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letteratura
4 ottobre 2020
“VIETATO VIVERE” di Giorgio Quaglia

Pubblichiamo l’intervento di Giorgio Quaglia durante la presentazione del volume di Rocco Cento, “Vietato Morire” (Ed. Mnàmon, Milano), alla Società Operaia (SOMS) di Domodossola, il 26 settembre 2020. (Nel libro è raccontata la storia di un insegnante che vive la condizione assurda, di chi pensa a una vita immortale, eterna, ma possibile solo sotto altre forme. Nel frattempo, appartiene a una comunità in cui è perseguitato, maltrattato dai suoi studenti, che lo accusano di pedofilia. In uno scontro con uno di loro, quest’ultimo vilmente colpito, cade accidentalmente da una finestra; portato in ospedale, muore. In obitorio ritorna in vita, nudo, poiché proprio in quel momento esce un’ordinanza che fa divieto di morire, “Vietato morire”, appunto).

*****

<<Non sappiamo dove la morte ci aspetta, aspettiamola ovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci libera di ogni soggezione e da ogni costrizione>>.

All’antitesi di tale visione concepita da Michel de Montaigne nel 1500, il nostro sindaco impomatato alla Rodolfo Valentino impone con formale ordinanza il ‘divieto di morire’ a tutti gli esseri viventi nel suo Comune… che diventa così un territorio-fortezza preso d’assalto e come tale difeso.

Questo pretesto letterario per parlare della vita e del suo ‘caos’ di situazioni ed eventi (simboleggiato anche da una trama ingarbugliata e assurda intrisa di paradossi spiritualistici e umani), avrebbe potuto anche risultare troppo ridicolo (come alcuni personaggi stessi) e in qualche modo forzato e fantasioso all’eccesso. Un aspetto sminuente rispetto alla capacità non consueta di Rocco Cento di descrivere con le parole e giocando con le stesse, situazioni, vicende, sensazioni ed emozioni (tale da farlo ergere quasi in solitudine nel panorama letterario della nostra provincia e non solo).

Senonché, senza volerlo ma in fondo con presagio intellettuale, il libro e la sua storia (anzi le sue storie che si rimandano e si intrecciano a formare quasi più romanzi), concepita svariati anni fa, è apparso nel mese di Giugno 2020 e questo cambia in modo radicale il paradigma, se così si può definire, tanto da aver trasformato in una ‘geniale rivelazione’ il suo presunto punto di debolezza. Il nostro sindaco tinto di copertone, di fronte a gravi problemi di bilancio, vuole eliminare ogni spesa legata all’ospedale, all’assistenza e alle cure di persone e animali ammalati. Considera cioè la sanità (su cui peraltro nella vita vera negli ultimi quarant’anni si sono giocati e si continuano a giocare i destini di partiti e amministrazioni, nonché le carriere e gli interessi di molti politici), un onere insostenibile e così impone per legge il divieto di ammalarsi e soprattutto di morire.

Potremmo a questo punto -ribaltando la situazione ma poi neanche tanto: basterebbe cambiare il nome e le figure legate all’ordinanza- constatare con chiarezza che spesso la realtà (in particolare quando è terribile) supera di gran lunga la fantasia, ma non si tratta tanto o solo di questo rispetto a quanto di inimmaginabile invece è successo e sta succedendo in questi mesi.

Come ci ricorda il filosofo Giorgio Agamben nel suo ultimo pamphlet “A che punto siamo?  L’epidemia come politica”, già nel 2013 Patrick Zylberman aveva descritto il processo attraverso il quale la sicurezza sanitaria (che nella storia di Rocco arriva all’estremo del ‘divieto di morte’), fino allora rimasta ai margini dei calcoli politici, stava diventando parte essenziale delle strategie statuali e internazionali.  In questione è nient’altro che la creazione di una sorta di “terrore sanitario” come strumento per governare quello che veniva definito come ‘lo scenario peggiore’. È secondo questa logica del peggio che già nel 2005 l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) aveva annunciato da 2 a 150 milioni di morti per l’influenza aviaria in arrivo (peraltro mai verificatesi) suggerendo una strategia politica agli Stati che si articolava in tre punti:

  1.  costruzione, sulla base di un rischio possibile, di uno scenario fittizio in cui i dati vengono presentati in modo da favorire comportamenti che permettono di governare una situazione estrema;
  2. adozione della logica del peggio come regime di razionalità politica;
  3. organizzazione integrale del corpo dei cittadini in modo da rafforzare al massimo l’adesione alle istituzioni di governo, producendo una sorta di civismo superlativo in cui gli obblighi imposti vengono presentati come prove di altruismo e non si ha più il ‘diritto alla salute’, ma diventa giuridicamente un ‘obbligo alla salute’.

D’altro canto, sempre secondo Agamben (che si rifà allo storico del diritto romano Yang Thomas), quel che è avvenuto a partire dai primi decenni del 900 è che il diritto ha progressivamente teso a includere in sé la vita, a fare di essa il suo oggetto specifico, di volta in volta da tutelare o da escludere, con effetti non sempre positivi.  Come infatti gli studi di Michelle Foucault hanno mostrato, la biopolitica tende infatti fatalmente a convertirsi in tanatopolitica;  quanto più il diritto comincia a occuparsi esplicitamente dalla vita biologica dei cittadini come un bene da curare e promuovere,  tanto più questo interesse getta la sua ombra nell’idea di una vita che “non merita di essere vissuta” (l’esatto opposto del ‘messaggio’  implicito nel libro di Rocco,  quello cioè che ogni vita va vissuta nella sua interezza e complessità,  anche dolorose).

Non è per niente esagerato in tal senso l’invito rivoltoci sempre dal nostro filosofo a riflettere con attenzione sul fatto che il primo esempio di una legislazione in cui uno stato si assume programmaticamente la cura della salute dei cittadini sia l’eugenetica nazista; ad esempio, subito dopo l’ascesa al potere, nel luglio 1933,  Adolf Hitler fece promuovere una legge per proteggere il popolo tedesco dalle malattie ereditarie, legge che portò alla creazione di speciali commissioni per la salute dalle quali scaturì la sterilizzazione cotta … stavo per dire vaccinazione… di mezzo milione di persone; metodo che peraltro era già stato in precedenza programmato negli Stati Uniti.

In sintesi, quando il diritto e la medicina  si mischiano stringendo un patto ambiguo e indeterminato con i governi, questo, oltre a non condurre a risultati positivi sul piano della salute,  può invece portare a  inaccettabili limitazioni della libertà degli individui e costituire il pretesto ideale per un controllo senza precedenti della vita sociale; allargando in modo fantasioso all’intera Italia le antiche mura della città di Domodossola, il cui ingresso per ordinanza – e con filo spinato e tre mura di cinta – era negato ai musulmani,  agli ebrei  e a fedeli di altre confessioni… insomma ai ‘migranti’…, si ha una immagine emblematica di quanto sia successo in realtà con la cosiddetta pandemia, però evocata in concreto nel volume di Rocco fuori dal Comune, dove si era accampata e brulicava la massa dei disperati che non voleva più morire,  mentre il tutto -fuori e dentro-  veniva riportato e amplificato dai cronisti dei vari telegiornali accorsi da ogni dove.

A quest’ultimo proposito e per restare all’attualità che anche per l’angoscia e la rabbia provate io non voglio rendere avulsa o trascurabile, sta proprio nella scellerata azione terroristica di TV,  giornali e social (con tutti i loro operatori prezzolati e da strapazzo),  la risposta più ovvia alle ‘dolorose’ domande che si è posto e ci ha posto Giorgio Agamben: “Com’è potuto avvenire che un intero Paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? Come abbiamo potuto accettare che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che -cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi (né col fascismo, né col nazismo)-, che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale? Oppure di limitare così, in una misura mai riscontrata nemmeno durante le due guerre mondiali, la nostra libertà di movimento sospendendo di fatto i nostri rapporti di amicizia, sociali e di amore, nonché considerando il nostro prossimo un ‘pericolo’,  una fonte di contagio?”.

Certo,  tutto ciò è avvenuto perché in fondo abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale -che è sempre insieme corporea e spirituale- in una entità puramente biologica, tralasciando tutto il resto, restando muti, docili e impassibili  (compreso il Papa di Roma che porta il nome di Francesco, il quale abbracciava i lebbrosi),  di fronte allo scempio di etica,  socialità,  cultura,  economia e umanità (le parti del libro di Rocco in cui questi aspetti diciamo spirituali della vita -spesso compressi  nei ricordi nostalgici- sono peraltro le migliori, le più intense e scorrevoli, anche dal punto di vista linguistico:  il quartiere della Cappuccina, la storia della famiglia, l’impegno politico nel Partito Comunista, la Resistenza).

Il fatto è che, appunto senza il nefasto e criminale ruolo svolto (tutt’ora) dalla superstruttura dell’informazione (televisioni in testa) -complici gli altrettanti criminali organismi internazionali come l’OMS- non avrebbe potuto realizzarsi in tale drammatica misura e non potrebbe  (coi suoi reiterati e assurdi provvedimenti)  protrarsi così a lungo (confermando fra l’altro ciò che paventava Tocqueville,  ossia che la democrazia tende a degenerare dispotismo, tanto più -possiamo aggiungere noi- se al governo del paese  vi sono forze che si richiamano a valori e principi repubblicani quindi proprio democratici).

Il grande e caotico carnevale domese  (descritto con maestria) chiude il libro e svela in fondo la farsesca e violenta pretesa del Potere (di ogni natura), quella cioè di non lasciare che ogni vita possa manifestarsi in tutta la sua libera espressione, in un rapporto stretto e aperto di rispetto e confronto con se stessi, con gli altri e con la Natura, in primis attraverso l’amore (anche quello controverso  provato per il personaggio di Arielle) o  il dolore,  ma anche con l’olio o lo spirito religioso (pur se il suo richiamo formale nel testo appare esagerato e invasivo).

Su tutto deve in fondo rimanere, in contrasto col bel titolo del libro, la ‘libertà di morire’ (anche in libertà).

Mentre un altro triste ‘carnevale’ impazza davvero, con milioni di ‘personaggi’ (mascherati con bavose, sudice, inutili e dannose ‘museruole’) i quali, solerti e servizievoli, continuano a rispettare un’altra ordinanza: “VIETATO VIVERE!”.

Giorgio Quaglia                                            26 Settembre 2020








Giuseppe Possa, Rocco Cento, Salvo Iacopino e Giorgio Quaglia




permalink | inviato da pqlascintilla il 4/10/2020 alle 17:37 | Versione per la stampa
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