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letteratura
1 dicembre 2020
I giovani devono guardare all’arte con uno spirito nuovo (che è poi quello di sempre: antico come l’uomo e ancora valido oggi)

I giovani devono guardare all’arte con uno spirito nuovo (che è poi quello di sempre: antico come l’uomo e ancora valido oggi)

I giovani artisti di oggi paiono troppo protesi verso un successo effimero, come se il mondo intellettuale fosse la casa del “grande fratello”, dentro cui esibire la propria cultura “virtuale”, sotto i riflettori delle telecamere. Non ha più importanza saper scrivere, dipingere, o conoscere la musica, quindi sacrificarsi per imparare la “tecnica” che soddisfi pienamente la passione che brucia dentro, come una “febbre”; l’essenziale è esibirsi, apparire, sentirsi qualcuno, trarre magari profitto, senza pagare il prezzo al “mestiere”, all’esperienza e alla professionalità.

Ebbene, a mio avviso, senza impegno, senza la conoscenza “artigianale” del pennello, della penna o di altri strumenti artistici, non è possibile dare “qualcosa” agli altri. Sì, perché l’arte ha anche lo scopo di offrire un messaggio, non importa quale, alla società dentro cui si vive (pure un paesaggio, beninteso, può ispirare sentimenti sublimi all’uomo).

Solo i giovani (è storia di tutti i tempi) possiedono l’energia e la fantasia per creare qualcosa di nuovo; tuttavia, nell’avere la consapevolezza del proprio valore, non devono lasciarsi annebbiare il cervello dall’autostima; ma devono cercare di dare un sentimento forte all’arte, assecondandone la funzione sociale, capace di dare un apporto ai processi di formazione di un popolo. A volte, anche i sogni, le utopie, sanno procurare l’opportunità di vivere creativamente la realtà.

Riassumo qui, brevemente, alcuni dei motivi sul “perché si fa arte”, che elencai in un mio articolo, pubblicato oltre quarant’anni fa sulla rivista “Nuove Prospettive” di Milano e che, in linea di massima, ritengo tuttora validi.

…Fare arte significa soddisfare l’inesauribile ansia di creare che è dentro di noi. Non ci si dedica ad essa per moda, speculazione, ideologia, ambizione, per passare alla storia; ci si dedica per scelta di vita, per vivere fino in fondo la condizione che ci è toccata, assieme a milioni di uomini, perché non sappiamo rassegnarci alla quotidiana sconfitta, perché vorremmo che i nostri pensieri si facessero azione, per incitare l’uomo a ribellarsi dai vecchi gioghi che l’opprimono, <<per bruciare – come dico in una mia lirica – un’altra pagina di diario scritta sulla propria pelle>>. Non si fa arte per conto dello Stato o stando seduti sopra una cattedra: si fa per amore, per angoscia, per insicurezza anche; per interrogarsi, per arricchirsi intellettualmente… Si possono pure comporre opere per sapere chi siamo, cosa vogliamo, come e dove vogliamo andare: per compilare il nostro diario, la nostra storia personale o perché il nostro animo è sensibile ai problemi dei deboli e degli emarginati, ma senza lasciarsi condizionare dalla mentalità snobistica dei troppi che lo fanno più per inseguire una moda che per vera convinzione… Ci si può donare all’arte per rabbia, per ribellione, per disperazione, per contestazione, per protesta, per quell’aspirazione di cambiare il mondo, ben sapendo di non poterlo fare… Ancora, ci si impegna nell’arte perché si soffre, si gioisce; per gridare la via della salvezza e della speranza; per andare contro tutto quello che non ci piace: contro la cultura ufficializzata, contro le multinazionali, contro l’asservimento al potere che ci sfrutta, contro i sottogoverni e il clientelismo, contro coloro che continuano a dire che bisogna fare e non fanno mai niente; contro la repressione che non è certo solo quelle delle dittature o del potere accentrato nelle mani di pochi, che aboliscono ogni voce di dissenso o di opposizione: repressione è anche il non trovare lavoro e vivere quindi da disoccupati, il non avere una casa o l’abitarne una fatiscente, l’essere abbandonati e dimenticati… Ci si dedica all’arte anche per cantare le bellezze rigogliose e fermentanti della natura; per puntare l’indice contro gli armamenti o le mostruosità ecologiche; perché migliaia di uomini muoiono ancora di fame o di cancro; per resistere alla violenza, all’ingiustizia, alla brutalità: la nostra resistenza deve essere libertà, pace, amore, lotta ai soprusi, lotta di ogni giorno che non si piega, che non scende a patti… Si compongono opere d’arte per una speranza (o fede) di inviare qualche messaggio, lanciando la classica bottiglia nell’oceano, per quell’indomabile, come affermava Ungaretti, “allegria di naufraghi”… Infine, e concludo, io compongo versi, come scrivo in una mia poesia: <<Per affidare al segno della penna/ossessioni speranze/e vivere ancora su quest’isola-universo/dove nel mezzo del crocicchio/siamo la memoria e i posteri>>.

Per restare libero nel pensiero, per non discostarmi da questi ideali, ho preferito guadagnarmi da vivere, occupandomi di amministrazione e bilanci (pur trovandomi alle dipendenze di una delle più importanti case editrici). Ho ottenuto qualcosa? Non lo so. Ciò di cui sono certo è che non mi sono mai rassegnato, ho perseverato con “follia” nella mia passione, senza dover rendere conto ad alcuno, felice di qualsiasi pur piccolo riconoscimento del mio lavoro, sempre aperto alla speranza, pure dopo innumerevoli difficoltà e delusioni. Anche se non lascio un segno, mi sono tuttavia nutrito del grande bisogno del mio spirito e, contro l’insipienza culturale del nostro tempo, ho sempre creduto nell’importanza della creatività: ho avuto il coraggio di fare, nel tempo libero, quel salto nel buio, che mi ha permesso di rinascere nella luce di ogni mattino.

…L’artista – sostenevo ad un corso del Comune di Milano di qualche anno fa, in cui fui invitato a parlare ad un gruppo di giovani studenti sul tema <<Poesia come esperienza>> - è un uomo che soffre, poiché vive con intensità la vita, vive la realtà. È difficile da capire, da sopportare, perché è originale, improvviso, alterno: infatti incide, graffia, accarezza, seduce… La sua grandezza va ricercata nella sua piccola voce personale, capace di infondere umanità, amore per gli altri. Questo non significa che egli debba abbracciare una fede o una causa politica, significa piuttosto che l’artista debba sentirsi una specie di architetto della ragione, il quale sappia offrirci con la sua opera un aiuto morale e umano, anche nei momenti in cui sarebbe facile lasciarsi sopraffare dall’assenza di valori e di impegni sociali o da violenze ideologiche… - e concludevo – che comunque, per quel bisogno innato che è dentro di noi, l’arte, si fa, oggi e domani, come sempre, più di sempre, al di là dei discorsi e delle recensioni, dei gruppi e a volte persino degli stessi autori.

Colgo l’occasione per spronare i giovani a dedicarsi all’arte con questo spirito e per ringraziare tutti gli artisti su sui ho scritto, perché mi hanno stimolato alla riflessione e all’elevazione culturale, che è fermento di vita e piacere dello stesso esistere. Grazie a loro, posso continuare a proclamare ancora i miei ideali giovanili, con la stessa forza dell’utopia e della speranza.

Giuseppe Possa













(Giorgio Quaglia, Giuseppe Possa e Rocco Cento, del giornale cartaceo "La Scintilla", pubblicato negli anni Settanta. Oggi sostituito dal blog)




permalink | inviato da pqlascintilla il 1/12/2020 alle 9:47 | Versione per la stampa
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