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1 giugno 2013
Il 'raggio verde' del Grande Gatsby (la Passione che smaschera il "femminicidio")






La prima immagine suggestiva e rivelatrice del film “Il Grande Gatsby” del registra australiano Baz Luhrmann (il poliedrico autore di pellicole quali “Moulin Rouge” e “Romeo + Juliet”), credo sia la figura ancora misteriosa del protagonista, Jay Gatsby  – interpretato con calcolata dimessa intensità da Di Caprio – mentre ripreso di spalle sulla costa settentrionale di Long Island nel West Egg di New York dove vive in un “castello”, cerca con una mano di accarezzare nell’aria notturna il “raggio di luce verde” che proviene dall'altra parte della baia, a East Egg, dal molo dove risiede  la dolce Daysy (ruolo molto pertinente dell’attrice Carey Mulligan), che egli ancora ama (ma tale realtà sarà svelata dopo agli spettatori) e che cinque anni prima aveva sposato Tom (il bravo Joel Edgerton), un ricco ex campione di polo, mentre lui risultava disperso in guerra.

Giovane povero del Midwest, nell’America opulenta e di dissipata fastosità del 1922 (gli “anni ruggenti” del charleston, del jazz, del proibizionismo, del Potere politico-istituzionale corrotto forse come l’odierno, illustrati attraverso la solita suggestiva e coinvolgente maestosità scenica di Luhrmann), con i favori più o meno celati e ricercati di un boss della mafia ebraica, scala in fretta le gerarchie sociali con un unico obiettivo: arricchirsi per riconquistare l’amore perduto; e il racconto filmico si dipana proprio – sullo sfondo angosciante del contrasto terribile fra la povertà crescente e la sfrenata e indifferente agiatezza e con l‘accompagnamento roboante da una variegata colonna sonora mixata nel tempo e negli stili – in questo ‘tentativo’ grandioso ma commovente e fanciullesco di Gatsby che avrà come complice-amico il cugino di Daysy, lo scrittore/narratore di tutta la storia Nick Carraway ( con la faccia un po’ statica del popolare “Spidermann” Tobey Maquire).

I gessati rosa e gli altri abiti che indossa (…impareggiabile con la maglia girocollo di lana merino), il volto femmineo e gli atteggiamenti gentili e spesso impacciati, fanno di Di Caprio-Gatsby un  personaggio particolare e adatto, a metà strada fra il dandy (che nella versione cinematografica del 1974 con Robert Redford era magari più confacente all’originario romanzo di Scott Fitzgerald) e l’omosessuale, ma il ‘filo’ conduttore è comunque e sempre uno solo che percorre a volte quasi con frivolezza descrittiva due ore di visione, fino all’epilogo di alta tragicità: è l’Amore, nella sua rappresentazione più ‘romantica’, nella sua parte intima più “femminile”, espressa appunto nella figura di Jay (che orna il suo sentimento per Daysy di feste grandiose, di fiori, di album con vecchie lettere e fotografie, fino a sfociare nel penoso desiderio-pretesa di ‘riavere’ anche il suo amore passato: “devi dire a Tom che non lo hai mai amato” chiederà con insistenza), nella sua personalità infantile e mansueta che avrà soltanto un momento di trasgressiva “esplosione” (un grande Di Caprio in splendida ‘azione’!) nei confronti del rivale-marito al momento di rivelargli il rapporto amoroso segreto intanto ripreso con la ‘sua’ donna, la quale si rileverà invece opportunista e cinica come l’insieme dell’upper class newyorkese ignara del disastro economico incombente (la crisi del 27’) e della fine del “sogno americano”, emblematizzato al termine della pellicola con la fine cruenta di Gatsby, di altri due personaggi minori e con i problemi di alcoolismo e psichiatria che coinvolgeranno Nick.

I collegamenti o i rimandi emotivi e tematici, nella visione di un film, sono spesso personali e casuali e – come lo sanno bene i critici di professione – vanno ben oltre le intenzioni formali, culturali e stilistiche dell’opera e del suo autore (sceneggiatore compreso); ma è non senza un certo stupore che nell’insieme il personaggio Gatsby e l’interpretazione di Leonardo Di Caprio mi hanno richiamato alla mente l’ossessiva insistenza con cui ad ogni livello informativo e a quelli di discussione politica e di strada si parli di “violenza contro le donne” e di “femminicidio” quando ad essere coinvolte in  episodi più o meno eclatanti di cronaca sono appunto individui del “gentil sesso”, per lo più vittime di ‘maschi’ brutali anche verso se stessi (con relative proposte di legge punitive varie, con la convinzione di arginare così un ‘fenomeno’ considerato drammatico nella sua specificità). Non interessa, a coloro che hanno iniziato e fomentano tale ‘campagna’ moralistica intrisa spesso di retorica ipocrisia e di intenti fuorvianti, e neppure alla ‘massa’ coinvolta come acritico “supporto”, inquadrare tali episodi pur esecrabili (vedi articolo sul blog del  12.07.2010 http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/post/2508979.html ) nel generale contesto di violenza, immoralità e individualismo esasperato che impregna la socialità ed ‘emana’ ogni giorno dalla Struttura dell’in-formazione (anche con il modo indecente e la frequenza snervante con cui vengono diffuse proprio le notizie di ‘cronaca nera’); né evidenziare che il tutto avviene, non soltanto senza alcun rilievo statistico predominante di “genere femminile” degli episodi complessivi (sono in media duemila – di cui oltre 500 volontari –  gli omicidi compiuti ogni anno in Italia e sono addirittura in diminuzione quelli in cui sono coinvolte donne), ma in una ‘realtà famigliare’ in cui sono milioni i rapporti sentimentali dove il sesso femminile vive una situazione di sostanziale parità con il partner e molti in cui ha un ruolo anche di maggior ‘peso’; sottacere infine il fatto che una certa permanente “cultura maschilista” (in specie nella pubblicità e nei “codici sociologici” di comportamento) sia nella sostanza la diretta emanazione di quello stesso Potere mediatico e politico che genera violenza, odio e disparità, volendo apparire  nel contempo “paladino” delle vittime e immune dalle sue enormi responsabilità, fa chiudere il cerchio perverso  di tale indegna “campagna”, cui purtroppo una moltitudine di donne medesime partecipa – inconsapevole –  con determinazione ed entusiasmo.

E’ indubbio allora pensare che il “messaggio sentimentale” di Jay, il suo sorriso accattivante ma malinconico e ingenuo possano essere rivolti anche ad una certa parte di “universo maschile” degenerata, ma più importante – per tutti, donne comprese – sarebbe capire questo: ciò che alla fine ha distrutto il suo amore e le sue speranze (certo oltre l’epoca e l’appartenenza di classe che però è trasversale quando si tratta  del deterioramento dei rapporti singoli e collettivi, fino all’estremo della soppressione di una vita altrui o propria), è ancora ben presente nella nostra società ed ha casomai aumentato e allargato le sue potenzialità di rischio, pericolo e pure di “fascino” perverso; poiché nulla più sfugge alla forza invasiva della Comunicazione, in particolare televisiva, che allontana le persone (le ‘coppie’) dal valore cardine dell’esistenza, quello della vita medesima e dal valore contraltare quasi indissolubile, ossia la Passione; la stessa con cui  le parole conclusive del film annunciano che “così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”; la stessa che – attraverso quel nostalgico raggio di  “luce verde” – aveva acceso, ossessionato e poi illuso il cuore pulito del “grande Gatsby”.

Giorgio Quaglia





permalink | inviato da pqlascintilla il 1/6/2013 alle 16:23 | Versione per la stampa
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