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2 gennaio 2011
GIOVANNI CONSERVO: NELLE SUE OMBRE SCOLPITE, L’INQUIETUDINE DELL’UOMO CONTEMPORANEO

 

 

Scultore di forte intuito, dotato di eccezionale vigore espressivo e di una straordinaria vitalità plastico-costruttiva. E’ morto nell’ottobre del 2010 a Milano, dove aveva insegnato per lunghi anni all’Accademia di Brera. Siciliano d’origine, portò dentro la ruvida e incantata semplicità della sua terra, scolpendo le ombre delle figure impresse: "impronte" di esseri umani e delle loro vitali aspirazioni, avvolte in un sentimento di provvisorietà.

Era un giorno d’aprile del 1985: passavo per caso in via Brera e dando un’occhiata incurante dentro la Galleria Ponte Rosso (a quel tempo mi interessavo più che altro di letteratura), fui colto da un’emozione improvvisa, da un non spiegabile impulso interiore, provocati dalle sculture che stavano là esposte. Esse mi apparvero cariche di intrigante inquietudine: in particolare, perché alcuni di quegli "esseri umani" scolpiti nel legno, seduti su panchine, distesi su letti o appoggiati su altri sostegni – manichini fantasmi di un raggelante teatro veristico, con l’elemento paesaggistico a fare da quinta – erano rappresentati unicamente dalla loro ombra incavata nella materia.

Quelle lunghe ombre dal sapore gotico, incise nella lacerazione del quotidiano o nello spettro della solitudine collettiva, mi rimasero dentro per tutti questi anni; eppure il loro autore, Giovanni Conservo, l’ho conosciuto di persona soltanto alcuni anni dopo. La prima curiosità che mi sono tolto, nel nostro incontro iniziale, fu quella di chiedergli da dove provenivano tali ombre consunte e prosciugate, taglienti come la lama da cui erano state incavate.

<<Fu un caso>>, rispose e indicandomi un punto dello studio (nel quale mi trovavo e mi aggiravo ansioso tra opere che sembravano esplodere con una carica di rassegnata ribellione, quasi volessero strapparsi di dosso i legami in cui erano avviluppate), proseguì: <<Avevo appoggiato su quella vetrata la scultura “Il giardino dei ricordi”, raffigurante un uomo e una donna seduti su una panchina, e un giorno mi accorsi che il sole proiettava le loro due ombre sulla piattaforma, così mi venne l’idea di imprimerle, scavarle. Ovviamente ciò, di primo acchito, mi parve un po’ banale; ma quando per dare la giusta pregnanza nella visualizzazione di un ricordo, di un fatto remoto colto nel presente della memoria, mi venne l’ispirazione di togliere la figura dell’uomo, lasciandone però l’ombra, dovetti convenire che la composizione, con simile presenza-assenza, sprigionava davvero una personale valenza, un profondo e originale senso di solitudine, antico ed incommensurabile>>.

Conservo era nato a Vittoria (RG) nel 1935. Fin da bambino osservava con interesse il lavoro di suo padre, intagliatore-artigiano di genere folkloristico-mitologico, mentre lavorava nella bottega: <<Guardavo per ore e ore la magia delle sue mani che da pezzi di frassino, pero o noce dava forma a strane storie di fate, draghi e cavalieri, realizzate per decorare i carretti siciliani>>. Frequentava ancora la prima elementare, quando, sottraendo gli attrezzi al severo genitore, scolpì il suo primo "legno". Un paio d’anni dopo, davanti a due "lavori" importanti di Giovanni, un <<Ecce Homo>> di un metro per sessanta e un <<Pio XII>>, anche il padre si convinse che il figlio possedeva, oltre all’abilità manuale, la vena dell’artista: <<Il tirocinio con mio padre>>, mi disse in quell’occasione (e negli occhi si notava un filiale senso di riconoscenza) <<mi consegnò un mestiere, che io ritengo fondamentale in campo artistico. Del resto com’è possibile concretizzare seriamente un’idea se non la si conosce a fondo? Ogni forma che realizzo non è mai casuale, ma studiata in ogni minimo particolare e tenendo sempre presente il rigore compositivo>>.

L’improvvisa morte della madre lo gettò nello sconforto. Tuttavia, dopo l’iniziale e comprensibile scoramento, la passione e la perseveranza lo spinsero a continuare, tant’è che nel 1948 vinse a Roma il primo premio per la scultura a un concorso, organizzato dall’Azione Cattolica. Pio XII lo ricevette in udienza (<<Bravo, bravo>>, gli disse quando seppe che era il concorrente più giovane) e grazie all’interessamento dell’allora segretario, Mons. Montini (anni dopo lo stesso Paolo VI, complimentandosi con lui, lo incontrerà in S. Pietro in occasione della mostra <<S. Paolo nell’arte contemporanea>>), ottenne una borsa di studio per frequentare l’istituto Artistico, dapprima nella Capitale, e poi a Firenze, dove si diplomò con il massimo dei voti ed ebbe l’offerta per l’insegnamento di scultura in legno.

Nel 1957, però, lasciò il capoluogo toscano, per iscriversi all’Accademia "Grande Chaumière" di Parigi: qui per mantenersi lavorò come restauratore presso un antiquario.

Al ritorno in Italia per espletare il servizio militare, una serie di circostanze e le insistenze di amici, tra cui Carmelo Cappello, lo fermarono a Milano. Così, assolvendo gli obblighi di leva, potrà seguire a Brera il corso di scultura di Marino Marini, che gli diede modo di accostarsi, come lui stesso riferì <<con passione, alle asciutte cadenze della scultura figurativa moderna>>.

A Milano si stabilirà definitivamente, formando la sua famiglia. Dal 1968 e fino al 1975 insegnerà modellato al Liceo Artistico di Brera; dall’anno successivo diverrà titolare della <<Cattedra di Plastica Ornamentale>> della stessa Accademia.

Ritengo quasi superfluo aggiungere che egli ha esposto in molte città italiane e straniere (basti, per tutte, ricordare la mostra al Rotapfel di Zurigo nel 1965, quella al Museo della Permanente di Milano nel 1977 e l’esaustiva antologica della primavera 1997 a Lugano); che hanno parlato di lui giornali, riviste, pubblicazioni varie, con interventi dei più noti critici; che ha ottenuto premi e riconoscimenti; che sue sculture sono presenti in musei ed edifici pubblici nazionali o esteri, anche perché tali elenchi richiederebbero intere pagine. Mi limito, perciò, a ricordare brevemente i suoi cicli artistici.

Egli partì da opere espressive, ruvide ed essenziali, del mondo malinconico e chiuso della sua provincia. È questo il periodo iniziale delle <<Maternità>>, delle <<Donne del Sud>>: la donna vista come madre, come moglie o amante, protagonista, insomma, di una vita complessa, rassegnata o felice (le donne, spesso, appaiono avvolte in scialli stretti e neri, coi volti segnati dalla miseria, in una passiva accettazione di un destino crudele, o in attesa, se giovani, di uno migliore).

Successivamente le sue forme si dilatano sui problemi sociali, fino ad arrivare al tragico: è il momento della rappresentazione di scenari urbani desolati e freddi, degli <<agnelli squarciati>>, dove l’animale appare quale simbolo antico di olocausto, in una società disumana e disumanizzante. È la presa di coscienza della contestazione e degli sconvolgimenti del ’68.

Conservo è riuscito, però, a riscattarsi da un’epoca così tormentata, sopravanzando i limiti politici di quelle vicende umane e storiche.

Infatti, simili tragiche lacerazioni si sono attenuate, per lasciare posto ad un dramma più contenuto, visibile nella ricerca delle <<proiezioni>>: le ombre delle figure impresse, appunto: <<impronte>> di esseri umani e delle loro vitali aspirazioni, avvolte in un sentimento di provvisorietà.

E come ieri aveva scorto i turbamenti, le aspirazioni sociali, la lotta, negli ultimi tempi, indagando a fondo nella propria natura vi scorse – testimone che apre finestre sulle scene del mondo – le paure, i sogni, la solitudine, i miti dell’uomo contemporaneo.

Per sintetizzare, egli è uno scultore nato, di forte intuito, dotato di eccezionale vigore espressivo, di una straordinaria vitalità plastica, di un’audace e consapevole forza costruttiva; non ha mai cercato di proposito favorevoli riconoscimenti, nel senso che non ha mai concesso nulla alla "gradevolezza" o alle compiacenti maniere del mercato.

Conservo ha curato, lungo tutto l’arco della sua attività, anche un’ottima produzione di grafica: xilografie, incisioni, con matrici di legno (fino agli anni Novanta aveva pure un torchio originale del Settecento, che fu costretto a vendere perché tendeva a tarlarsi).

L’artista ha lavorato il marmo, il bronzo, il gesso e altri materiali (<<Di solito eseguo prima una serie di schizzi e a volte anche un piccolo bozzetto per fissare un’idea e stabilire con quale materiale realizzare la scultura>>), ma è con il legno che egli ha saputo trovare la giusta "pasta", la farina e il lievito per esprimersi: cioè per "dire" con naturalezza le sue figurative parole, le sue drammatiche e a volte delicate opere, che racchiudono gli sviluppi del suo racconto umano e artistico.

Alla domanda, perché, pur nell’evolversi della propria arte, è sempre presente l’uomo, la sua problematica, la sua condizione tra angoscia esistenziale ed estatico stupore di fronte ai misteri della vita, egli affermò pacatamente, nell’intervista che mi concesse per la rivista “ControCorrente”: <<Ti posso rispondere che la figura umana è sempre stata al centro di ogni mio interesse e ho cercato, durante tutto il mio percorso artistico, di guardare al presente, ma senza rinnegare il passato, alimentandomi dell’uno e dell’altro, apportandovi qualcosa di nuovo che abbia una stretta relazione con la civiltà attuale. Non mi sento un portatore di valori, ma certamente uno che di quei valori si nutre>>.

Non era facile, comunque, farlo parlare. Giovanni era un uomo schivo, che portava dentro la ruvida e incantata semplicità della terra d’origine: il suo volto quasi ascetico aveva occhi che si perdevano lontano, come se la mente, nel frattempo, inseguisse immagini e sensazioni. Un personaggio "conserviano", mi viene da pensare ricordandolo: proprio per definirlo con la sua scultura.

Giuseppe Possa


 


 

 

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