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letteratura
25 gennaio 2012
BENITO MAZZI: “LA RAGAZZA CHE AVEVA PAURA DEL TEMPORALE”

“Antonietta (Neta), mamma di Giuliana Sgrena e amica d’infanzia dello scrittore ossolano Benito Mazzi, è la protagonista di “La ragazza che aveva paura del temporale” insieme con il marito partigiano: nel racconto si incrociano la guerra di Russia, la Resistenza, il contrabbando e il rapimento della figlia in Iraq. Emerge così un ritratto di Neta quale donna saggia, paziente, forte e innamorata, ma anche animata dalla paura che ha sempre saputo dominare per affrontare le difficoltà della vita. Il romanzo collettivo di una valle di confine, una piccola patria d’Italia”

 

BENITO MAZZI:
“LA RAGAZZA CHE AVEVA PAURA DEL TEMPORALE”
Interlinea Edizioni, Novara – pg 160 - € 18
Presentazione di Giuliana Sgrena
 
Chi racconta la propria vita a uno scrittore non lo fa come confessione autobiografica di fronte a uno psicanalista durante la cura di una malattia, ma convinto di avere una storia interessante alle spalle, avvincente quanto un romanzo, si rivolge al lui affinchè gli costruisca una trama con episodi e aneddoti delle sue “memorie", così da trarne uno scritto affascinante.
Nel libro “La ragazza che aveva paura del temporale”, invece, la storia di Antonietta e del marito Franco è stata narrata dagli stessi protagonisti in modo conviviale a Benito Mazzi, loro amico fin dalla giovinezza; è stato poi lo scrittore vigezzino, con la sua penna incantevole, a “ricamare” le loro avventure in modo coinvolgente, in terza persona, come in un romanzo. E il lettore si renderà conto di quanto negli animi della Neta e del Ranca (com’erano soprannominati da giovani) siano rimasti nitidamente depositati i ricordi: immagini che ora lentamente sono emerse dal profondo per riprendere vigore in questo libro.
Nelle pagine, con gli avvenimenti privati, scorrono anche quelli delle vallate ossolane, con l’epica lotta tra contrabbandieri e finanzieri (in particolare della Valle Vigezzo, al confine con la Svizzera, prima che diventasse importante meta turistica) e le eroiche vicende della lotta partigiana fino alla liberazione. Niente di romantico, ma “grama” lotta per campare, con gli animali nelle stalle che hanno bisogno di cure tutti i giorni, festività solenni comprese; con pochi mesi di tempo accettabile per le coltivazioni o per tagliare il fieno e la legna per l’inverno, sempre troppo lungo. Per i bambini un mondo di avventure, ma per i ragazzi, dopo la scuola, c’era il lavoro nei campi. Quasi assenti i divertimenti, se si escludono i ritrovi per qualche ballo, nelle poche osterie locali. Il sogno era la città, un posto di lavoro che ti garantisse un mensile, una casa riscaldata, un po’ di benessere. Ma prima ai protagonisti toccherà una vita dura, fatta di sacrifici e poche soddisfazioni. Solo, dopo gli anni Sessanta, finalmente arriva per tutti un po’ di benessere.
E noi, leggendo, ci addentriamo nel folto delle memorie, lì per lì con l’impressione di vivere alcuni ricordi della vita dei nostri genitori o di riscoprire un mondo paesaggistico che fa venire in mente i quadri dei grandi pittori vigezzini. Il tutto nella magia della prosa di Mazzi, così nitida e scorrevole, così incisa e suadente, che, in brevi capitoli dai tagli netti, sigilla sempre il divenire con qualche pennellata di arguta ironia o di bonario sorriso. Come già dalla scena iniziale, che ci fa subito apprezzare personaggi, luoghi, figure secondarie, che diventeranno familiari nel prosieguo della lettura.
Tanti anni passeranno e una folla di gente apparirà e scomparirà, ma tutto rivive nella luce solare di ciò che resta. In questo scorrere degli eventi, campeggiano, struggenti nella loro autenticità umana, Neta e il Ranca, con le personali vicende vissute con ricchezza di ideali e di coraggio. Un mondo che poteva essere sommerso dal tempo, se non fosse emerso dalla penna creativa di Benito Mazzi che ha raccolto la voce di Antonietta e Franco, persone di grande dignità, anche di fronte al dolore per il rapimento della figlia Giuliana e alla gioia dopo la sua liberazione.
Non voglio, però, dilungarmi per non togliere al lettore il gusto delle scoperte, è una storia troppo intensa per sminuzzarla in una recensione. Sono pagine di storia vissuta e non soltanto familiare, scritte con stile fluente, arricchito da alcuni intercalari in dialetto locale: testimonianza di due vite vissute attivamente, intensamente e che meritavano di essere rievocate.
 
Giuseppe Possa


 «Se non avessi fatto la giornalista avrei fatto la sarta o, per essere un po’ più snob, la “stilista”. Nella mia infanzia ad affascinarmi erano soprattutto le serate con mia madre che disegnava e ritagliava modelli di carta che poi appoggiava sui tessuti per trasformarli negli abiti che ammiravo sulle riviste di moda» scrive Giuliana Sgrena nella presentazione al romanzo.

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permalink | inviato da pqlascintilla il 25/1/2012 alle 16:35 | Versione per la stampa
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