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letteratura
26 dicembre 2020
“Affinità criminali” di Rocco Cento, il secondo romanzo di una trilogia iniziata con “Vietato morire”.

DOMODOSSOLA - Non si è ancora spento il clamore suscitato da “Vietato morire”, il romanzo di Rocco Cento (Ed. Mnàmon, Milano) - in cui l’autore, ribaltando le paure umane con un divieto, tanto d’attualità in questo periodo, racconta dell’ordinanza di un sindaco che impedisce la morte ai viventi, anche per le difficoltà che la salute pubblica incontra perché troppo cara - che già è in edicola il secondo libro di una sua trilogia. Trilogia, scritta a partire dal 1990, che allo scrittore, un pensatore fuori dal coro, è servita per sviluppare la sua ampia visione del mondo, in quanto aveva bisogno di elaborare un testo esteso, che non era possibile esporre in un solo romanzo: un po’ come Proust, nella sua “Recherche”. A Cento, che da giovane fu anche assessore alla cultura del Comune di Domodossola, città dov’è nato nel 1954 e che in passato ha già dato alle stampe tre raccolte di poesie e due libri di prosa, facciamo qualche domanda.

“Affinità criminali”, perché questo titolo, che pare evocare brutalità e mostri? 

<<Molto sinteticamente posso dirti che il crimine, secondo me, è la “costante” della civiltà umana, fin da Caino che uccide il fratello. L’Illuminismo, la fede nella Ragione, nei miei testi, sono ribaltati, alterati, nell’affermazione della brutalità dell’essere umano. Dopo la Shoah è difficile scrivere, inoculare speranze. La “verità” del Novecento ha spalancato la porta sul baratro, quella natura bestiale dell’uomo che abbiamo conosciuto a partire da De Sade, incorreggibile libertino, nella decadenza complessiva del radicalismo borghese, fino a Mussolini, Hitler, Stalin, Pol Pot>>.

Ma c’è una trama nel libro e qual è?

<<Sì. La trama è uno spaccato, parziale, degli ultimi quarant’anni della nostra Valle. Unica particolarità è il “taglio” di questa storia, intesa sotto il profilo criminale. Come vedi ho inserito l’Ossola dentro questo ampio “canto” di vicende, considerazioni, di ascese e dissoluzioni umane, di fatti e misfatti, perché anche il nostro microcosmo ossolano rappresenta il macrocosmo dell’intera umanità>>.

Perché in quarta di copertina c’è scritto: “non aprite questo libro, verrebbe da dire”?

<<Perché non dà speranze, non è un testo consolatorio, è un pugno nello stomaco, è la “verità” che io ho provato, anche sulla mia pelle, di ciò che è l’uomo. Altrimenti detto, è la testimonianza di quanto ho preavvertito: la iena nascosta in ogni individuo. Il male. Un male che assume via via connotazioni differenti, differentemente enunciati: ndrangheta, massoneria, politica, droga, corruzione, prostituzione, pedofilia, finanche religione, fino ai “virus” di oggi e alla putrefazione sociale. Uccidere l’altro - nemico, avversario, uomo o donna - a vantaggio del cannibale, edonistico e individualista, che riposa in ognuno di noi. Cosa rimane, allora? Rimane la saggezza dell’accettazione, della rinuncia al cambiamento, la consapevolezza dell’impraticabilità del bene collettivo, se non nel privato, nel solipsismo, nella serena solitudine dell’anima, come dicevano gli antichi, nella perfetta tranquillità e serenità interiore>>.

Il romanzo, per concludere, fa riflettere: è duro e violento. Con una scrittura però sorvegliata, alta, ironica e graffiante, con una prosa tra paradossi e conflitti, nei quali si sviluppa il pensiero di Cento, che appare come una babele di linguaggi a imitazione del groviglio umano delle coscienze, dell’io, dell’individualismo sfrenato di questa era oscura. Nella quale ci costringono a morire, murati vivi nella libertà solitaria.

Giuseppe Possa







(G. Possa, R. Cento, S. Iacopino, G. Quaglia)












(articolo pubblicato anche su Eco Risveglio)

https://pqlascintilla.wordpress.com/2020/07/19/lultima-fatica-letteraria-di-rocco-cento-vietato-morire-romanzo-edito-da-mnamon-di-milano/




permalink | inviato da pqlascintilla il 26/12/2020 alle 17:40 | Versione per la stampa
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