.
Annunci online

Blog di cultura - critica - arte - recensioni
letteratura
25 novembre 2011
“IMMAGINI PER RICORDARE”

 

Ecco il terzo filmato di “Quaranta giorni di libertà

http://www.youtube.com/watch?v=V6IdzBHnJhg&feature=feedu

(con il rimpianto Stefano Sattaflores)

 

 

accompagnato di seguito sul blog dalle considerazioni di Giuseppe Possa:

"immagini per non dimenticare

e per spingere le nuove generazioni alla riflessione"

 

 

 

 

 

 Siamo al terzo appuntamento con l'epopea della Repubblica partigiana dell'Ossola e con il film-tv "Quaranta giorni di libertà" del regista Leandro Castellani, che nel 1975 ne ripercorse le vicende. Attraverso l'account "pqlascintilla" aperto su Youtube, il nostro blog ha appunto iniziato la pubblicazione di spezzoni originali dello stesso film, per meglio far conoscere quella che è stata una delle più fulgide pagine della Liberazione.

 

I precedenti due filmati possono essere visionati sui seguenti link:

http://www.youtube.com/watch?v=OhEmiHXsK5A

http://www.youtube.com/watch?v=IEn31BNLvI4&feature=feedu 

 

 

Immagini per ricordare

 

Alcuni giorni fa, riordinando la mia biblioteca, mi è capitato tra le mani un libro edito dall’ANPI di Domodossola nel 1985, “Proposta: immagini per ricordare”, in occasione del 40° anniversario della liberazione nazionale e della Repubblica dell’Ossola.

Il volume ha attirato la mia attenzione, soprattutto, perché in esso sono riportate tutte le opere di una mostra ispirata alla resistenza, che avrebbe poi dovuto occupare uno spazio apposito, per diventare un’esposizione permanente. Purtroppo, l’iniziativa non è stata portata a termine e molti di quei quadri donati da artisti ossolani (escluso forse due o tre disposti in qualche ufficio della Comunità Montana o presso qualche museo) non si sa dove attualmente siano dislocati.

E’ un vero peccato, perché al di là del valore della raccolta, gli autori hanno offerto un panorama complesso e variegato di sentimenti, capaci di stimolare passioni, sollecitando, nel frattempo, i giovani a vigilare sulla democrazia e a difendere la pace.

Tale proposta si potrebbe ripetere, riproponendo quella mostra, ma in particolare allargandola, con un nuovo progetto, ad altri artisti locali e, perché no, nazionali, così da poter accedere nel modo più diretto, ma tramite il filtro dell’arte, a un momento della nostra storia che appartiene, nelle sue luci e nelle sue ombre, al nostro paese.

A quasi 70 anni di distanza, è opinione comune che occorra un ripensamento di quegli anni, dando loro dignità di grande evento storico, ma sottraendoli dai rischi di strumentalizzazione o di inutile retorica celebrativa.

Un’iniziativa-messaggio

La memoria del passato non può perdersi - ecco l’idea della mostra permanente in un museo locale - anche se conservarla costa fatica, anche se rievocarla significa mettere in discussione il proprio passato, sospendere il giudizio, dubitare.

“Senza passato non c’è futuro”. Potrebbe essere questo il messaggio della ricerca: una mostra sulla resistenza servirebbe soprattutto alla riflessione, oltre che sui valori tramandatici dalla storia, su ciò che è rimasto di quei valori nella nostra società.

Nell’attesa di quanto auspicato, voglio qui ricordare chi per quella iniziativa si era prodigato.

Innanzitutto la sezione ANPI di Domodossola che ne aveva avanzato la proposta e a conclusione del volume aveva sottoposto, a ricordo della resistenza ossolana, una serie di testimonianze fotografiche, ritagli di giornali e documenti diversi di quegli anni (l’impostazione del lavoro e la sua realizzazione erano dovuti essenzialmente a Mario Caio).

Poi, la Comunità Montana Valle Ossola che, appunto su invito dell’ANPI, aveva scelto di coinvolgere gli artisti disponibili, come scriveva nell’introduzione del libro l’allora Presidente Francesco Miguidi, <<a raccogliere quegli insegnamenti e a tramandarne i valori, per evitare che l’indifferenza possa in futuro farci di nuovo addormentare e per sollecitare i giovani a vigilare sulla democrazia e a difendere la dignità di un popolo>>.

Era, infine, toccato al critico Vanni Oliva selezionare le opere giunte alla Commissione, catalogarle e presentarle anche nella pubblicazione di cui stiamo trattando, tra l’altro egli scrisse: <<Rivolto ai pittori del territorio, l’invito ha offerto un’occasione di presenza doverosa anche se difficile, e non tutti se la sono sentita di parteciparvi. Ma pur nei diversi linguaggi e nei tentativi di esprimere ideologie attraverso il mezzo pittorico, gli artisti presenti hanno voluto testimoniare una scelta di campo, hanno compiuto un gesto politico nel senso più alto del termine, spesso muovendosi, per la loro giovane età, in un ambito di ricordo e di adesione che nasce nel dopoguerra, e rappresenta quindi le nuove generazioni poste di fronte al fatto storico vissuto dai padri>>.

Gli artisti e le loro opere

Gli autori (a cui aggiungo un sintetico giudizio sull’opera) così come appaiono in ordine nel libro classificati da Vanni Oliva in “simbolici, evocativi in sintesi, episodico-narrativi”, sono:

Piercarlo Bellomo: (la scena della sua composizione “Per la libertà” è di sicuro impatto emotivo e la facilità di lettura, non attenua la forza espressiva dell’insieme: in una piazza domese la gente festeggia la liberazione, attorniata da simboli evocativi della guerra, compreso l’atto di sublimazione di un gesto eroico ormai passato alla storia);

Mario Beltrametti: (la ferocia e la sofferenza di ieri sono state bandite, la libertà è stata raggiunta, al fondo restano tuttavia l’inquietudine e il timore che tutto ciò non sia definitivo. Come in un vasto affresco decorativo, i frammenti-simboli del bene e del male sono raffigurati per superare e redimere le tragedie, non solo quelle dell’ultima guerra, ma idealmente ogni spargimento di sangue, così da lasciare posto a un mondo nuovo, rappresentato dal prato fiorito);

Giuliano Crivelli: (figure di “un paesaggio italiano” di ieri e di oggi avanzano incontro allo spettatore. Sono i gestori del potere che come burattinai muovono i fili della nostra vita: in passato attraverso la dittatura, nel presente con il controllo istituzionale-finanziario. La composizione grafica, nella sua sintesi storica dalla guerra al recente passato, sembra già presagire a ciò che nel 1985, anno di esecuzione dell’opera, pareva ancora lontano: tangentopoli.);

Gigi Ferretti: (un’altra rappresentazione simbolo, con un partigiano caduto, tra le braccia della donna che lo piange, ma a cui sono state spezzate le catene. Dietro un cielo cupo - in parte schiarito nella forma geografica del Verbano Cusio Ossola - una colomba vola, lasciando una luce di speranza su un paesaggio desolato);

Alberto Longoni: (la sua terracotta, con la tecnica del graffito, racchiude una fiumana di internati scheletriti in un supporto di cemento. Queste vittime senza nome e ridotte ormai a larve umane, trattenute da un filo spinato, denunciano le barbarie e le atrocità a loro inflitte nei campi di concentramento e di sterminio. La scena ruvida e dilaniante non necessita di ulteriori commenti);

Giorgio Sartoretti (da Valeggia): (Le pose ieratiche e la compostezza degli atteggiamenti dell’uomo e della donna raffigurati non lasciano intravedere la tempesta che si è appena conclusa: una guerra, qui rappresentata da una tomba e da una croce. Attorno, tanti tasselli, quasi giardini privati dove ciascuno si rinchiude incurante del prossimo, ma l’autore con il titolo “Là... dove il partigiano finisce la... donna continua” ci stimola a ritenerli un territorio intellettuale comune, un bene non da spartire, ma da apprezzare insieme).

Diego Zaccari: (“Il popolo ossolano ferito dalla piaga nazista si unisce in un ideale abbraccio” recita il titolo del quadro che raffigura l’amoroso abbraccio di un uomo e di una donna, trapassati da un cuneo con la svastica, che comunque non sembra spezzare il loro slancio di tenerezza: la ferocia pare fermata, in quello schizzo di sangue che cola sulle curve morbide della donna, ma i cocci appuntiti del passato possono ancora penetrare nel profondo);

Franco Busca: (in uno spazio frazionato in spaccati illustrativi, c’è la torretta domese, quasi guardiola per il partigiano con i calzoni corti, probabilmente un ragazzo, pronto a correre per sentieri ad avvertire i compagni di un eventuale pericolo. Sulla sinistra una bambina, avvolta nel tricolore, porta un fiore in mano da posare sulla tomba del caduto che giace nelle sembianze del Cristo del Mantegna, rappresentato in quello schiacciamento che richiama il sacrificio);

Totò Calò: (la marcia senza avvenire di soldati tedeschi lascia dietro di sé la morte violenta di chi si è sacrificato per gli altri, ma la colomba sopra il partigiano ucciso sembra aprire una via alla redenzione, politica e morale);

Tiziano Corzani: (si aprono tasselli come crepacci: una lacerazione insanabile separa due momenti, quello della pace, rappresentato dalla quiete di piazza Mercato, e quello della tragedia appena consumata, mostrato con metafore iconiche della lotta resistenziale: una lettera d’addio, i proclami, ma soprattutto il partigiano caduto e legato a un palo, come in un monumento da tramandare ai posteri. Furono uomini come questo, sembra suggerirci l’autore, a farsi carico della nostra liberazione e i monumenti tradizionali non sono in grado di rendere loro pieno merito);

Renzo Foglietta: (nel suo tipico stile, riprende un’azione collettiva di rivolta: figure si sollevano urlando dall’inferno terreno, a rappresentare la determinazione dei combattenti, il loro resistere a oltranza. Il popolo in lotta può gioire, perché non ha dovuto soccombere e non ha perso la libertà né lo spirito solidale che lo ha mosso e sostenuto. I pugni alzati, emblemi ideologici, ma anche segni di forza, manifestano una volontà insopprimibile. Volontà e fiducia trapelano dunque da tutta l’opera, che lancia così il suo messaggio);

Angelo del Devero: (il dipinto raffigura un cartello che ritrae i Martiri di Fodotoce e, dietro di esso, una processione di superstiti sofferenti, straziati dalla guerra e impossibilitati a reagire. Sotto un caduto e i suoi carnefici coi visi ridotti a maschere di tragedia antica. E’ un’opera drammatica e intensamente espressiva, che obbliga il fruitore a una presa di posizione o, almeno, a una riflessione);

Amilcare Fanchini: (la tela possiede una drammatica, ma vittoriosa intensità espressiva: sembra un ex-voto offerto per l’avvenuto risanamento dell’Ossola, per la sua liberazione dal nemico, per il salvataggio della galleria, per aver protetto i partigiani che hanno combattuto nel territorio);

Alessandro Giozza: (una colata di sangue apre la via alla libertà: il martirio di don Rossi, qui ritratto, richiama non solo la nostra storia, ma quella dell’umanità intera, rappresentata dalla croce che ha sempre dovuto resistere a qualcuno o a qualcosa; così il parroco di Castiglione sembra perdurare, al di là della distruzione fisica, in un innato, irreprimibile desiderio di pace e coesione);

Rino Stringara: (la scena è il fotogramma del salvataggio della galleria del Sempione: il partigiano che, fucile in spalla, domina la stazione ferroviaria ci dà il senso della vittoria necessaria e questo fatto contingente rimanda a un valore perenne, nella continuità ideale di un’affermazione storica).

 Per non dimenticare

Ho voluto qui rammentare quell’importante iniziativa per ricordare o se preferite per non dimenticare il   passato e quell’arte che sa ancora rievocarlo. Oggi, più nessuno investe nella salvaguardia della propria cultura; c’è interesse solo per ciò che abbia valore o possa offrire riscontri finanziari; non c’è volontà, neppure politica, di promuovere manifestazioni artistiche o che comunque facciano riflettere, cogliendo gli insegnamenti che la storia ci offre. La tecnologia sta avanzando in modo rapidissimo, mentre l’incompetenza degli individui è sempre maggiore; non c’è più approfondimento intellettuale e tutto si esaurisce nella superficialità. Soprattutto, c’è un “Capitale”, invisibile e selvaggio, che domina nel mondo; un “Potere” occulto che sta manipolando, in particolare, i giovani, allontanandoli dalla vera cultura e non permettendo loro di costruirsi una mentalità libera: tutto è liofilizzato, convenzionale, reso virtuale, al punto che le nuove generazioni non sanno più escogitare una propria verità interiore. C’è un sentore più che vago di imperialismo dei gusti e dei linguaggi, di schiacciamento della democrazia nell’informazione. I computer, proprio per questo, sono resi sempre più facili da usare e si sta costruendo, grazie alla televisione e a internet, il famoso villaggio globale, ma nel mondo non sono scomparse le guerre, molti popoli vivono ancora al limite della sussistenza e milioni di bambini continuano a morire di fame. E non è escluso che dovremo prepararci per una nuova “Resistenza”.

Infatti, i grandi monopoli internazionali, attraverso l’imposizione di una tecnologia telematica sempre più avanzata, già ci guidano e ci spiano, inquinandoci i polmoni e la mente con un’altra sorta di dittatura, che ci darà, forse, ancora meno scampo delle precedenti.

La raccolta di “memorie” della lotta partigiana e della liberazione nazionale, attraverso l’espressione artistica, può, infatti, divenire utile per le nuove generazioni, affinché raccolgano quegli insegnamenti e quei valori, per proseguire una battaglia non del tutto vinta, nella speranza di una nuova solidarietà, di un futuro più sereno.

 

Giuseppe Possa




permalink | inviato da pqlascintilla il 25/11/2011 alle 10:40 | Versione per la stampa
sfoglia
ottobre        dicembre

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 2053736 volte

 pq la scintilla

Perché questo blog?

giuseppe possa

è nato a Domodossola nel 1950. Residente a Villadossola (VB), lavora a Milano in un’importante casa editrice. ...

continua >>

§

giorgio quaglia

è nato a Domodossola nel 1952, ha pubblicato... 

continua >>