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letteratura
26 dicembre 2020
Intervista a Francis Sgambelluri, autore di “Ribelli non si nasce” (MnM Edizioni)

Considero Francis Sgambelluri uno “scrittore ribelle”, uno dei narratori più autentici, emersi in questi ultimi anni, trascurati dalle grosse case editrici: un autore che riesce a fare, delle sue interminabili esperienze di vita e dei suoi innumerevoli incontri, materia di racconto. Nato nel 1942 in Calabria, quarto figlio d’una famiglia di braccianti e contadini, Sgambelluri aveva due anni, quando un uomo, senza una ragione, uccise suo padre con un colpo d’ascia in testa mentre lavorava nel campo. A sei anni suo zio Carlo gli disse qualcosa che lo colpì profondamente, suscitando in lui domande sulla vita, sul tempo, sulla morte, sull’esistenza o la non esistenza di Dio. Voleva risposte a questa sua improvvisa inquietudine interiore, ma non ne trovava e neppure lo zio sapeva fornirgliene, in modo esauriente.

Da quel momento in poi è iniziata la sua lotta, per allontanarsi dal luogo in cui è nato e poi dall’Italia; in seguito, si sacrifica per sopravvivere, per darsi un’educazione e dedicarsi allo studio. Ha vinto la sua battaglia: ha viaggiato in molti paesi e imparato parecchie lingue, tanto che negli anni Settanta ha aperto una scuola di lingue a Melbourne, in Australia, con successo. Per vicende impreviste, a fine anni Ottanta è approdato a Biella, dove vive tuttora, scrivendo, insegnando e dando alle stampe numerose pubblicazioni su argomenti vari. Da alcuni suoi racconti (la raccolta è intitolata <<Anch’essi non sono che parole>>) sono stati tratti dei film. Ha pubblicato quattro romanzi, tradotti anche all’estero: <<Fiori di Serra>>, <<Lis Finn>>, <<La svolta>>, <<Nicolò>> e <<Contro Corrente>> (un'opera narrativa giovanile), oltre a scritti su argomenti vari e alcuni libri di racconti, tra essi: <<Andando a Canberra>> e ora questo <<Ribelli non si nasce>> (MnM Edizioni, Mantova, per i quaderni di ControCorrente), in cui l’autore riesce ad offrirci un mondo di personaggi stimolanti della società contemporanea. In occasione dell’uscita di questa sua ultima fatica letteraria, ho approfittato per proporgli alcune domande.

Francis, partiamo da questo tuo ultimo libro di racconti. Perché “ribelli non si nasce”? Perché lo consideri “Il manifesto dell’antiarte”?

<<Ribelli non si nasce, ribelli si diventa. L’arte che noi conosciamo, è un’arte manipolata. Non ci sono artisti. Questi, quelli che noi chiamiamo artisti, sono in realtà servi, schiavi, dei nulla, sono tutti o quasi manipolati dai poteri forti. Tutto quello che fino a oggi abbiamo considerato arte, arte in realtà non è; è propaganda, è divulgare, è osannare, il potere. Detto diversamente, salvo qualche piccola eccezione, è scrivere, dipingere, poetare, comporre, scolpire, costruire, fare film, creare canzoni, spettacoli, opere, armonizzando gli organetti del “malaugurio” sul fare di quelli che governano il mondo, sfruttandoci. Non si parla infatti che di loro, dei loro “crimini” e misfatti. Tanto per dare qualche esempio, quando Michelangelo dipinge la “Cappella Sistina”, si rende cieco e schiavo dell’ideologia cristiana; quando Tolkien scrive “Il Signore degli Anelli”, si fa servo e bacchettone dei reali inglesi; quando Italo Calvino scrive “Il sentiero dei nidi di ragno”, auspica una società che non cambia mai, una società di vittime e carnefici; quando Tolstoj scrive “Guerra e Pace”, descrive uomini che vivono solo per il loro egocentrismo… e così via>>.

“Ribelli non si nasce, contiene venticinque narrazioni che hanno messo in evidenza i tuoi pensieri, le tue filosofie, le tue conclusioni, i tuoi personaggi, te stesso... leggerli è come scavare dentro le menti degli esseri umani e trovarci tutti concordi. Cosa ne dici tu?

<<C’è una scrittura che sentiamo, fiutiamo tutti ed è quella vera, reale, che parla col cuore in mano; e c’è una scrittura falsa, imbrogliona, disonesta, questa crea zizzania e non armonia>>.

Su alcuni racconti sono stati girati dei film?

<<Esattamente. Due parole solo a riguardo di uno di questi cortometraggi: “Mr Petersen nel Biellese” È il ritratto di Biella per come io l’ho vista quando sono arrivato qui dall’estero. Il regista, Maurizio Pellegrini, quando ha letto il racconto, ha voluto fare il film>>.

La tua vita è stata tutta un romanzo, l’hai riversata anche nei tuoi libri. Ce la vuoi riassumere in breve?

<<Sono apparso da un nulla e poi, strada facendo, ho capito che prima o poi sarei finito in un altro nulla. Questa idea mi ha traumatizzato. Dire che a volte sentivo i passi della Signora delle Tenebre è dire troppo poco>>

Ti sei interessato anche di politica, filosofia, psicologia ecc. oserei dire dei più importanti scibili umani. Le tue teorie le hai raggruppate in una trilogia (“Flash sulla storia dell’universo e dell’uomo”; “Dal nulla del nulla all’immortalità virtuale”; “Figlio degli elementi e del big bang, l’autobiografia cosmica d’un essere umano”) che non lascia spazio a nessun dopo. La vita si trascorre tutta qui e ora. Vuoi parlarcene?

Quest’opera, senza tante pretese e senza tanti giri di parole, si fa portatrice di tre idee fondamentali e sane. La prima: una nuova visione dell’universo e dell’essere umano per quello che sono e non per come noi abbiamo sempre fantasticato che fossero e, purtroppo, continuiamo a farlo. La seconda: l’immortalità virtuale. Cosa vuol dire? Vuol dire che quando scopriamo una legge cosmica che si ripete in eterno, diventiamo anche noi eterni. La terza: un’arte di vivere che se si applica correttamente, permetterà di trarne il massimo dalla vita in tutti i suoi aspetti e potenzialità e fare d’un secondo un’eternità e vivere l’eternità come se fosse fatta d’un secondo. Queste idee e altre sono nella mia Trilogia, il libro che avrei voluto comprare ma non l’ho trovato, quindi l’ho scritto>>.

A proposito dell’arte di vivere, in cosa consiste il suo principio, in breve?

<<Mi considero un libero pensatore e l’arte di vivere, in sintesi, te la posso riassumere così. A scuola si studia di tutto, eccetto la cosa più importante: l’arte di come vivere la propria esistenza. I miei incontri, all’Università Popolare di Biella, miravano proprio a questa: all’arte di vivere, che per come l’intendo io non ha nulla a che vedere con l’arte degli artisti: scultori, romanzieri, pittori, compositori, poeti, ecc. Affatto. Questi creano un’arte idealista, realista, eccentrica, originale, fantastica, fiction e via di seguito e, per farlo, applicano una certa tecnica, logica, forma, talento, stile, maestria creativa. Potremmo definirlo il loro “fare”, un artigianato estetico e geniale. Tutto ciò che si vuole, eccetto un’arte di vivere. Essi, infatti, sono gli ultimi a poter insegnare agli altri come vivere. Tolstoj, Baudelaire, Leopardi, Gauguin, Milton, Puccini, grandi artisti, certo, ma non di vita. L’arte di vivere uno se la deve conquistare studiandola e vivendola con perizia, saggezza e in diretto contatto con l’esistenza. Una volta che uno ha afferrato il concetto dell’evoluzione cosmica e darwiniana; una volta appreso come si è formata e costruita la società umana; una volta che si è emancipato culturalmente e filosoficamente dai mille specchietti per le allodole di cui è composto il tessuto storico… ecco che a questo punto il nostro personaggio è pronto per l’arte di vivere, pronto a diventare lo scultore e il poeta, non d’un prodotto immaginario, ma di se stesso. L’arte di vivere, la vera arte di vivere, inizia da qui: partendo da se stessi. Quella che io proponevo ai miei studenti dell’Università Popolare di Biella non partiva da idee estrose, da concetti mitologici, da bizzarri stili di vita, per nulla, prendeva l’avvio da una conoscenza viva e concreta dell’esistenza e del mondo. La scienza di quest’arte ritiene che la vita “è” un prodotto dal valore inestimabile e non la si può vivere come se fosse uno straccio, sarebbe un imperdonabile spreco e un vero e proprio crimine fisico e culturale: un suicidio a rilento. Ecco allora il bisogno di una scienza e di un’arte che ci permettano di vivere l’esistenza fino in fondo e nella sua totalità.

Quindi?

Il suo insegnamento è: Vivi e lascia vivere - godi e fai godere - ama e lascia amare e cerca di fare d’un secondo un’eternità e vivere l’eternità come se fosse fatta d’un secondo. Quest’idea, l’idea di un’“arte di vivere”, mi ha sempre affascinato e, grazie all’Università Popolare Biellese, l’ho potuta insegnare e sperimentare coi miei studenti. Non mi hanno deluso, sono stati tutti e sempre entusiasti e io con loro. Il nostro motto era: crescere insieme. A un certo punto, ho deciso di smettere d’insegnare l’inglese, che pur mi piaceva, per dedicarmi solo a questo insegnamento. E così, passo dopo passo, anno dopo anno, stava maturando in me anche l’idea di scrivere un libro. In realtà, poi, non era uno, ma 4 i libri che avevo in mente, per cui “Il testamento di Orazio Guglielmini” lo suddivisi così: “L’Indifferenza divina” - “Lo Stato predatore” - “Il Paese delle meraviglie” - “Ha un senso la vita?”.

Come si possono sintetizzare questi 4 volumi?

Il primo, “L’Indifferenza divina”, espone l’operato della religione: tutti noi, per com’è culturalmente impostata la visione del mondo, ci scontriamo prima o poi con questo argomento e vorremmo capire perché crediamo o non crediamo in quello che crediamo e non crediamo. In esso c’è anche la risposta a questo assunto, la mia. Il secondo, “Lo Stato predatore”, esamina l’impianto di questa istituzione. Tutti noi, in qualche periodo della nostra esistenza, desideriamo conoscere l’anima e il cuore di questo sistema che, in un modo o nell’altro, guida, domina e influenza la nostra vita. Anche qui ho dato una risposta la più obiettiva possibile. Nel terzo libro, “Il Paese delle meraviglie”, ho provato a scrivere, dalla nascita a oggi, la storia del paese in cui sono nato, perché, a mio modo di vedere, un essere umano, per esserlo (umani non si nasce) e per diventare un degno cittadino, deve conoscere la storia del proprio paese. Non quella che usualmente insegnano i testi ufficiali, spesso strumentalizzati, ma la storia vera. È quello che ho cercato di fare io ne “Il Paese delle meraviglie”. Il quarto e ultimo libro, “Ha un senso la vita?”, si propone una riflessione, dopo avere esaminato un certo numero di argomenti determinanti, sulla vita, e cioè se abbia o non abbia un senso. Chi, durante la sua esistenza, non si è mai fatto questa domanda: “Ha o non ha un senso la vita?”. La mia “arte di vivere”, in sintesi, è contenuta in questi quattro libri>>.

Tu hai sempre attaccato i falsi miti e le vecchie credenze: così l’impulso di emergere e di farsi strada nella vita con le proprie forze diviene per i protagonisti dei tuoi libri la giustificazione del loro essere al mondo. Spiegati.

<<In un mondo reale dovremmo vivere con dei valori reali. Purtroppo non è così. Il nostro mondo si nutre di falsità. C’è un protagonismo individuale e un protagonismo sociale. Io preferirei quest’ultimo quand’è piazzato in favore della società>>.

L’arte, la libertà, la giustizia, il desiderio di distruggere questo mondo dei potenti che non hanno nessuna considerazione per l’umanità, ci costringono a vivere in una civiltà mostruosa e fallita. Qual è il tuo pensiero in merito?

<<Cancellarla e rifarne un’altra. La vita non è facile per nessuna specie: è un incubo! Però gli esseri umani, volendo, potrebbero trasformarla in una società umanamente vivibile, accettabile>>.

Per concludere: miseria, amore, rabbia, morte. Tutto questo, e anche qualcosa di più c’è nei tuoi scritti, spesso autobiografici. Ti consideri un “testimone” del nostro periodo storico?

<<A mio modo di vedere la società, sì. Mi sento certamente un testimone del contemporaneo>>.

Giuseppe Possa

(a Biella: Giorgio Quaglia, Giuseppe Possa, Francis Sgambelluri, Giorgio da Valeggia)

 




permalink | inviato da pqlascintilla il 26/12/2020 alle 17:44 | Versione per la stampa
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