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SOCIETA'
26 giugno 2013
Un Paese armato (anche di 'criminosa' ipocrisia)

Il tripudio di retorica ‘pacifista’ che, dal “sacro Graml”  della Stampa in su (o in giù) e passando per i soliti ridondanti social network,  ha percorso con crescente enfasi l’italico stivale chiedendo a gran voce la rinuncia all’acquisto di una novantina di aerei caccia F35 (solo con la sostanziale e generale motivazione però che le ingenti risorse economiche occorrenti sarebbe più opportuno utilizzarle per  esigenze sociali, anche in questi periodi di ‘crisi’), dimostra per l’ennesima volta quanto basso rimanga – al di là delle apparenze – il livello di senso civico ed etico, della stragrande maggioranza dei cittadini, riflesso in questo caso consono alla propria “classe politico-istituzionale”.

Sei anni fa, con l’avvento alla Casa Bianca di un presidente democratico ‘nero-africano’, si erano rafforzate nel mondo le aspettative di vedere una fine imminente delle guerre in corso e una ripresa di un progressivo disarmo; ma l’illusione doveva durare ben poco e l’unico risultato concreto è stato – con l’elezione “pilotata” di Obama (http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2366621 ) – lo svilimento e poi la fine del grande movimento di opposizione che a livello internazionale si era creato contro la politica militarista espressa dal predecessore Bush.

Le devastazioni e le vittime provocate con gli interventi e le occupazioni in Iraq e in Afghanistan sono impressionanti (nell’ordine di svariati milioni di persone fra morti e feriti) e – se sommati alle conseguenze economiche che in seguito ai conflitti anche i Paesi europei hanno pagato e continuano a pagare –  siamo in presenza di complessive tragedie immani (peraltro mai mostrate e spiegate nella loro cruda realtà dalle televisioni, complici essenziali dell’industria bellica).

Ora l’Italia, ha sempre partecipato e partecipa tuttora con servile accondiscendenza, in primis del suo Presidente della Repubblica – a fianco dell’alleato USA – ad ogni intervento armato dallo stesso voluto e deciso (spesso con l’avallo compiacente dell’ONU) e questo, per giunta, in spregio all’art. 11 della Costituzione che “ripudia la guerra come mezzo per risolvere le controversie di carattere internazionale”, nonché con il consenso scandaloso di quasi tutto il Parlamento, mai così ‘unito e trasversale’ quando si è trattato e si tratta di finanziare le guerre o le così dette “missioni di pace” (o “umanitarie”), per le quali le risorse economiche si trovano sempre e non mancano mai (il ‘bilancio’ per la “Difesa”  nel 2012 ha fatto salire l’Italia al decimo posto tra le Nazioni con le più alte spese militari del mondo: 26 miliardi di euro in media all’anno, che equivale a 70 milioni al giorno!); fino alla precedente legislatura, soltanto l’”Italia Dei Valori” di Antonio Di Pietro (e in precedenza Rifondazione Comunista) aveva reiterato la sua contrarietà nelle relative votazioni.

Se si esclude il primo periodo delle due citate guerre, a livello popolare è stata però ben misera in questi anni l’avversione alle decisioni scellerate che di volta in volta sono state assunte dai Governi e da deputati e senatori di quegli stessi partiti che – questo il punto davvero grave e penoso – hanno continuato ad avere ampio sostegno elettorale, segno che il ‘tema’ delle responsabilità legate agli stessi conflitti non è mai apparso e mai stato giudicato dirimente; ossia le Istituzioni hanno continuato imperterrite ad agire, “in nome del popolo italiano” e con la sua inerzia o il suo disinteresse ben indotte e garantite dalla struttura dell’in-formazione, al servizio degli affari delle lobby  internazionali delle armi (e alcune grosse produttrici sono locali, peraltro con l’ovvio favore di dipendenti e sindacati: dalla ‘statale’ Finmeccanica alla Fincantieri, dalla Fiat alla Beretta, fino alle bresciane Valsella e Sei, ‘specializzate’ in mine ed altri esplosivi, per un business complessivo che solo per l’export vale 3,5 miliardi di dollari, in continua crescita e pure verso Stati in conflitto secondo quanto la legge vieterebbe, finanziato oltremodo da svariate banche, anche all’insaputa dei loro clienti che quando sottoscrivono fondi o simili non sanno di sostenere le “industrie della morte”).

 Con l’ingresso alla Camera e al Senato del “Movimento 5 Stelle”, in modo deciso contrario a queste ‘logiche’ perverse (tanto da aver richiesto inascoltato, dopo la 52esima ‘vittima italiana’, il ritiro delle truppe dall’Afghanistan), la tradizionale “classe politica” ha manifestato un certo disorientamento, subito neutralizzato però in particolare dal Partito Democratico che sulla vicenda degli F35 – di cui aveva deciso la costruzione – ha ora concordato con gli alleati di destra uno slittamento dell’avvio progettuale per un approfondimento sui costi e sulle modalità (ma intanto nello stabilimento Faco di Cameri a giorni prenderà il via l'assemblaggio, non inficiato dalla mozione governativa); un modo opportunista e diplomatico per non perdere consensi a sinistra, sminuire le richieste degli “avversari”, dilazionare ma non annullare l’operazione e, comunque, mantenere di fatto inalterate le proprie visioni-scelte ‘militariste’, con una eventuale, fuorviante ‘concessione’ all’opinione pubblica.

Del resto, quest’ultima, come abbiamo visto distratta e inerte da molto tempo, appare ben pronta e disposta ad ‘accontentarsi’, mentre il nostro rimane e rimarrà così un grande ‘Paese armato’ (anche di ‘criminosa’ ipocrisia).

Giorgio Quaglia






permalink | inviato da pqlascintilla il 26/6/2013 alle 23:15 | Versione per la stampa
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