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CULTURA
2 marzo 2018
Fortunato Tami: La maestria del segno, l’armonia del colore.

Un pittore dimenticato, oggi rivalutato dalla Mostra del 2017 al Forum di Omegna

Sto sfogliando, con qualche mese di ritardo, il catalogo che il Comune di Omegna, inIMG_4859[1] occasione della mostra dello scorso anno al Forum, ha dedicato a Fortunato Tami (1875-1942), un pittore figurativo autodidatta, nato a Ovaro (UD) in Carnia, che fin da giovane si dedicò all’incisione e al disegno litografico.

Per ragione di lavoro, trascorse parte della sua vita nel Cusio (abitava a Crusinallo, dove aveva formato la sua famiglia) e nel Verbano (a Intra, dove si dimostrò valente litografo all’Arti Grafiche Almasio). Dal 1913 si specializzò nell’acquerello e s’iscrisse all’Associazione Acquerellisti di Milano, partecipando tra gli anni Venti e Trenta, a numerose esposizioni collettive in Italia e all’estero, ma proponendo anche diverse mostre personali. Raffigurava vedute e scorci di laghi, valli, pendici montane e paesi con baite, oratori solitari, piccole fontane, stradine acciottolate, chiese con sagrati e piazzette. Le cronache del tempo lo descrivono con un carattere mite, assicurante, sereno, serio, meditativo, coscienzioso, eclettico, perfezionista e instancabile. Possedeva una sicurezza di mestiere, confortata da una tecnica che richiede disciplina, perché non tollera errori o ripensamenti e non permette correzioni. Infatti, osservandone i lavori, si nota che la sua pennellata è sicura, rapida, di getto e senza ripassi sul colore. Inoltre, Tami appare dotato di un’ottima conoscenza del disegno, che, come si può osservare, non è mai evidente, altrimenti risulterebbe un disegno acquerellato e perderebbe sia in freschezza che in luminosità. In lui, al contrario, c’è robustezza interiore, solidità di composizione e una grazia classica senza fronzoli.

IMG_4861[1]Non disdegnava anche di ritrarre gente comune che incontrava tra le rive dei laghi o nelle osterie sui monti, vecchie che escono dalle Chiese, bambini alla fontana o che rincorrono galline, anziani barbuti che fumano la pipa e altri personaggi locali dal cui ritratto fuoriusciva un intimo profondo, poiché coglieva i modelli dal vivo.  Continuò, però, costantemente a operare pure nell’incisione e nella raffigurazione di cartoline e manifesti, oltre a collaborare alla “Domenica del Corriere”, alla “Tribuna”, alle edizioni Vallardi, Ricordi, Virtuani, con disegni o illustrazioni di vario genere. Personalmente, penso che pure questi aspetti secondari del suo lavoro professionale andrebbero studiati e non considerati solo frutto di un’attività artistica minore, che gli ha dato l’opportunità di vivere serenamente. Nel 1935 si trasferì a Milano, poiché gli impegni di lavoro ne esigevano la presenza quotidiana, tuttavia, con l’animo nostalgico al Cusio e al Verbano. Morì nel 1942 ed è sepolto a Crusinallo. La Galleria Spriano di Omegna nel 1967 gli allestì, forse, l’unica mostra antologica, prima di quella al Forum di Omegna.

Nei suoi soggetti paesaggistici, si nota un segno pulito, ricco di colori vivaci e benIMG_4860[1] amalgamati ed è difficile comprendere, con simili caratteristiche, come mai sia rimasto per così tanto tempo nell’ombra. Ora, tuttavia, grazie ad attenti curatori, come scrive nel saluto sul catalogo l’assessore Sara Rubinelli, è stata riportata alla luce la sua storia e la sua produzione che fa risaltare l’artista per le proprie capacità e qualità che ne definiscono un ruolo di rilievo, per sensibilità e maestria. Le fa eco il coordinatore dell’evento, Roberto Ripamonti, il quale annota: <<L’obiettivo che si propone questo testo è di fornire un quadro, il quanto più possibile completo, di ciò che è stato pubblicato su Fortunato Tami che possa servire da strumento di conoscenza e di approfondimento dell’opera di questo dimenticato artista>>.  Il catalogo contiene anche una sintetica biografia dell’artista, curata da Giulio Martinoli e un saggio sul pittore, dal titolo significativo “Un ingiusto silenzio”, dell’Avv. Beppe Martinoli: <<Un silenzio, tanto strano quanto ingiusto, è calato sul nome di Fortunato Tami, pittore acquerellista di notevole dimensione e di grandissimo respiro>>.

A dare forza e vita al suo pennello – a mio avviso, osservandone le opere – sono stati i suoi dialoghi con la natura e con le cose semplici, e sebbene maturasse in un primo Novecento, dove le avanguardie si sforzavano di cercare il nuovo in un panorama diIMG_4862[1] notevole efficacia e creatività, egli rimase fedele ad un verismo tradizionale con paesaggi e figure che andava scovando nei suoi percorsi tra l’ambiente circostante. Con tocco rapido e sapiente, sfumando macchie e ottenendo i bianchi e gli effetti luminosi dal chiaro della carta su cui stendeva le tinte acquose, coglieva i soggetti con immediatezza, creando dei piccoli gioielli dall’ispirazione lirica. Molti luoghi li ha ripetuti, ma nel mutare del loro incanto e con il variare dell’aspetto che l’alternanza delle stagioni determina nelle cromie e nei riflessi della luce. C’è tanta poesia agreste, un inno ai tramonti e alle aurore luminose, in questi fogli. Anche nell’alternanza dei soggetti, la sua tecnica resta univoca, compatta identica a se stessa. Essa si nutre di colori quasi uniformi, in visioni fluttuanti tra terre, laghi incastonati da una catena di cime e cieli diafani o solcati da tenui nuvole: un sipario, questo, dove si stagliano casolari, alberi, vegetazione o figure di persone qualunque. Una pittura sostanziosa nei contenuti, quella di Fortunato Tami, molto raffinata negli aspetti formali, basata su solide doti d’intuito e di realismo che gli consentirono di rendere in chiave ideale sensazioni ed emozioni, espresse con macchie delicate e trasparenti nei paesaggi; mentre i ritratti sono resi con placidi accordi chiaroscurali e incarnati morbidi.

Giuseppe Possa

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permalink | inviato da pqlascintilla il 2/3/2018 alle 17:27 | Versione per la stampa
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