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SOCIETA'
7 maggio 2013
Il mio 'inchino'

Caro Presidente,

so bene che ormai il problema, nelle sue massime componenti, è nelle tue mani e tu ne porti altissima responsabilità. Non sto a descriverti la mia condizione e le mie prospettive. Posso solo dirti la mia certezza che questa nuova fase politica, se comincia con un bagno di sangue…”.

Con queste sibilline e ferme parole inizia la lettera che Aldo Moro inviò al Presidente del Consiglio incaricato Giulio Andreotti dal  “carcere” delle Brigate Rosse che lo avevano rapito il 16 Marzo 1978.

Alcune coscienze, in particolare all’interno della Democrazia Cristiana, non si salvarono in seguito all’uccisione di Moro, ma la classe politico-istituzionale che ne sancì la fine (‘chiusa’ in quel Palazzo che solo tre anni prima Pier Paolo Pasolini aveva denunciato con angosciante lucidità, prima di essere a sua volta trucidato) ne uscì indenne e più forte di prima, con un impegno unanime a sconfiggere il  terrorismo di sinistra” (operazione poi compiuta), ma propensa anche e soprattutto a mantenere nell’ oscurità e nell’impunità – come in effetti avvenne – uno dei più bui e tragici periodi della Repubblica (con le sue stragi fasciste e le sue strategie eversive, di cui anche importanti apparati dello Stato furono partecipi).

Fu Moro stesso, in altre sue lettere, a ‘definire’ con impietosa intelligenza autocritica quali fossero state alcune colpe passate della DC  (fra cui la paternità di uno ‘sviluppo economico’ congeniale agli interessi del grande capitalismo), ma egli non poteva certo immaginare il grado enorme di responsabilità negativa che il suo partito (con altri) si sarebbe assunto in futuro. E’ infatti soltanto con atti e scelte di contiguità o complicità con la Mafia che la stessa negli anni ‘Ottanta e ‘Novanta riuscì ad espandere il suo criminale dominio economico e territoriale dalle regioni del Sud a gran parte del Paese, mentre nel contempo il ‘cancro’ della corruzione intaccava con indecenza i gangli  della Pubblica amministrazione e i meccanismi della vita politica, di cui l’implosione giudiziaria di “Mani Pulite” ne avrebbe rappresentato il clamoroso culmine pubblico.  

Anche la genesi di nuovi ‘soggetti politici’ – sulle “macerie” di quella che è stata definita la “Prima Repubblica” – è da imputarsi all’incapacità dei vecchi partiti (PCI compreso) di rinnovarsi e di comprendere quanto avrebbe potuto influire il crescente potere mediatico che si stava concentrando (con il favore e l’aiuto anche a sinistra) nelle mani di un solo gruppo imprenditoriale; è dall’impero Fininvest (poi Mediaset) infatti che prendono corpo i progetti nefasti a suo tempo sanciti dalla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, per una “rinascita” dell’Italia e che, a poco a poco, fanno sgretolare il rapporto ideale che legava milioni di elettori e attivisti con le proprie ‘sigle’ di riferimento (costrette tutte a trasformarsi), ri-portando fra l’altro ai vertici istituzionali e parlamentari gruppi, movimenti e personaggi legati ancora alla dittatura fascista o simpatizzanti della stessa, oppure di chiaro stampo populista e razzista.

Infine, non poteva supporre Aldo Moro che, dopo 35 anni dalla sua uccisione e in una fase indicata come chiusura della “Seconda Repubblica”, la Storia si sarebbe ripresentata quasi identica, nella sua tragica immutabilità, a ri-proporre con farsesca ricorrenza gli stessi schemi e propositi politici del suo tempo, legati ad altre “emergenze” ma con analoghe pretestuose “alleanze di compromesso” e con uno “spettatore” d’eccezione, il medesimo che non ascoltò la sua supplica di salvezza e che continuò per molti altri anni ad essere protagonista assoluto e popolare (sempre consapevole e comunque impunito e riverito) di tante vicende torbide e della progressiva decadenza etica, morale e civile dell’Italia.  

Per espressa volontà di protesta della famiglia e sua, non vi furono funerali di Stato per colui che trovò la morte per mano delle BR; così sarà, per motivi ben diversi, per Giulio Andreotti, ma gran parte delle gerarchie politiche, istituzionali, economiche e religiose, nonché tutto il mondo dello spettacolo, gli stanno rendendo e gli renderanno lo stesso un riconoscente e spudorato omaggio.  

Anche per questo io, nell'occasione, il mio ‘inchino’ lo voglio invece rivolgere soltanto alla memoria del suo ‘collega’ Aldo Moro.

Giorgio Quaglia

 





permalink | inviato da pqlascintilla il 7/5/2013 alle 9:15 | Versione per la stampa
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