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CULTURA
25 novembre 2013
“Violenza contro le donne (femminicidio)”: il più imponente e mistificatorio tentativo di autoassoluzione (riuscito)

Oggi 25 Novembre 2013 il Paese, come in altre occasioni, si è distinto nel prendere parte a una fra quelle iniziative che con una litania sempre più stupida e inutile – tranne che per il mantenimento di apparati altrettanto stupidi e inutili – vengono lanciate dagli organismi più svariati (di solito in ambito ONU) e definite “giornate internazionali di, per o contro…”, nel caso odierno “per l’eliminazione della violenza contro le donne”. Una valanga di manifestazioni ha coinvolto numerose città e organizzazioni e l’insieme della struttura dell’in-formazione (in particolare televisiva, ma con uno specifico – più pedissequo – coinvolgimento dei social network ) ha riversato sulla massa più o meno in-differente degli utenti i relativi messaggi di “partecipazione, interesse, consapevolezza, indignazione”, ecc. ecc., mentre un certo numero di attori, cantanti e altri personaggi dello spettacolo si sono prodigati (tutti senza compensi?), con la stessa retorica enfasi professionale della totalità dei conduttori di programmi e talk show, per rendere più incisivo e ampio il generale ‘significato’ della giornata.

E’ stato così un tripudio di immagini simboliche, con scarpe del tacco rosse sparse nelle piazze, nastrini a lutto (il culmine pacchiano a Domodossola dove il Municipio ha una nuova illuminazione di facciata che in queste sere dà  a essa un colorito rosa) e innumerevoli rappresentazioni; quindi statistiche sbandierate sul numero delle ammazzate dall’inizio dell’anno (ma sono in decrescita), gli elenchi impersonali dei nomi o invece l’esposizione melodrammatica dei volti e delle storie (non solo nei palinsesti indecenti e ad hoc di molte TV).

Il quadro consueto degli avvenimenti, si è completato poi con le roboanti dichiarazioni che a livello politico-istituzionale hanno rimandato anche alle recenti aberrazioni legislative, emanazione diretta del famigerato neologismo ormai in uso per indicare l’uccisione di una persona di sesso femminile (se il colpevole è un ‘uomo’ però!), ossia il “femminicidio”, con il relativo inasprimento delle pene (per inciso, va detto che voler fare una distinzione anatomica nei casi di omicidio appare già di per sé una contraddizione in termini nonché etica se il proposito dichiarato e l’azione evidente sono tesi a parificare per gli individui di entrambi i sessi diritti, doveri e perciò pure colpe e eventuali punizioni; e ciò non fa che rendere più evidente la convinzione che nessuna norma repressiva conduca ad una modifica comportamentale, tanto più se essa – con la sua specificità – ha la pretesa di intervenire su un fenomeno considerato appunto ‘specifico’; per essere più chiari: nessun deterrente per una mano assassina, anche se di un maschio, può scaturire da dettami di legge che indicano e distinguono per gravità rispetto al ‘genere’ della vittima).

Ora, ammesso e non concesso che – insieme alle estreme diversità  delle condizioni sociologiche vissute dalle comunità umane nei  vari Paesi (non si può paragonare, ad esempio, l’India con la Svezia o la Germania con il Marocco) -  i fenomeni presi in considerazione abbiano la portata enorme cui si tende a dare (e far dare) credito e supporto, per l’Italia nessuno si è preso e si prende la briga di denunciare quanto il modo in cui in questi ultimi anni si è voluto e si vuole affrontare gli stessi non solo non sia utile per cercare di inquadrarli in qualità e quantità (pur seguendo tale ‘logica’ impropria, sono addirittura in diminuzione, sui 5000 che avvengono all’anno, gli omicidi in cui sono coinvolte ‘donne’) nel giusto contesto collettivo, o soltanto per farne “prendere coscienza” (come se fosse qualcosa di estraneo al contesto urbano abitativo) ma sta producendo una prolificazione consistente delle situazioni di potenziale negatività, anche per spirito contagioso di emulazione.

Non a caso si evita con sistematica cura di inserire la “violenza contro le donne” in quella generale che, insieme all’immoralità e all’individualismo, pervade la quotidianità e le sue espressioni mediatiche (con punte di calcolata efferatezza nelle TV e nel Cinema) oppure con un preciso riferimento alla “caduta verticale” subita – anche in conseguenza a ciò – dal valore della vita; per non parlare poi dell’omertoso silenzio su una “liberazione sessuale” che non ha potuto e non può ancora avere come valido supporto una conseguente e diffusa educazione/profilassi (scolastica e sanitaria), per la presenza e il ruolo svolto con arrogante ingerenza dalla Chiesa cattolica romana (che, volendo ergersi e schierarsi a strenua “tutrice” dell'esistenza e richiamandosi con immutata pedanteria alla ‘famiglia’ e alla ‘fede’, si è sempre opposta, con la complicità asservita di una classe politica becera e anti-laica, a norme di progresso a garanzia della dignità e del libero arbitrio delle ‘donne’ – e della ‘coppia’–  , maternità in testa); il tutto con conseguenze tragiche in specie per le nuove generazioni e a vantaggio dannoso di un senso profondo di disorientamento e disgregazione fra l’insieme delle persone. Molte delle quali, peraltro mantengono un’arretratezza culturale alla base di numerosi atteggiamenti pratici e di un costume ‘maschilisti’, discriminatori verso il mondo femminile, sui quali di rado si pone con serietà l’accento anche da parte dei fautori di tale vera e propria 'campagna' moralistica a difesa di…, più propensi invece e come abbiamo visto ad accentuare con esagerazione le  distinzione di genere” solo per gli atti di violenza più o meno brutale.

Il fatto è che tale ‘metodo’ di denuncia  riferito pressoché in toto a coloro che – determinati ‘maschi’ – in modo singolo commettono violenza (per giunta come se con ciò si potesse ‘educare’ o far ‘desistere’) e di individuazione compassionevole e fisica di chi muore (tranne che per il “carnefice” spesso suicida), evita con cosciente furbizia e celato alibi di ricondurre alle responsabilità complessive ben più ampie, importanti e gravi di un Potere che ha voluto e saputo ‘unificare’ i cittadini solo dal punto di vista delle propensioni consumistiche e, all’interno di ciò,  ‘mercificandone’ però la visione reciproca a discapito soprattutto delle ‘donne’; di uno Stato indegno, incapace di far valere le sue prerogative di equo insegnamento e tutela civile e culturale, anche per le sue commistione, contiguità e complicità con la criminalità mafiosa e le sue pratiche di corruttela (e incapace oltre a ciò di assistere in modo adeguato tutti coloro che subiscono soprusi e alcune meritevoli associazioni che invece si prodigano); infine della struttura preposta alla funzione in-formativa, vero degenerato “motore” propulsivo di un ‘comune sentire’ che di solito riassume in sé tutte le aberrazioni psicologiche e comportamentali. Ipotizzando quindi obiettivi e azioni di contrasto e di opposizione, ormai sempre più flebili, è in tale direzione che andrebbero indirizzati allora da parte di tutti in modo indistinto, considerando caso mai in tale ambito il riferimento preciso alle discriminazioni di ‘genere’ pur ancora esistenti (nel lavoro e in campo sociale), riportando il “peso” degli individui al loro ‘valore’ e al loro ruolo e non mantenendolo nella distinzione sessuale (prerogativa essenziale in presenza per giunta di convinzioni ‘omofobe’).

Per questo insieme di sintetiche ragioni (altre sono illustrate in precedenti articoli richiamati con appositi link in fondo al presente testo), con l’apice penoso e ipocrita raggiunto nelle ore appena trascorse, l’insieme degli appelli, delle azioni, delle espressioni, insomma dei metodi usati e che si usano con sempre maggiore frequenza –  e con la disponibilità e l'attivismo più o meno in buona fede anche di milioni di 'protagoniste' – per esprimere contrarietà, rifiuto e impegno risolutivo per la “violenza contro le donne”, a mio avviso va considerato il più imponente e mistificatorio tentativo di autoassoluzione (riuscito) messo in atto dalla ‘classe dirigente’ italiana (e, in parte ormai, anche europea).

Giorgio Quaglia



http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/post/2508979.html  

http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2013/06/01/il_raggio_verde_del_grande_gat.html





permalink | inviato da pqlascintilla il 25/11/2013 alle 19:51 | Versione per la stampa
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