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letteratura
26 dicembre 2020
Alessandro Dal Molin: una vita che sembra un romanzo


CREVOLADOSSOLA – Ci sono in Ossola personaggi che hanno affrontato vicende ed esperienze che se narrate da anziani hanno il sapore di un romanzo. Come quelle che Alessandro Dal Molin, classe 1935 di Crevoladossola, racconta in un libro di prossima pubblicazione. Un’esistenza tormentata, la sua, vissuta tra privazioni, sogni infranti sul nascere e duro lavoro per conquistarsi una degna posizione sociale. Le buone qualità di scrittura le possedeva già ai tempi in cui le sue numerose lettere venivano pubblicate su Eco Risveglio, riguardanti svariati argomenti.

Nel libro da dove parti?

“Dall’infanzia, negli anni Quaranta, che non fu certamente esente da privazioni. Ero il secondo di quattro figli e l’unica fonte di reddito arrivava dal papà operaio. La tessera annonaria, assegnata dallo Stato a tutti i cittadini, non colmava le esigenze alimentari necessarie per sfamare le famiglie. L’aiuto dei nonni e l’inventiva della mamma non permisero alla fame di sopraffarci. L’Ossola, nel settembre del '44, fu liberata dai partigiani che fondarono la prima Repubblica Italiana. La liberazione, però, ebbe breve durata e molti adulti, ragazzi e bambini trovarono rifugio nella Confederazione. Io e mio fratello fummo assegnati a due famiglie svizzere e fu lì che, a dieci anni, la mia vita conobbe la prima vera svolta. Una fantastica signora, madre di due bravissimi bambini, fu per me una seconda mamma. Morì molto giovane, ma il suo ricordo vive ancora nel mio cuore”.

Iniziasti a lavorare giovanissimo?

“A  12 anni e i rapporti che ebbi con il padronato di quel tempo, mi rivelò che la guerra non aveva apportato nessun cambiamento. I metodi di lavoro erano simili all’anteguerra, se non addirittura agli ultimi anni dell’Ottocento. Lo sfruttamento della mano d’opera, non aveva regole, tutto era affidato alla benevolenza o meno dei titolari”.

Importante per te fu poi il militare.

“Certo, lo trascorsi a Roma e anche là una donna meravigliosa si incise indelebilmente nel mio cuore, martirizzato da una mente confusa. Maturai, inoltre, esperienze che mi permisero di scoprire attitudini che prima di allora erano state mortificate. Non bastarono, tuttavia, a sconfiggere la negatività dei molti anni trascorsi, in seguito, ai margini della società. La mia vita professionale, dopo il matrimonio, migliorò quando entrai nel mondo del caffè come rappresentante e mi sembrò di volare. Fu un lavoro che affrontai con entusiasmo perché, per la prima volta, potevo sentirmi libero, senza condizionamenti e godendo di un certo benessere”.

E poi?

“La mia esistenza piena d'imprevisti è tutta raccontata nel libro. Comunque, a un certo punto me ne andai in pensione, per accudire mia moglie molto ammalata, ma pure per il desiderio di andare in un luogo dove la possibilità di rigenerarci ci parve maggiore. Ci trasferimmo a Santo Domingo e i numerosi anni là trascorsi ci resero consapevoli che vi sono, tra i popoli, modalità differenti per affrontare avversità che affliggono la vita di tutti noi. Socializzare con la ricca borghesia dominicana, fu relativamente semplice, non esistevano muri invalicabili. Tornammo per l’aggravarsi di mia moglie e la sua morte, sono ormai 6 anni, mi ha sprofondato nel dolore e nella depressione, da cui non mi sono ancora pienamente ripreso”.

Giuseppe Possa

(Articolo in parte pubblicato anche su Eco Risveglio)




permalink | inviato da pqlascintilla il 26/12/2020 alle 17:29 | Versione per la stampa
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