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musica
20 novembre 2019
Augusto Daolio: pittore (non solo storico cantante dei “Nomadi”)


a964fc8e2f_2869510_med[1]Una retrospettiva delle sue opere - “Paesaggi spaesati” - è stata allestita di recente a Milano, alla Fondazione Luciana Matalon, dall’Associazione Augusto per la vita.

<<Disegno molto, quando l’attività di musicista mi lascia tempo per farlo, porto con me cartoni, fogli e inchiostri, disegno ovunque mi trovo, nelle stanze d’albergo, nei ristoranti, nel mio studio, in campagna a casa di amici>>. Così raccontava il mitico cantante dei “Nomadi”, scomparso nel 1992.

Augusto Daolio (classe 1947) a scuola, eccelleva solo in musica e in disegno, che lo71182572_10221071499795993_499673312645873664_n salvarono dalla “catastrofe scolastica”: <<Ho avuto un buon rapporto con i libri solo quando non dovevo più leggerli per dovere>>. Fu il pittore Vivaldo Poli, ora scomparso, che intuì questa sua predisposizione naturale fin da bambino e gli insegnò a dipingere. Sebbene questo eccellente artista, ancora oggi, viene spontaneo associarlo solo ai “Nomadi”, gruppo musicale di cui fu fondatore a 16 anni, e leader fin che visse, confessava, esponendo le sue opere, che fin da bambino si era sempre interessato anche alle arti figurative. <<La musica la coltivo>> confidava, <<come mezzo sociale per comunicare con gli altri: ansie, rabbia, amore, idee e progetti. La pittura per scavare dentro me, per interrogarmi, per lo stupore, la meraviglia e il segreto>>.

Quando negli anni Settanta, mi capitò di vederlo dal vivo, assistendo a un concerto in undaolio 35 teatro di Milano (in prima fila, grazie a una sua cugina che ai tempi lavorava con me) mi fece una strana impressione. Mi apparve subito come un grande professionista musicale, ma un personaggio fuori dal coro, un po’ distaccato da tutto e da tutti, con quel suo look vistosamente bizzarro, con quell’aura morbosamente cagionevole… al punto di immaginarmelo un genio “predestinato” a morire giovane. Eppure sprigionava la carica, l’entusiasmo, coinvolgenti, di chi sa interpretare, con intelligenza e passione, i sogni e le inquietudini dei giovani, pieni d’energia e innamorati della vita, come si era noi in quegli anni. <<Quella vita>> come scrisse poi sua moglie Rosanna Fantuzzi: <<che sentiamo ancora gli appartenga ogni volta che con una canzone, un dipinto o una poesia ci seduce>>.

Non conoscevo la sua attività pittorica (se non per qualche illustrazione di dischi o manifesti), fino a quando l’amico e fotografo Beppe Fusé (che dei “Nomadi” è un fan indomabile) non me ne ha parlato, informandomi che per la prima volta a Milano era stata allestita, dall’Associazione Augusto per la vita, una retrospettiva dei suoi dipinti, soprattutto oli e chine, alla Fondazione Matalon (Foro Buonaparte, 67). Su suo suggerimento, sono quindi riuscito, appena in tempo, a vedere la mostra e ad ammirarne le opere, prima della chiusura.

70504716_10221071499195978_6418608566927622144_nQui i dipinti di Daolio, che esprimono e comunicano gli stessi sentimenti ed emozioni della sua musica (e per me sono stati una piacevole sorpresa) hanno trovato la galleria prestigiosa, in grado di metterli in risalto con un nuovo respiro e una rinnovata energia, in cui ogni visitatore può trovare una personale interpretazione, perché come sostiene Rosanna Fantuzzi: <<Lui dipingeva quello che sentiva e voleva che fossero le persone, guardando i suoi quadri, a sentire qualcosa e a dargli un titolo. Era curioso di sapere cosa gli altri ci vedessero dentro scoprendo, grazie a loro, cose di cui lui non si era reso conto>>.

Nell’osservarli, si possono apprezzare la ricchezza e la profondità del suo pensiero creativo (tra un simbolico metafisico e un fantastico surreale), ricco dei fermenti, delle idee, di una generazione nata nel dopoguerra e spinta a battersi, in un immaginario 70346641_10221071498515961_6930647309462011904_ncollettivo culturalmente diverso, impregnato di aspirazioni generazionali, per una società migliore, in un dialogo con la natura e con le emozioni umane. Diceva Augusto: <<…disegno “paesaggi spaesati” confusi nella mente, carpiti un po’ ovunque… in essi si nasconde l’uomo non sempre visibile, ma che sa mescolarsi alle cose, scambia i ruoli, diventa cavallo e albero, un gesto, una mano, occhi e l’infinito cielo come teatro, come messa in scena ideale>>. Aggirandomi tra i suoi oli su tela o cartone, chine, matite colorate e pastelli, linoleografie, gessetti, sculture di piccole dimensioni, ho potuto constatare che era una fantasia fuori dal comune a guidare la sua mano talentuosa, nella ricerca di un mondo onirico e magico. Tutto quello che presentava era sempre e comunque ben radicato nella natura, “madre e ancella” di tutte le cose.

Se devo concludere con un giudizio critico, in generale, sulle sue opere, dirò innanzitutto che Daolio deve essere considerato pure come poeta, perché solo in questa veste poteva dipingere, con tanta semplicità, naturalezza e forza, non un sogno, ma l’ equivalente di un mondo di sogno, in cui spazio, nitidezza delle immagini nella morbidezza soffusa dei colori (spesso quasi monocromatici), trasmettono quel senso di smarrimento della società, nato dall’incertezza in cui ci si trova, del luogo, del tempo e del significato delle cose.

70644006_10221071499555987_5910324854170583040_nLe figure, eseguite con estrema meticolosità, ritraggono anche un mondo invisibile, reso visibile da uno spirito vivo, inquieto, forse romantico. Lo si nota, per esempio, nei molti alberi “umanizzati”, che paiono sul punto di essere strappati dalla terra con tutte le radici, forse da una forza energetica cosmica che li vuole salvare, per farli rivivere ecologicamente altrove. È la raggiunta consapevolezza di un artista che si misura con la creatività della sua mente e ne traccia i profili con vigore e rara intensità espressiva. Il suo naturalismo realistico (o realismo naturalistico) è traboccante anche di rupi, grotte misteriose, apparizioni di spiriti immateriali, agghiaccianti ma ariose vedute di vegetazione, boschi aggrovigliati, luoghi selvaggi e rocce che paiono rievocare forme antropomorfe, cieli solcati da nuvole inquiete, radici e arbusti avviluppati pronti a rinascere o a pietrificarsi.

E ancora, figure umane o animalesche trasformate in elementi della natura o viceversa,foto daolio cristallizzate in una poetica malinconia. Ovunque pare regnare provvisorietà, silenzio, solitudine, in un susseguirsi di vita e di morte. Sono, forse, tutte metafore allusive della nostra condizione e della sua ineluttabile solitudine; vaporose atmosfere di paesaggi irreali, somiglianti più che a un’oasi di pace, a un ricercato isolamento dalla civiltà, dagli altri. Le opere di Augusto Daolio a me sembrano testimoniare una convivenza tra uomo e paesaggio, per dar tregua alle ansie esistenziali e ai rovelli introspettivi di un animo profondo. Il tutto in quel suo bisogno di frantumare l’iconografia, quasi che l’immagine dell’essere umano possa emergere da improbabili rovine: sono scavi nel cuore, più che nella terra, capaci di dar forma ai sogni esistenziali.

Giuseppe Possa

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permalink | inviato da pqlascintilla il 20/11/2019 alle 8:8 | Versione per la stampa
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