degli eventi progressivi, tra scontri e incontri con il pensiero dominante, figlia d’una scienza in permanente rivoluzione e caratterizzata dall’invadenza delle tecnologie in guerra con l’ordine naturale e politico, stimolate da una morale succube delle continue innovazioni senza limite di frontiere, concludendo: <<Tutto questo insieme di fattori ha generato quel caos che invade le nostre città, i nostri paesi e che determina la globalizzazione del mondo e il disagio dell’uomo. Alberto Longoni ha vissuto la nostra epoca come una favola, un racconto per immagini, si è espresso servendosi del grottesco, dell’ironia, delle licenze negli spazi fisici e mentali, e d’ogni mezzo visivo immaginabile per rapportarsi ai fenomeni paralleli, curiosi e contrastanti del nostro tempo>>.

Giuseppe Possa


 

 

                                      



                                               Pittori del cavolo!


 

Erano anni che non rivedevo l’amico Alberto Longoni. Qualche settimana fa una sua telefonata mi aveva riportato indietro nel tempo, nel periodo delle “lotte culturali”, delle polemiche infuocate con l’ambiente piccolo-borghese di Domodossola ed i suoi “princìpi”. Il poeta Pier Paolo Pasolini era stato massacrato e noi sparuto gruppetto di isolati e contrastati giovani intelletti ossolani, per “tenerlo in vita” avevamo intestato a lui il nostro piccolo Circolo culturale. Si stampava “la Scintilla”, regalata ogni volta all’indifferenza di studenti pseudo democratici ed operai pseudo comunisti. Era la nostra “voce” umile ed isolata nel deserto ideale della zona, il nostro orgoglioso vessillo contro il crescente degrado sociale e politico. Ci furono nel contempo – sul settimanale Eco Risveglio – le “Considerazioni personali” pubbliche, la mia solitaria battaglia per una nuova e diversa critica giornalistica. Nulla di più passionale di quei momenti avremmo poi vissuto e niente e nessuno avrebbe potuto eguagliare il nostro amore per la creatività e l’azione. Come e per quali ragioni tutto questo tramontò, ancora oggi non è facile capirlo. Ognuno di noi si “disperse” nelle vicende della propria esistenza e delle stesse nessuno ne soffrì il “peso” collettivo. Cambiò l’ambiente, cambiarono le abitudini e i nostri pensieri, l’amicizia perse il suo supporto morale. Non ci saremmo mai più ritrovati ad affrontare insieme le ipocrite pretese artistiche e culturali che intorno a noi si andavano accrescendo.

Incontrando di nuovo Alberto – in seguito a quella telefonata – provo la nostalgia della rievocazione ma anche l’angoscia per un non dimenticato divario con la nuova impegnata gioventù. L’amico mio non è in buona salute, è stanco, sperduto in un habitat che ignora e rifiuta la sua voglia viscerale di comunicare, di creare. Quale spazio umano, professionale e sociale può avere nell’Ossola uno dei maggiori grafici europei, molto apprezzato all’estero? In pratica nessuno, se spazi analoghi da un pezzo già sono scomparsi anche per noi eterni ma sinceri dilettanti del ragionare artistico e della sua pratica. Per forza di cose ne parliamo con un po’ di vecchia rabbia sommersa però dalla rassegnazione.Vengo così a sapere che Alberto Longoni, cosciente del suo isolamento creativo, tempo fa aveva chiesto di aderire alla cosidetta “Unione dei pittori ossolani” (o qualcosa di simile), una congregazione numerosa di “protagonisti del pennello” (molti, per me, anonimi). Era un “appiglio” e insieme il desiderio di un contributo personale qualificato e forse unico. Senonché la risposta, senza troppi pretesti, era stata il rifiuto.

Non posso crederci e il dubbio mi spinge a richiedere conferma. Si, la realtà era proprio questa: l’immensa e ironica poesia del disegno di Alberto Longoni non era stata tenuta degna di manifestarsi all’interno dell’Unione Pittori Ossolani. In effetti sono uno sciocco a stupirmi ancora, a credere in fondo che le nostre vecchie “battaglie” (e quelle di altri) abbiano lasciato un segno pur labile nella mentalità collettiva almeno di coloro che si considerano praticanti o aspiranti artisti e in generale “uomini di cultura”. Quale miseria umana devo invece riscontrare ancora in auge! Che abisso morale interiore, di intelligenza mi accorgo di nuovo esistente come separazione fra tanti mistificatori dell’immagine, della parola, del suono e i pochi artisti veri! Comprendo così il rifiuto dei “nostri pittori”: la straordinaria fantasia creativa di Alberto, la sua profonda umiltà, la sua forza innovativa, avrebbero rappresentato un freno e un monito per le boriose, vane e vendute coscienze di tanti imbrattatele del luogo. Con lui sarebbero caduti nel ridicolo sia lo spirito corporativo che caratterizza di solito simili associazioni, che l’ambizione di molti di ritenersi dei “geni” e di proporre le proprie “opere” presentandole (o facendole presentare da “critici” altrettanto venduti e sprovveduti) come frutto appunto di grande predisposizione artistica. La presenza, la voce e soprattutto l’opera di Alberto Longoni (col suo candore espressivo), avrebbe ancor di più fatto sprofondare nella “melma” della loro vanità coloro che della mistificazione (classica, moderna, avanguardistica o trans avanguardistica) hanno fatto o cercano di fare la loro ragione di vita in termini di prestigio o di guadagno.
Infatti, facendo leva sul gusto incolto della massa che ammira il “bel” paesaggio innevato o assolato, i nostri “rigattieri del colore” smerciano o cercano di smerciare – a prezzi da furto – lavori fatti in poche ore, senza alcun significato culturale, etico, storico o anche – spesso – estetico. La grafica e la pittura di Alberto, nell’Ossola non hanno un mercato ed è penoso sapere che nella vicina Svizzera le sue opere riscuotano invece la considerazione e l’interesse che meritano. Una pena accresciuta sapendo anche che spesso verso i bambini lui ha concentrato (e concentra) la sua capacità creativa illustrando ad esempio numerosi libri per l’infanzia appunto.

Già, dimenticavo che le coscienze “sporche”, “vuote” e false non possono comprendere il mondo straordinario di vitalità e innocenza dei bambini, sentendolo vicino. In fondo Alberto non ha perso proprio nulla rimanendo escluso dall’Unione ossolana in questione. Questa invece si, perché col suo rifiuto gli addetti della stessa sono apparsi e rimasti ancor di più dei “pittori del cavolo”.

Giorgio Quaglia 

                                                               22/05/1986

 

 

 





 

 

 
                                                                        
 
 Alberto
a Emo
 
Esile il corpo, nemico il respiro.
Dita dal fumo ingiallite

e dalla creta indurite

EMO. La casa.

Reggia di tele, colori, odori,

essenze, linee decise, pure.

Il segno nitido inciso,

tracciato, graffiato.

Eteree trasparenze

nei magici acquarelli.

Cornici in attesa delle tele

arrotolate. Stipate.

Generoso, concedeva

con amabile presunzione

toccare ed ammirare

l’opera sua, lì, in ogni dove.

Solo. Per scelta,

ma non abbandonato.

Amato, curato, contestato,

cercato e rifiutato.

Curvo, sofferente, affannato.

Schiavo e signore:

dell’arte, del sogno, del vizio

...e dell’illusione!

Ricco, di malinconica ironia

nel racconto dei ricordi,

nella speranza di lunga vita.

Gli incisi sulla rosea creta,

bianchi nei bassorilievi,

come ali spiegate

quasi antichi simboli tribali.

Tavolozze, pennelli, colori.                                                                          

Il tornio per la creta,

il forno di cottura.

La sedia da regista e piatti,

ciotole e bicchieri.

E’ stato tanto tempo fa.

Ma è solo ieri.

                                      

 

Rita Barberis                                          

 

         


 

 

 


 


 


 


 


 

 


 


 


 


 

 


 


 


 


 


 

 


 


 


 


 


 

 


 


 


 

              
 

        

 

 


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permalink | inviato da pqlascintilla il 14/11/2010 alle 17:17 | Versione per la stampa
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