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CULTURA
21 marzo 2011
Intervista al poeta scomodo del Lago Maggiore: Franco Esposito

 

Oggi la sottocultura tende a proporsi come “la cultura”
 
In un vicolo laterale di via Rosmini al centro di Stresa (VB) - dietro un cancello sobrio e un piccolo giardino pieno di fiori, un glicine profumato e al centro una bella pianta di limone - abita il poeta Franco Esposito. La sua casa ottocentesca restaurata è piena di volumi e di quadri dei suoi amici pittori. La stanza più luminosa che dà sul giardino è adibita a studio, per lavorare, la più piccola per dormire, sempre in mezzo ai libri. Libri ovunque: forse sono più di cinquemila, ben suddivisi e catalogati per autori che spaziano dalla poesia alla narrativa, dalla teologia alla filosofia, dalla saggistica alla storia locale. Sul suo tavolo da studio semplice da falegname, tra i suoi ultimi appunti e lavori in corso, il volume ”Lettere alla moglie” di Pavel Florenskij, un pensatore russo che ha scoperto e che è diventato la sua grande passione negli ultimi anni. Accanto il suo libro di poesie, “Frontiera di lago”, fresco di stampa, edito da Interlinea e l’ultimo numero della sua rivista di cultura “Microprovincia”, su cui, come sempre in tutti i numeri, appare un omaggio a Clemente Rebora. <<Uno dei più autentici poeti del nostro ‘900>>, afferma.   
E allora iniziamo da Rebora, perché quest’omaggio al grande poeta rosminiano? 
<<Perché “Microprovincia” deve tutto a Rebora, senza il suo “aiuto” non saremmo oggi qui a festeggiare gli oltre 30 anni di vita della rivista. So che è complicato spiegare a parole ma è così>>.
Perché Rebora è stato ed è così importante per lei?
<<Perché quando parlo o scrivo di Rebora il mio pensiero vola immediatamente alla crisi culturale e morale di oggi, sulla plastificata religione del consumismo del nostro tempo, per parafrasare Pier Paolo Pasolini. Autori come Rebora ci aiutano a ragionare, a domandarci che, se vogliamo uscire dalla crisi d’identità della cultura contemporanea, bisognerà tornare allo studio serio sulle carte e negli archivi dei nostri grandi maestri, rifiutando la cultura alla moda del sentito dire o peggio ancora della cultura ridotta in pillole>>.
Bisognerà allora ritornare, anche nella nostra provincia (Verbano Cusio Ossola), al pensiero e alle opere dei veri grandi poeti come Clemente Rebora?
<<Certo, solo così possiamo uscire dalle sabbie mobili in cui ci hanno cacciati o peggio ancora ci siamo cacciati. Infatti, in questi ultimi decenni infestati dalla “falsa” informazione, al limite del grottesco, non solo facciamo fatica a distinguere il grano dal loglio, ma la situazione fa sicuramente comodo a tutti: molti si sono travestiti da piccoli arlecchini della cultura e si sono buttati nella mischia>>.
In questo balletto, come ha sostenuto lei in un suo scritto, si sono buttati anche i giornalisti, non solo gli uomini di cultura.
<<Certo. Quando con i giornalisti cosiddetti di cultura, i responsabili pagati per segnalare vera cultura, direttori di testate, responsabili delle case editrici, dalle più piccole alle più note, parlo di grandi autori da rilanciare o giovani da lanciare, mi guardano con sospetto, come se fossi un marziano apparso da chissà quale sperduto mondo extraterrestre. Non hanno il coraggio di darmi direttamente del “pazzo”, in compenso, però, mi scrutano come se fossi un essere raro, un esemplare in fase di estinzione. Poi, piano piano trovano nel loro subconscio un granellino di dignità e la maggior parte mi confessa, sempre rigorosamente in privato, che in questa montagna incantata del disordine, forse ho ragione>>.
Tutto questo si riflette inevitabilmente nel nostro vivere quotidiano, anche nella nostra provincia.
<<Difatti, a me non interessa avere ragione quando la scuola è allo sbando, la famiglia va in frantumi e alla televisione hanno persino permesso di sostituirsi al Vangelo. Una volta si diceva è scritto nel Vangelo, adesso dicono lo ha detto la televisione e questo fatto sta diventando pericoloso più del famoso olio di ricino>>.
Ci aiuti a capire perché l’informazione, invece di informare, la stanno trasformando in una nuova “bomba atomica”, come ha scritto lei in un editoriale.
<<Certo. Io penso che l’unica soluzione, finché siamo in tempo, sia di allontanare i famosi “bravi”, i falsi giornalisti, i falsi politici, i falsi uomini di cultura, gli intrattenitori, i saputelli di terza categoria che vorrebbero essere Umberto Eco, e non avendo né la preparazione, né le capacità intellettive di Eco, si scatenano in risse da lavandaie. Se, però, vengono allontanati dal loro posto di comando, il giorno dopo tornano a essere quello che sono sempre stati, dei piccoli provincialotti. Insomma, per non precipitare nel baratro del peggior consumismo, nell’egoismo più insolente, nel capitalismo più sfrenato - suicida, aggiungerei, perché a mio parere tutto inghiotte, tutto massifica e, peggio ancora, intacca pure i cervelli delle poche persone normali - mi appello almeno ai migliori, affinché facciano da argine a questa follia collettiva. Diversamente, quando anche questo piccolo argine verrà travolto dal diluvio del futile e dell’inutile, sarà per tutti troppo tardi. Il bombardamento dei “media indebolisce alla lunga lo spirito critico delle persone, come va ripetendo a più riprese anche papa Ratzinger>>.
A sentirla, sembrerebbe di trovarsi nel pieno di una dittatura mediatica.
<<Oggi, sono sempre più convinto che le dittature, non solo quelle mediatiche, non vengono fatte con le armi convenzionali, ma con la follia dell’informazione. Le armi casomai, se possono servire, vengono dopo. Capisco che il mio discorso può sembrare apocalittico, ma secondo me è proprio questo il momento di tentarlo>>.
E se toccassimo la morale di oggi, anche in rapporto al nostro territorio?
<<Se dall’informazione passiamo alla” famosa morale collettiva” le cose vanno di male in peggio. Gli argini dell’educazione sono talmente esili da essere divenuti trasparenti. In questo nostro deserto della ragione, della follia consumistica, continuiamo ad andare avanti come se non ci interessasse dove andiamo a sbarcare. Siamo, secondo me, a un bivio. Se ci lasciamo lusingare dalle sirene del consumismo e del capitalismo sfrenato del tutto e subito, soprattutto con ogni mezzo a disposizione, le cose si mettono veramente male. All’orizzonte di questo nostro viaggio verso lo sviluppo e l’omologazione a qualsiasi prezzo, vedo più naufraghi che passeggeri>>.
Quindi, secondo lei, dove sta andando l’informazione?
<<La televisione, i giornali, l’informazione in genere, sono secondo me i nuovi “bravi” del capitalismo illiberale. Se si pensa un momento, non ci sono quasi più cooperative che creano televisioni o giornali, ma essi sono di esclusiva proprietà della borghesia italiana o internazionale. E questo è già una grave anomalia. Solo in pochi momenti, la stampa e la TV hanno avuto una loro funzione molto importante tra il potere politico, economico e la gente comune, e molte volte hanno suonato l’allarme prima che il paese precipitasse nel buio>>.
Dei giornalisti o meglio di chi lavora nell’informazione, cosa ne pensa?
<<Negli ultimi tempi vedo che anche i giornalisti, una volta le vedette della gente comune, hanno abbandonato i loro sogni, ormai anche loro hanno inculcato nel cervello il tarlo dell’apparire, del successo, del profitto per il profitto a qualsiasi prezzo, e il risultato è sotto i nostri occhi>>.
Ma anche lei è nell’informazione con la sua “Microprovincia”: cosa si può, dunque, fare?
<<La mia rivista è un piccolo granellino di sabbia di lago, per giunta sperduta in una piccola provincia di frontiera, posso solo infastidire, come una mosca, la macchina perfetta dell’industria culturale. Altro non posso fare. Quello che si può fare, lo ripeto da una vita, è di chiudere i settimanali e i mensili che circolano nelle due province di Novara e Verbania, per pensare a un quotidiano. Solo con un’operazione di questo tipo, a mio modo di vedere, ci si può permettere di uscire veramente dal provincialismo, per occupare il posto che meritiamo a livello nazionale. Siamo, forse, le uniche province dove non c’è la tradizione di un quotidiano>>.  
Il rapporto dei nostri intellettuali con il territorio come le sembra?
<<Lo vedo male. Salvo casi rarissimi, ognuno è chiuso nel proprio mutismo, sembra quasi che abbiano paura persino di esprimere in pubblico il loro pensiero. A loro parziale discolpa bisogna anche dire che gli intellettuali nella nostra provincia sono veramente pochi, si possono contare sulle dita di una mano. Sono mancati gli strumenti, come dicevo, un giornale quotidiano, biblioteche efficienti, centri studi e, poi, è venuta meno una borghesia illuminata, attiva, intelligente. Manca insomma la spina dorsale dove poter appoggiare il vero sviluppo, non solo materiale ma intellettuale>>.
Infine, come vede il rapporto istituzioni e cultura nella nostra provincia?
<<Direi abbastanza buono. Purtroppo le manifestazioni culturali, la scuola, le biblioteche, mancano di coordinamento. Le risorse a pioggia bagnano giardini dove al posto degli alberi c’è solo ghiaia. Voglio dire che ci vuole una selezione, scegliendo le vere manifestazioni di cultura, tagliando le imitazioni, puntando su quelle autentiche, che si sposano sia con il nostro lago che con la nostra provincia. Pur di accedere ai finanziamenti, la parola “cultura” tra pochi anni la stamperanno anche sulla carta igienica! La cultura, ripeto, è educazione, è mettersi a disposizione del territorio, impegnarsi nei limiti del possibile a difendere i più umili, non è necessario scrivere un libro. Insomma, per dirla tutta, c’è disamore per la” vera cultura” ed esaltazione per la “sottocultura”>>.
 
Giuseppe Possa
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Biografia di Franco Esposito
poeta, scrittore, direttore di "Microprovincia"
 
Per definire un intellettuale “irregolare”, basterebbe fare un nome: Franco Esposito, poeta, scrittore, giornalista, uomo di cultura. Egli non è allineato, ma controcorrente e, soprattutto, conduce un’incessante critica (perennemente fuori dal coro) della società contemporanea, coi suoi difetti, la sua perdita di valori, mettendone a fuoco le contraddizioni, i privilegi corporativisti e di potere. Inoltre, Esposito è un critico militante, con particolare predilezione per le posizioni scomode, per autori rimasti (o messi) in ombra, emarginati o al di là delle mode correnti: basterà citare Antonio Rosmini, Clemente Rebora, Piero Chiara, Gianfranco Contini, Carlo Bo, Enrico Emanuelli, Sandro Sinigaglia, Giuseppe Prezzolini, a cui ha dedicato numeri monografici della rivista “Microprovincia”, da lui fondata nel 1979 e che dirige tuttora.
La vastità dei propri interessi è impressionante, al pari dell’originalità dei suoi interventi e dei suoi punti di vista, che a volte suscitano polemiche, a cui non sembra far caso nella sua libertà di giudizio. E lo si può constatare anche in questa intervista.
Nato a Macchia Albanese (CS) nel 1946, vive e opera a Stresa (VB). Per la poesia, ricordiamo la raccolta “Un sogno di carta” (1981), “Il vento sul muro” (1992), “Omero Cieco” (2002) e “Frontiera di lago” (2007), editi per i tipi di Interlinea. Per la narrativa ha pubblicato il volume “Con la faccia al sole” (1984). Ha inoltre dato alle stampe il saggio “Il lago dei sogni – Lettera a Clemente Rebora” (1996). Insieme ad altri amici, nel 1976 ha fondato il Premio Stresa di Narrativa. Dal 2004 ogni settimana è titolare della rubrica “Taccuino Verbanese”, per i lettori del settimanale, diretto da Alessandro Garavaldi,  “Eco Risveglio” del Verbano Cusio Ossola, con puntuali interventi di contenuto sociale e culturale.
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