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arte
27 luglio 2020
Incontro con Gabriele Cantadore nel suo studio “fucina”

La mostra personale "ALP underground" di Gabriele Cantadore sarà inaugurata venerdì 7 agosto alle ore 17,30 nella sala polifunzionale  di Toceno (l'esposizione è visitabile tutti i giorni fino al 23 agosto, nella Casa Parrocchiale in piazza della Chiesa di Toceno, nei seguenti orari: 10-12 e 16-18. Chiuso il 15 agosto)

prefazione di Giuseppe Possa al catalogo

116584493_10224397268698137_4947409760728267906_nPer tracciare un “ritratto” artistico di Gabriele Cantadore, sono salito in Valle Vigezzo, “la valle dei pittori”, a Toceno, nel suo studio “fucina”, posto in una costruzione ai limiti del paese, a cui si accede tramite una scala ripida e un po’ stretta. È un ampio locale, con sottotetto a vista e due piccoli soppalchi. Una grande vetrata lo illumina e permette di accedere al balcone, dall’alto del quale si ammirano le montagne circostanti e tutta la vallata. È qui il suo ambiente creativo, dove vige un apparente disordine, ma ci sta pure un soffice divano su cui egli si accomoda in riflessione, quando vuole controllare l’opera “in fieri”, che lavorata in posizione orizzontale sul pavimento, per l’occorrenza, viene appoggiata su un cavalletto. Oltre i materiali di recupero (legni consunti dall’uso e dal tempo, lamiere corrose, ferrami e oggetti disparati), ci sono gli innumerevoli quadri già realizzati, appesi alle pareti o sparsi per terra, tra gocciolamenti e macchie. “Convivono”, sparpagliati un po’ ovunque, colori acrilici, spray, bidoncini di “marmoran”,  plastiche e cellofan di diversi formati, ceneri e sabbie contenute in secchielli, vetri spezzati; oltre agli strumenti abituali o insoliti che l’artista utilizza per i numerosi collage, tagli, assemblaggi e bruciature (coltelli, spatole, falcetti e accette di varie misure, cazzuole, taglierine, motosega e sega elettrica, trapani, un fornello, un cannello con bombola a gas, spazzole, pennelli, pennellesse e altri oggetti).

In questa confusione, lo sorprendo indaffarato e dopo gli usuali convenevoli, mi guardo in giro stupito, e lui mi anticipa informandomi che sta lavorando su una complessa tecnica mista, dove tra la vetustà dei materiali scelti, strappati, lacerati, bruciati o liquefatti e tra tonalità scure, con predominio del nero, si demarca protagonista una mucca, che dal centro domina i larghi fondali da cui la figura emerge.

Come per schermirsi, mi precisa subito che è un autodidatta, ma puntualizza: <<Avevo uno zio, soprannominato il Giuaca, che disegnava delle piacevoli scene di vita alpina concantadore 3xc ogni sorta di animali rurali, ma già dall’infanzia, ancora prima di frequentare le elementari, mi piaceva scarabocchiare con matite e pastelli. Certo, forse, quelle sue espressioni hanno preso consistenza nel mio immaginario, ma mia mamma faceva pulizia nella casa della famiglia Bona e mi portava sempre con sé. Alle pareti c’erano tanti quadri dei grandi pittori vigezzini e io restavo estasiato a guardarli. Probabilmente è da lì che ho cominciato a mettere insieme i colori, nel tentativo di imitarli. Ho poi saputo, in età adulta, che si trattava di tele del Fornara, del Ciolina, dei Giorgis, del Rastellini, del Peretti e di tanti altri>>.

Gabriele ha poi proseguito negli studi, fino a frequentare anche i corsi della scuola Enaip di Domodossola, la città dov’è nato nel 1977. Non era, però, molto portato per lo studio, per cui fu presto avviato al lavoro in loco: dapprima in una fabbrica di lattoneria; in seguito e per alcuni anni come muratore; infine, con maggiori responsabilità, sempre nel ramo edile, nella vicina Svizzera, dove tuttora opera. <<È proprio grazie alla manualità delle mie professioni artigianali>> spiega, <<se oggi ho acquisito una tecnica artistica che mi permette di portare a termine creazioni così complesse. Prima, comunque, per passione avevo già dipinto paesaggi della nostra tradizione su tela; in un secondo tempo, osservando in particolare la pittura di Antonio Gennari, ho realizzato pure temi umani dai toni espressionisti e ho iniziato a comporre i primi collage, inserendovi ritagli di giornali o elementi fotografici >>.

Dal 2010, però, Cantadore ha intrapreso questa complessa e riuscita ricerca che lo ha imposto alla critica oltre i confini ossolani, con esposizioni in città del Nord Italia e in Spagna, ottenen116375704_10224397278298377_3766117168297015093_ndo anche premi e riconoscimenti importanti. <<Da allora, non uso più le tele>> afferma, <<i miei supporti sono ripiani di legno, lamiere, plexiglass, carton-gesso. Su tavole incollo, inoltre, juta, carta catramata, cellofan e mescolo colori acrilici, catrame, plastica bruciata. Intarsio, ritaglio o incido figure di animali legati al mondo contadino, sovrappongo e impongo le mie tracce utilizzando sabbia o scavando linee e graffi dentro quel magma lavico che si forma>>.

I suoi quadri contengono sagome arcane, primordiali, con energie sprigionate da una natura germinativa, pastosa, grumosa e intricata: essi, anche se appaiono terrosi e laceranti, sono assemblati con gesti fisici istintivi, quasi ritmati e con una tensione vigorosa che parla al cuore. <<Non a caso>> sostiene, <<mentre sono intento nella realizzazione dei miei lavori, ascolto musica rock, o registrazioni di armonie o rumori naturali, come il fuoco, l’acqua, i campanacci, il sibilare del vento, che mi danno una carica interiore>>.

Nel frattempo, guardiamo un documentario di Matteo Ninni presentato al Working Title Film Festival di Vicenza, dal titolo “Di acqua, di fuoco e quello che resta”, in cui il protagonista è appunto Gabriele, colto in vari momenti del suo operato, all’internocantadoreer dell’ambiente che lo circonda e degli alpeggi che lo hanno visto pascolare e accudire le mucche da ragazzo. Nell’osservare - in questo filmato - l’artista di Toceno mentre scava o incide, sulle superfici delle sue opere, segni particolari, vortici misteriosi e impenetrabili, quasi filiformi riverberi di sfoghi nervosi, misti a un’eccitazione creativa per l’incredibile tensione emotiva che producono, mi viene spontaneo chiedergli cosa essi significhino per lui. Mi guarda sorpreso, poi precisa: <<Non so darti una spiegazione razionale; forse sono misteriosi tratti incisivi, vaghe forme geometriche, che vedevo in vecchie baite. Non so dirti se hanno un qualche consistente o impenetrabile motivo: io li ho presi quali segni di presenza, valori umani remoti, che probabilmente sento dentro di me simili a intense ferite interiori>>. Come se l’autore fosse preso da un’ansia, da una volontà di difesa, dalla commozione di chi è tutto intento a scandagliare un proprio patrimonio intimo, nutrito di ricordi e di sentimenti, in cui ritrovare la più profonda ragione di sé e della propria esistenza.

In tal senso, si potrebbe definire la ricerca di Cantadore come una sorta di “archeologia del presente”: uno scavo continuo nel serbatoio delle percezioni emozionali, sedimentate nella memoria collettiva locale, che appartiene al nostro passcantadore 2xato, che purtroppo sta perdendo la propria identità, ma indagato e “reimpostato” in relazione al “qui e ora”. L’artista, infatti, sembra raccogliere dentro di sé simili energie antiche, che lo spingono a impastare sui supporti queste ritagliate, scolpite, geometricamente stilizzate, figure di mucche, asini, pecore, capre: <<A me piace>> prosegue, <<“ritrarre” il bestiame, forse un ritorno alla mia infanzia, quando da bambino salivo all’alpe e quindi un desiderio inconscio di dare valore a questa cosa>>.

La presenza umana è quasi superflua, sottintesa, anche se qua e là appare con sfuocate immagini ridotte a puro effetto grafico o semplice traccia di ombre. Lui aggiunge che non è necessaria: <<Anzi, là ove ho inserito donne o uomini paiono pressoché bloccati, simili a roccia, mentre gli animali li faccio scorrazzare, saltellare, liberamente>>.

Di questa cultura alpina, del lavoro negli alpeggi, rimangono solo le testimonianze e i materiali in disuso, che hanno perso la capacità di assolvere il compito a cui erano destinati e ora utilizzabili solo per “un’arte povera” o per i musei che conservano tutto il malessere di tale ormai triste realtà: muri che cadono - con le travi, le piode, la ferraglia - all’interno delle baite che l’uomo lentamente ha abbandonato alla decadenza, perdendo di vista il passato e le proprie origini.

Tutto ciò costringe i visitatori di questa mostra a un diretto confronto con l’oggi e con le sue problematiche anche sociali; dall’altro, di interpretare le immagini che sembrano quasi icone fuori del tempo, seppure per ora a noi ancora familiari.

Sin da principio la ricerca estetica di Cantadore si caratterizza per il recupero delle radici “arcaiche”, che sono poi alla base della sua stessa espressione plastica. Così le sue opere, ora composte con legni, pietre, sabbia, cenere e amalgamate con bruciature di plastica, cellofan, plexiglass, sono capaci di dialogare, come pitture rupestri, per quel conservare intatto il loro mistero, sfuggendo a qualsiasi tentativo di chiarimento, restando ipotetici i significati e i motivi della loro esecuzione.

Sta forse proprio in questo, a mio avviso, la magia di tali ardite composizioni, presenti 116664072_10224397270458181_1824725872592667429_onell’esposizione, dai colori ombrosi, freddi o caldi, spesso dolorosi; molte venute alla luce durante il “codiv 19”, come lui stesso conclude: <<Durante il periodo di solitudine dovuto al “coronavirus”, ho avuto l’opportunità di lavorare molto, di sperimentare, però, sfruttando e utilizzando solo quello che avevo in studio, in quanto impossibilitato, a causa delle prescrizioni imposte, ad allontanarmi dal paese per fare acquisti. Ho avuto modo anche di riflettere sulle cose essenziali della vita: per mangiare bisogna coltivare la terra. Mi sono concentrato pure sull’acqua, sul fuoco; su spiritualità contrapposte tra l’angelo e il diavolo, tra il bene e il male; sulla conoscenza della materia con la sua sorda, confusa e contraddittoria vitalità>>.

Cantadore ha raffigurato il bestiame, qui evocato in trasparenza, scavato o applicato a “silhouette” nei quadri, come se si trovasse nel proprio “eden” esistenziale, reso però buio dall’aridità di una magmatica combustione plastica senza luce e lacerata da bruciature fulminee, a rappresentare l’abbandono delle terre di montagna, di un’esistenza che grazie agli allevamenti di bovini, ovini o caprini ha permesso alle civiltà alpine di sopravvivere in una dura realtà, tuttavia straordinariamente pregnante e vivace.

I materiali “poveri” più disparati impiegati da Gabriele - intesi nel loro “recupero” funzionale, da utili per uno scopo concreto a trasformazione artistica - finiscono per esprimere precisi valori di comunicazione, attraverso graffiti, segni primitivi o archetipi, tracce ch116380811_10224397184536033_8311421450344937735_ne rivelano, appunto, presenze di animali e di incerte presenze umane. Valori espressivi, dicevo, in quanto mettono in risalto la “necessità interiore” dell’artefice di queste stesure quasi monocrome, il quale in pratica, evidenziandone la continuità, ne indica un impiego nuovo.

Forse, viene smitizzata l’arte cromatica e “en plein air” della tradizione locale precedente, ma si avvicina alla realtà di oggi, simbolica e allegorica: sulle montagne abbandonate dall’uomo, la natura si riprende il suo spazio selvaggio e i suoi animali selvatici. Cantadore, a mio parere, ha cercato e sta proponendo una rinnovata poetica, una “poetica altra”, che sia ricordo e partecipazione, le cui caratteristiche principali sono rispettivamente rappresentate dalla macchia in forma pastosa e dal segno incisivo, dal fuoco e dall’acqua, dalla terra e dall’etereo: fedele testimonianza della fine di una cultura alpina, per la quale l’autore ha qui fuso, in simboli visivi, immagini della natura, della memoria e dell’inconscio. Mentre i colori splendenti, dei vigezzini del passato, come per metamorfosi, li ha sostituiti con le tinte delle ferite buie dell’anima contemporanea.

Giuseppe Possa

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permalink | inviato da pqlascintilla il 27/7/2020 alle 22:40 | Versione per la stampa
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