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21 aprile 2011
ANTONIO SIMIONATO: UNA TORMENTATA VICENDA UMANA E ARTISTICA.

"Ha preferito soffrir la fame e andar intorno stracciato pur di salvare un brano della sua indipendenza. Non si è mai venduto per denaro o benessere, non si è mai dato alle donne e ai potenti, e mille volte ha buttato via e rifiutato quello che secondo tutti sarebbe stato il suo bene e il suo vantaggio, pur di conservare in compenso la libertà". Queste parole, tratte da un romanzo di Herman Hesse, si potrebbero scolpire sulla lapide del pittore Antonio Simionato (Modena 1934 - Domodossola 1994). Personalmente, non l’ho mai conosciuto e nemmeno mi sono prodigato per incontrarlo. Quando era un artista molto noto, intorno agli anni Sessanta e Settanta, non mi interessavo ancora di arte; in seguito, egli non aveva più esposto. Si era, anzi, rinchiuso in un  forzato e mistico isolamento che lo trasformò, almeno agli occhi della gente, in un personaggio eccentrico e, forse, un po’ scontroso. Anche le sue opere, per lo più conservate gelosamente da collezionisti privati, mi sono rimaste ignote fino ad ora, se si escludono alcune tele, in particolare “La caduta di S. Paolo”, conservata a Villadossola (VB) nella chiesa di Cristo Risorto. Mi bastò, comunque, quel quadro per comprendere le sue geniali doti artistiche, tant’è che ne feci una lunga “lettura” sul settimanale Eco Risveglio Ossolano, qualche anno fa. In questa composizione, egli ha esternato, attraverso modi e tecniche moderne, la sua fede, come in altre, del resto: dalle varie crocifissioni (dove il tema evangelico è drammatizzato dalle deformazioni dilanianti delle figure e dai tagli di luce che si traducono in visioni trascendentali) alla serie degli “Ecce homo” (in cui il volto spettrale e straziante del Cristo, privato di ogni aureola e lontano dal Gesù dolce dell’iconografia ufficiale, pare veramente caricato di tutte le sofferenze umane), fino ai diversi “Giuda” (qui il “traditore” sembra avviarsi senza scampo e con tutta la sua colpa, come un condannato, al patibolo da lui stesso scelto).

Esistenzialista intransigente - Antonio Simionato, nato a Modena da un ceppo familiare veneto, giunse in Ossola, in seguito al trasferimento del padre per motivi di lavoro. Dal 1949 al 1954 frequentò la “Scuola Superiore di Belle Arti” di Domodossola (VB). In quel periodo, prese parte con una scultura astratta alla mostra del “Centro Studi Arte Industria” di Novara e successivamente alla “Triennale di Milano”, suscitando l’interesse della critica ufficiale, tant’è vero che fu accolto quale membro del “Movimento arte concreta” e del “Groupe Espace” di Parigi. Dopo aver partecipato, per due edizioni consecutive, alla “Biennale Nazionale di Milano”, venne incluso con nota biografica, su invito dell’editore Schwarz, nel volume “Pittura Italiana del dopoguerra” di Tristan Sauvage. È stato segnalato su varie riviste, quotidiani e pubblicazioni d’arte diverse. Con personali e collettive ha esposto in gallerie ossolane e in numerose città, tra cui Novara, Milano, Firenze, Roma, Venezia, Palermo, Vienna, Graz. Partito da una pittura astratta, macchie di colore di pura percezione visiva e di plasticità formale, Simionato aderì ben presto a un astrattismo dinamico, dove la luce pare far esplodere le forme in ritmi e geometrie astrali (quasi scintille oniriche-trascendentali), come nelle “forme pungenti” o “taglienti” e nelle varie “strutture dinamiche”. In seguito, approdò al figurativo moderno e trasse ispirazione, con estro e originalità, dal suo animo profondamente cristiano e dalla sua conoscenza teologica. Di certo, Simionato rappresentò il momento di rottura con la tradizione locale, ancora troppo legata a schemi del passato. La strada che, però, intraprese fu difficile, proprio per l’incomprensione che incontrò, dovuta a quel suo modo nuovo di esprimersi, soprattutto per simboli. Ebbe sì successo all’inizio e riuscì anche ad attirarsi la benevolenza di qualche comprensivo collezionista, ma per la sua indole non avvezza alla pubblicità, per il suo rifiuto a scendere a compromessi commerciali, per il suo esistenzialismo religioso intransigente fu presto abbandonato da tutti e finì per chiudersi sempre più in se stesso.
Protagonista indiscusso - Negli ultimi periodi di operosità, che risalgono alla prima metà degli anni Settanta, Simionato produsse opere di grande afflato umano-sociale: “Biafra apocalittico”, “L’umanità e la sua luce” e altre, di cui non sono riportati i titoli (sto sfogliando alcuni pieghevoli di sue mostre). Qui con segno tagliente, crudo, talora impetuoso, invita il fruitore a meditare su certi problemi di portata internazionale, di bruciante interesse ed attualità. In questi quadri vengono raffigurati uomini e bambini scheletriti che sembrano lanciarci, con grido disperato, un’implorazione di aiuto (che sia l’urlo di condanna dell’autore stesso al nostro egoismo consumistico?). In tal senso, le sue opere sono, in ultima analisi, l’espressione immediata e tormentata del suo spirito inquieto, sensibile, ribelle ai meccanismi capitalisti della società contemporanea. Cosa resta, oggi, di Antonio Simionato? Sicuramente è considerato da tutti un protagonista indiscusso della pittura ossolana, nonostante che, alla sua morte, avesse già rinunciato a una vita artistica pubblica da almeno vent’anni. Tuttavia, sulla sua figura e sulla sua opera mancano studi compiuti che possano chiarirne le tappe della formazione artistica e del lavoro complessivo di pittore. Quindi, per una degna ricostruzione della vicenda umana e professionale di Simionato, occorrerà prodigarsi per una vasta retrospettiva e una esauriente monografia, che possano metterne in risalto i periodi, le tematiche e l’impegno culturale, ricchi di contenuti ideali e di innovazioni formali.
Lettura di un quadro di Simionato - Uno dei quadri che ammiro in modo particolare, tra quelli conservati nelle nostre chiese, è “La folgorazione di Saulo”, che si trova nella parrocchiale di Villadossola (VB). Si tratta di un’opera di ampie dimensioni, con cui Antonio Simionato, ha esternato, attraverso modi e tecniche moderne, la sua fede. Il soggetto vanta illustri precedenti (non tanto dalle nostre parti, dove le idee esasperate e mistiche di Paolo non hanno sempre trovato devozione fervida), ma qui l’artista ossolano ha preso a prestito soltanto l’iconografia tradizionale, rendendola poi, nella concezione, totalmente personale, con un’aggressività di segno e di impostazione che non si riscontra nel passato.
La religiosità travagliata di Simionato ha colto da questo Santo (e di conseguenza da questo soggetto) fertilità: nelle lettere di S. Paolo le idee sono poche, ma credute e propagandate con fermezza inaudita, sconosciuta fino ad allora nel mondo occidentale e trovano ancora oggi aderenti consensi. Nella lettura di esse ci si imbatte in una suggestione che si fa passione, in un vortice che travolge: insomma, il loro autore è un genio che capisce la fine di una civiltà e profetizza il futuro.
Come poteva il giovane Saulo effettuare una conversione così totale, tanto da passare da persecutore ad audace diffusore del cristianesimo, se non perché colpito da una “folgorazione”? Ecco allora Simionato, con questo capolavoro, dare l’idea di tale improvvisa metamorfosi attraverso una caduta accentuatamente rotatoria e iperbolica. La scena è ripresa sulla strada di Damasco, dove il persecutore di Tarso fu oggetto di un fenomeno misterioso, dimostrazione prodigiosa della potenza divina, manifestata nel quadro con un fascio di luce irrompente che lacera “fragorosamente” le nuvole e alla cui sommità appare un Dio trionfante, in un gesto repentino e perentorio. Lo schema individua, quindi, la divisione della maestosa composizione nelle due zone: celeste e terrena.
I piani e le masse delle nubi, il triangolo della luce, l’instabilità del cavallo nell’attimo dell’impennata, il gesto insolito di Saulo avvolto nell’armatura e nella circolarità della sua posizione, in linea con le forme geometrizzanti del quadro, danno all’insieme anche un’armonia espressiva e una personalissima capacità di sintesi.
Da notare, infine, l’atteggiamento del cavallo (monstrum) quasi in attesa di calpestare il peccatore per liberarlo dalle sue colpe e aprirlo a quella luce da cui si protegge con le braccia. È una forma di misticismo, quella di Antonio Simionato, nostro valido artista contemporaneo, che deforma e contorce appositamente le figure per conferire alla scena, o meglio alla visione, un senso di ribellione a ogni forma di sopraffazione e di disumanità.
Chi guarda non può che rimanerne scosso e turbato, soprattutto pensando all’immediata conversione di S. Paolo.
 
Giuseppe Possa

 

 

 

 



             Misticismo di vita e…di morte   (la “luce” della conoscenza).

Alla lavanderia “La Rapida” in Via Stazione a Villadossola, Antonio Simionato andava per l’amicizia col titolare Giacomino Spaggiari, un uomo piccolo e vitale, amante dell’arte ed in particolare della pittura e che dell'artista di Domodossola era un estimatore. Fu li, dove mi recavo spesso anche io a trovare l’amico Marco garzone di bottega, che conobbi quel signore barbuto distinto, dal portamento un po’ aristocratico, sempre ben vestito, con un foluard di seta al collo – sotto la camicia – e la parlata eloquente; ma solo in seguito ne divenni più assiduo frequentatore per i suoi rapporti con mia sorella Emma (proprietaria dei quadri qui riprodotti, in formato non originale per ragioni tecniche) e col suo fidanzato e poi marito Franco Cardani. Ricordo ancora il “fascino” e la curiosità per la grande lavatrice e, sul retro del negozio, il profumo inebriante della trielina che – insieme alla ragazza commessa  con la quale aveva sperimentato i suoi primi richiami sessuali – stava “ubriacando” da anni il mio giovane amico. Le frequenti discussioni fra i due adulti, incominciarono ad attrarre la mia attenzione soltanto quando la religione (la dialettica su Dio) era ormai diventata il fulcro del contrasto ideologico che stava dividendo le coscienze e il mondo. Capii allora che Antonio Simionato non accettava altra “parola” e altro verbo se non quello della sovrannaturalità spirituale (biblica, evangelica) e che ciò, invece di farlo avvicinare all’uomo e alle persone, lo stesse portando in una “dimensione” dove era possibile “accedere” (solo lui poi si sarebbe considerato in grado di farlo) attraverso l’estasi mistica, religiosa appunto. Tutto ciò comunque, non avvenne in un ristretto lasso di tempo, la “trasformazione” di Simionato si determinò per “stadi”, si può dire decrescenti verso il degrado fisico e mentale, durante i primi dei quali ad accompagnare discussioni sempre più animate (in parte anche con me) sul comunismo, che avrebbe aborrito e sulla fede, di cui si stava estasiando,  vi fu una “vena” pittorica straordinaria (che trovò fra l’altro – oltre al consenso del pubblico - il sostegno entusiasta della ricca famiglia Barbero). La sua crescente infatuazione quasi ascetica lo aveva infatti portato ad abolire del tutto i “colori” brillanti della tavolozza per individuare, “inventare” possiamo dire, un impasto grigio-verde scuri di notevole pathos evocativo, irradiato – sempre dal lato sinistrio della tela – dal bagliore, dalla “luce” per lui divina. I tre dipinti qui riportati (“Adamo ed Eva”, “Caino ed Abele” e “Giuda”) sono – insieme, in qualche modo, alla “Folgorazione di Saulo” ben descritto da Giuseppe nel suo pezzo di critica – la dimostrazione più intensa e riuscita di tale “trasporto” religioso-artistico e di quella che non solo a livello provinciale avrebbe rappresentato (e per noi rappresenta ancora) la più originale ed intensa “ricerca” pittorica. Non sappiamo a quali vertici di bravura e di innovazione avrebbe portato l’arte di Simionato se gli “stadi” successivi della sua esistenza non ne avessero determinato presto l’inattività, l’inedia e poi la fine. Fatto sta che il “misticismo” che lo aveva spinto a creare opere in cui – in ogni caso e al di là della evidente inquietudine umana emanata – ad emergere e ad imporsi era la vita, lo condusse anche alla confusione dell’intelletto e all’autodistruzione. Segregatosi in casa per anni, senza più dipingere nè incontrare persone, quando morì dovettero intervenire i vigili del fuoco per sgomberare le camere dai rifiuti, cumuli di immondizia da cui non aveva più filtrato la straordinaria “luce della conoscenza” dei suoi migliori dipinti.

 

Giorgio Quaglia

 

































permalink | inviato da pqlascintilla il 21/4/2011 alle 14:30 | Versione per la stampa
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