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21 marzo 2022
Antonio Tonelli: una pittura come sostanza di vita - INTERVISTA

di Giuseppe Possa

Sono andato di recente nello studio di Milano del noto pittore lombardo per intervistarlo.  Si sono interessati di lui, negli anni, Mario De Micheli, Raffaele De Grada, Rossana Bossaglia, Giorgio Seveso, Ginni Pre, Franco Migliaccio e altri noti critici. 

Antonio Tonelli, pittore realista lombardo, ha prevalentemente lavorato per cicli pittorici, che sono ben rappresentati nella monografia “Un viaggiatore nel tempo”, edita da Mazzotta di Milano, curata da Felice Bonalumi e Luca Pietro Nicoletti. Oltre duecento pagine con immagini a colori delle opere più importanti che ha dipinto in oltre sessant’anni, corredate di un notevole apparato critico che ne mette in luce le sue qualità artistiche. E’ un pittura di “cose”, quella di Tonelli, che spazia tra opere di “occasione”, arte sacra e sociale, piccoli e grandi cicli. 

La svolta decisiva alla propria pittura, Tonelli la diede all’inizio degli anni Settanta, dopo l’incontro con Mario De Micheli. Il cambio della “pelle”, tuttavia, non avvenne d’incanto: prima ancora che sulla tela esso prese forma, grazie anche ai suggerimenti del noto critico, nei suoi pensieri e convincimenti. Dapprima, si trattò di un’evoluzione tematica: non in modo radicale, poiché certi soggetti erano già presenti nelle immagini precedenti; semmai, con l’inserimento significativo di nuovi segni e simboli, l’artista ne amplificò il costrutto. In seguito, fu il suo stile – improntato su di un impianto compositivo e figurale di originale inventiva – a innervarsi di motivazioni, di sentimenti, di pensieri, che ne animarono il contenuto, come esamineremo nel prosieguo.

Nato a Milano nel 1934, non ha frequentato nessuna accademia: il suo mestiere se lo è costruito da autodidatta, se si esclude una sporadica frequentazione da curioso dello studio di Remo Bianco da ragazzo, da cui acquisì la passione pittorica. In seguito, si affidò al proprio istinto, lasciandosi tuttavia influenzare da alcuni autori, soprattutto del passato, a lui congeniali. La rappresentazione della realtà (nei suoi multiformi aspetti interpretativi della vita e della natura), da cui è partito negli anni della formazione giovanile, lascia spazio anche a ricerche sperimentali, queste ultime motivate più dal desiderio di ampliare le proprie esperienze pittoriche, che per vera inclinazione. Contemporaneamente, dedica una serie di disegni ai problemi dell’informatica (allora agli albori), stigmatizzandone, in particolare, il rischio che essa possa assoggettare e schiavizzare l’uomo (interessante ci sembra quello in cui un impiegato si aggira tra i computer, mentre uno scimpanzè gli offre un fiore).

Siamo sul finire degli anni Settanta, la nostra società vive un momento di forti agitazioni e di crisi profonde. Tonelli, che politicamente è di sinistra e comprende il legame che unisce l’esperienza individuale dell’artista a quella collettiva, si lascia giustamente coinvolgere dai conflitti esistenziali-sociali di quel contesto storico. Così le problematiche degli operai, delle fabbriche, dell’occupazione, diventano i temi dominanti della sua pittura, in quel frangente. Si tratta di un momento in cui, con grande impegno, propone opere dedicate alle lotte e alle conquiste sindacali (una delle più sentite è l’acquisizione delle 150 ore, per contribuire al miglioramento culturale e professionale dei lavoratori. In molti quadri, infatti, appaiono sui banconi di lavoro, tra strumenti ed attrezzature, proprio i libri).

Successivamente, egli dà una maggiore robustezza al suo modo di dipingere, utilizzando una figurazione sì realistica, particolareggiata, ma con una cromia più dettagliata, estesa, stratificata da successive velature sovrapposte, con pennellate morbide e sottili, là dove le ritiene più opportune, lasciando magari altre parti della composizione meno definite. È poi andato via via affinando tale tecnica che rimane ancora oggi invariata: uno stile personale, ormai, che fa riconoscere un suo quadro di primo acchito, proprio per l’immagine limpida, curata in modi diversi, ma efficacemente unitaria nel risultato finale. La sua produzione, pertanto, inalterata nella forma, in questi ultimi anni si è sviluppata per nuclei tematici e, grosso modo, in 5 cicli fondamentali (anche se una separazione netta non è sempre possibile, in quanto, non essendoci stata interruzione tra un capitolo e l’altro della sua attività, un periodo perdurava ancora quando l’altro già maturava e poi lo superava).

Il primo corrisponde al ciclo del <<Racconto urbano>>, in varie direzioni. Gli scenari sono quelli della sua esistenza: la Milano dei quartieri popolari, nell’ammassarsi degli edifici-dormitorio; delle vecchie case di ringhiera, con i muri scrostati, con i panni stesi, ma anche con i vasi di fiori sul davanzale, per abbellire, almeno esternamente, una tribolata e faticosa sopravvivenza. Guardando ai suoi “paesaggi” urbani, chiusi e quasi senza speranza; alle sue desolate visioni di periferia, si può pensare all’oppressione dell’individuo vittima di una società industriale che lo circonda, lo soffoca, gli toglie la personale identità. L’aria degli ambienti (privi della presenza umana), resa asfittica, non soltanto dallo smog, ma altresì da un groviglio di tensioni psicologiche, di attese, di contrasti, di silenzi, sprigiona tutto il malessere dell’attuale realtà metropolitana.

Il racconto poi si sviluppa in ogni angolo della “grande” città che ti “dà il pane”; tuttavia, la bicicletta appoggiata al muro di un bar, a fianco della scritta “potere a chi lavora” non è semplicemente il mezzo di trasporto dell’operaio che va al lavoro per “guadagnare”, ma anche dell’operaio pronto a lottare per i suoi diritti, troppo spesso calpestati. Il lavoratore, in alcuni quadri, è pure protagonista, sebbene assente, perché i suoi oggetti, anche semplici (il vestito della festa, o una camicia, una saponetta, le sigarette, gli strumenti per la barba), lì disposti come in una “natura morta”, ma palpitanti più che mai, sembrano trasformarsi in veri “personaggi”, rievocando, appunto, la di lui presenza. Ma l’iconologia metropolitana si allarga, per esempio alla stazione: qui è il problema migratorio a far capolino, attraverso un emigrante che dorme sulla panchina con la valigia di cartone stretta in una mano, per difenderla, come un prezioso tesoro (e per lui lo è) da eventuali malintenzionati. Scrive, a tale proposito, Mario De Micheli: <<Le biciclette contro il muro, i panni alla finestra, o l’insegna di una bottega, i lavandini negli spogliatoi di una fabbrica, ogni altra “povera cosa”, non sono così solo oggetti, ma metafore di un’esistenza non sentimentale portata avanti nella dura ripetitività dei giorni e degli anni>>.

Nel secondo periodo, quello degli <<Orti di periferia>>, il nostro porta a maturazione la propria immaginazione creativa: i luoghi che dipinge sono fuori dalla città, o comunemente ai margini di vasti agglomerati, e rievocano, in un certo senso, il ritorno alla natura. Il cancello di un orto o l’angolo di un pollaio (circondati, magari, da bidoni, cassette di legno, scatole arrugginite, ortaggi diversi, attrezzi di giardinaggio), lì a simboleggiare l’altrove, sono paragonabili alla “siepe” leopardiana (che “il guardo esclude”), e diventano rifugi fantastici nei momenti di solitudine. Inoltre, gli orti, i piccoli campicelli, le baracche ripostiglio, se da una parte rievocano certe “persistenze contadine”, dall’altra fanno pensare al tempo libero dei lavoratori, al loro hobby (che spesso contribuisce ad arrotondare il magro salario), insomma, alla loro evasione settimanale, in una sorta di “hortus conclusus”.

C’è da rivelare, pure, che gli arnesi presenti in questi “luoghi” (rastrelli, zappe, innaffiatoi) vengono raccolti dal pittore all’interno di un determinato angolo visuale, in modo che ognuno di essi occupi ordinatamente una porzione di spazio, in cui i singoli elementi possano differenziarsi ed acquistare una “vita” propria, per mettere in risalto così la loro utilità. Le foglie secche, invece, sono posate lì sui quadri, come per obbedire a quella casualità armonica della caduta roteante, dentro cui pare ancora di scorgere un ultimo soffio di vento. Infine, di fronte al pacato silenzio di queste vedute c’è, come scrive Giorgio Seveso, <<soprattutto uno straordinario trasporto poetico, una intensa adesione alle cose e ai sentimenti relativi alla dimensione quotidiana dell’esistenza>>.

Con la terza fase, <<Nature morte della metropoli>>, Tonelli mette a nudo non solo lo spreco di una società consumistica (la spazzatura finisce proprio per diventare “status simbol” della civiltà del superfluo), ma in particolare anche la nostra tendenza dell’abbandono indiscriminato dei rifiuti. Egli, dunque, osserva questi “oggetti” abbandonati sui marciapiedi, vicino ai tombini, dentro i bidoni (cibi sprecati, gelati sperperati, mozziconi di sigarette, siringhe, lattine, bombolette spray e ogni altro “ciarpame” urbano) e li riporta sulle tele senza ordine, casualmente, proprio come l’immondizia. Anzi, l’autore pare colto da un “horror vacui” che lo spinge a riempire tutto il campo della visione (che risulta rigorosamente frontale e centrale), lanciando un giustificato allarme, quasi che l’ambiente non possa più eliminare i materiali di rifiuto, rimanendone contaminato.

Nella quarta fase, <<La natura e l’oltraggio dell’uomo alla natura>>, Tonelli – come turbato dal presagio di una possibile “catastrofe” ecologica – raggiunge, forse, il suo più alto sviluppo contenutistico. C’è un clima lirico, in quei primi piani (praticamente privi di sfondo), con una natura “personificata” che si fa voce narrante, prendendo – metaforicamente – di prepotenza i colori della tavolozza del pittore per descrivere se stessa: essa, infatti, pare proprio trovare attraverso Tonelli un ruolo di protagonista. Si tratta di un discorso ecologico vero e proprio il suo, a salvaguardia e difesa dell’ambiente (un problema assai scottante ed attuale, oggi). Basti notare ai piedi di una pianta come alcuni arbusti cerchino di rinchiudere (per coprirli o comunque nasconderli) i rifiuti abbandonati dai turisti.

Fa capolino, spesso, tra l’erba o tra gli alberi, un giornale accartocciato che deturpa l’habitat: da esso le lettere, che compongono le parole, paiono emergere come tante formichine, pronte per disintegrarlo e liberare da questo ingombro il passaggio. Altrove, sulla scena appare un lupo, con le fauci spalancate e l’occhio feroce, disposto ad azzannare chiunque, per “legittima difesa” del territorio. O ancora, vicino ad una falce piantata in un ramo, c’è un’aquila dagli artigli protesi, che sembra aver bloccato l’azione devastatrice dell’uomo (che anche in questi quadri non compare, ma lo si percepisce dal deturpamento che egli ha lasciato oppure da un fuoco, che brucia dentro un cartone). <<Ci pare – scrive Gianni Pre – che persino le piante di un’arida selva parlino delle loro vicissitudini: costrette dall’incuria dell’uomo a diventare emblematiche presenze di un habitat come abbandonato a una sorte di desolazione e di morte>>.

Il penultimo ciclo è quello dei <<Lavandini>>, nelle cui opere vengono raffigurate “nature morte” dagli aspetti cruenti e misteriosi (una testa di gallo sgozzato, un coniglio scorticato), alternate ad altre più delicate adagiate proprio sui lavelli domestici (un ombrello rotto, un cavolo, pennelli pronti per essere lavati). Fa notare Franco Migliaccio – che Tonelli <<parte dalle “cose”, ma va a puntare impietosamente la sua attenzione su chi v’è dietro a ognuna di queste storie “banali”: l’uomo, coi suoi drammi, le sue passioni e con le inquietudini che divorano, mai come oggi, la sua tormentata esistenza>>.

Questi “lavandini”, infatti, finiscono per trasformarsi in piccoli palcoscenici teatrali, su cui scompare, appunto, l’uomo che agisce, ma rimangono le metafore. Le piastrelle o mattonelle che avvolgono i “lavandini” sono vere e proprie scenografie (fondali) di alto valore tecnico, per certi riflessi della luce, per quei chiaroscuri di complemento che accentuano il disagio di azioni sviluppate o completate da un senso di violenza. Il coniglio scorticato e sanguinolento (l’occhio lucido e aguzzo come un dito puntato contro la crudeltà), così come il gallo sgozzato, rappresentano, nella brusca rottura del flusso energetico, l’immobilità della morte, che contrasta con l’acqua che scorre dal rubinetto a ricordare la vita: insomma, uno scontro-confronto tra vita e morte. Con questi suoi animali uccisi, Tonelli scava come nei propri sentimenti, nelle proprie sensazioni, nella propria carne: anche l’animale soffre, e, sebbene non conosca la morte come problema (cioè non si pone domande intorno ad essa, non inventa miti) fa, però, prendere senso di essa al fruitore. Quando il pittore, invece, dipinge dei pomodori sbucciati, un po’ schiacciati o tagliati, lasciando colare (nel chiarore della ceramica che ne accentua il rilievo) il loro “sugo” rosso sangue, ci vuole proprio far capire che se anche essi ricordano la caducità delle cose e quindi la fine della vita, non soffrono, a differenza appunto delle bestie. Da qui alla violenza perpetrata sull’uomo e alle relative conseguenze, il passo è breve. Comprendiamo allora perché tutte queste composizioni, presentate tra l’altro con prospettive e punti di vista insoliti, riescano a portarci sulla scena e a coinvolgerci.

Dipinto con una pennellata calda e sostanziosa, l’ultimo ciclo di Tonelli, <<I simboli di Van Gogh>>, in cui alcuni suoi soggetti, uniti a quelli ispirati da “cose” od “oggetti” simbolici del pittore del pittore di Arles (il cappello, la sedia, i pennelli, la tavolozza, i girasoli suggeriscono o diventano veri e propri “omaggi”, come appunta Rossana Bossaglia: <<Tonelli affronta sempre di più nella sua produzione, insieme comunicativa e misteriosa, sorretta da un mestiere sottile, i grandi problemi esistenziali. Quelli appunto che noi continuiamo a identificare nella pittura di Van Gogh, nella sua apparente Solarità>>.

Prima di concludere, occorre far notare che questo vitale e genuino artista, nella sua lunga carriera, ha elaborato anche quadri a tema: come quello dedicato, in occasione del V centenario, alla scoperta dell’America: “L’alabarda sacrilega” che colpisce la divinità atzteca e sputa soldi (apparso pure sul “Corriere della Sera” in un articolo su tale rievocazione storica); o come quell’altro, “L’albero della libertà”, per il bicentenario della Rivoluzione Francese; o, ancora, come l’autoritratto d’artista con famiglia, per una speciale mostra; e ne abbiamo accennati solo alcuni. Di certo, Antonio Tonelli, che ha continuato incessantemente a dipingere, rinnovando le tematiche, è sempre andato alla ricerca di una pittura come sostanza di vita, che egli ha perseguito con mezzi, poetiche, linguaggi, suoi propri.

L’INTERVISTA

Di recente, sono andato a trovarlo nella sua casa di Milano, per proporgli qualche domanda sulla sua vita e sul suo “mestiere” di pittore.  

Antonio, parla dei tuoi inizi.

I miei inizi pittorici avvennero negli anni quaranta quando fui avviato al disegno e ai pastelli colorati, piuttosto che al solfeggio musicale suggerito da mia madre, che bonariamente mi immaginava come futuro organista; ma il maestro di musica, il sacerdote don Gino, parroco della SS. Annunziata di Pontremoli e amico di famiglia, propose ben presto, a ragion veduta, il “cambio” dalla musica alla pittura che fu decisamente proficuo. L’interesse per la pittura maturò ulteriormente negli anni quaranta, quando sbirciavo attraverso la finestra del pittore Remo Bianco che aveva lo studio di fianco all’abitazione milanese di mia zia Angelina. Quando il maestro si accorse che guardavo di nascosto il suo lavoro, mi invitò ad entrare per poterlo osservare direttamente. Da quel momento, ritengo di aver appreso gradualmente gli autentici valori dell’arte e in particolare quanto fosse importante la ricerca specifica della “materia pittorica” e la suggestione che poteva suscitare.

Chi ti sostenne fin dall’inizio?

Il primo critico d’arte che mi ha sostenuto è stato Giorgio Kaisserlian, il quale mi era stato presentato dal collezionista di libri antichi Ermenegildo Granata (caro amico di mio suocero Galileo) il quale, con grande generosità e fiducia nei miei confronti, mi offrì uno studio di fianco al suo appartamento e a quello dello stesso critico d’arte, nel centro di Milano. Kaisserlian in tale circostanza mi frequentava quasi quotidianamente, seguendo il mio lavoro nei minimi dettagli. Presto mi indirizzò verso Mino Pater, titolare del’omonima galleria d’arte a Milano, che veniva periodicamente nel mio studio per vedere i quadri, rimanendone generalmente soddisfatto. Purtroppo, questa favorevole situazione durò poco tempo perché prima Kaisserlian e poco dopo anche Granata morirono e rimasi così senza i miei principali sostenitori. Però Mino Pater, già al corrente della situazione, di lì a poco decise di allestire la mia mostra personale presentata dal critico d’arte Gino Traversi con accenni anche a Giorgio Kaisserlian: era il 1971.

A questo punto si potrebbe intendere che la situazione sarebbe stata tutta da rifare.

Invece no. Durante alcune riflessioni con Gino Traversi, mi riuscì di ricordare di aver conosciuto parecchi anni prima il critico d’arte Mario De Micheli che, in poco tempo, sono riuscito a contattare presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dove teneva un corso di storia dell’arte. Così, dopo un brevissimo periodo di aggiornamento, venne nel mio studio che, nel frattempo, avevo trasferito in un ampio locale lungo il naviglio e di lì a poco presentò una mia mostra di disegni presso la Biblioteca Civica di Saronno.

E in seguito?

Successivamente venni introdotto da Mario De Micheli alla Galleria Ciovasso di Milano, diretta da Giovanni Billari, che aveva costituito un gruppo di artisti, fra i quali, i pittori Gabriele Mucchi, Aurelio C. (Ceccarelli), Luigi Biffi, Remo Pasetto, Pippo Spinoccia, Mirko Gualerzi, Franco Migliaccio, e altri operanti all’interno del periodo storico denominato “Realismo critico/oggettivo”. Dopo questa mostra, la mia pittura si rivolge all’impegno sociale, alle problematiche dell’emigrazione, a quelle del lavoro nelle fabbriche ed al sindacato.

Tutti nomi di artisti noti a Milano, se ne aggiunsero poi altri.

Certo, quelli con cui ho operato in quel periodo sono stati anche Giuseppe Scalvini, Bianca Orsi, Ernesto Treccani, Enzo Vicentini, Dimitri Plescan, Ernesto Tavernari, Luigi Timoncini, Gioxe De Micheli, Giansisto Gasparini, Alberto Venditti e altri.

E tra i critici d’arte, i galleristi e gli editori chi si sono interessati alla tua pittura?

Tra i tanti, quelli che mi hanno seguito più da vicino vorrei ricordare Mario De Micheli, Rossana Bossaglia, Raffaele De Grada, Giorgio Seveso, Gianni Pre, Giuseppe Possa, Felice Bonalumi, Luca Pietro Nicoletti, Teresa Garofalo, Pino Zanchi, Mario Portalupi, Marcello Venturoli, Renato Valerio, Montoya, Giorgio Mascherpa, Dino Campini, Dino Villani. Dei galleristi che nei vari anni mi hanno molto seguito ricorderei anche Arianna e Adalberto Sartori della Galleria Sartori di Mantova e la famiglia Forni dell’omonima Galleria di Bologna. Mi vengono in mente anche tre editori che sono Grabriele Mazzotta, Antonio Vangelista e Nicola Teti, l'Editoriale Giorgio Mondadori.

Raccontaci dell’ispirazione del tuo lavoro, della tua ricerca e cosa hai dipinto negli anni

Come ho avuto già modo di dire anche in altre circostanze, i miei esordi artistici, attorno agli anni Quaranta/Cinquanta, sono stati caratterizzati dall’amore per la pittura degli impressionisti: la libertà di cui si nutrivano, il rifiuto di ogni convenzione ac­cademica, un certo modo di dipingere inteso come vero e proprio linguaggio pittorico, mi indusse a studiare e riprodurre alcune loro opere: fu un periodo pittoricamente felice.  Ma i pittori, come del resto ogni comune mortale, rimangono inevitabilmente immersi nel clima politico-culturale dell’epoca in cui vivono, tanto che i loro pensieri e le loro espressioni arti­stiche non possono essere da esso disgiunti. Nel clima, dunque, di accesi scontri ideologici, culturali e lotte sindacali, non sem­pre la felicità e la gioia di vivere degli impressionisti trovavano diritto di cittadinanza nell’ambito della mia coscienza civile.

Quali tecniche hai utilizzato?

Il senso “materia pittorica” che ho menzionato precedentemente destò sempre il mio interesse e quindi mi sono sempre occupato anche della ricerca dei materiali e delle tecniche. In senso generale posso dire di avere iniziato con acquerelli e colori ad olio, preferendo sempre una superficie liscia e morbida come la tela. Successivamente, iniziando ad impiegare anche i colori acrilici e polimerici, introdussi l’uso di lastre di masonite che si prestavano molto bene per mescolare i colori con altri materiali eterogenei quali, ad esempio, la sabbia, il pietrisco, alcuni metalli, materiali di plastica e molto altro; il tutto allo scopo di raggiungere il livello di emozione che desideravo esprimere con ogni mia opera.

Come definisci il tuo lavoro in generale?

Una caratteristica essenziale del mio lavoro è la libertà di espressione rivolta al clima politico, sociale e culturale dei vari periodi che ho vissuto e vivo. Da qui l’origine della ricerca in varie direzioni, a volte anche contrastanti, per trovare un linguaggio pittorico atto ad esprimere il senso di ciò che vivevo e che volevo rappresentare.

C’è un episodio che ha determinato il tuo passaggio da un sogno d’arte a una professione d’artista?

Fin dall’inizio mi sono dedicato all’analisi critica della realtà e quindi non è mai esistito un sogno d’arte, ma c’è sempre stata la necessità di operare da subito, nei limiti del possibile, in un contesto professionale e quindi il “passaggio” contenuto nella domanda, se c’è stato è stato sicuramente naturale.

Quali sono state le mostre più importanti della tua carriera?

Tutte le mostre che ho allestito nei vari anni le ho vissute e preparate con estremo impegno e partecipazione, tant’è che potrei concludere questa domanda dicendo che a mio avviso tutte le mostre sono state importanti. Però penso che la più importante in assoluto sia stata l’Antologica 1959-2011 (“Un viaggiatore nel tempo”), presso Cascina Roma di San Donato Milanese (MI). In corrispondenza di questa mostra è stata realizzata un’importante monografia dal titolo “Un viaggiatore nel tempo”.

Parla della pittura che hai vissuto tu dagli anni 60 a oggi

I vari cicli che ho proposto nel tempo, essendosi susseguiti per una trentina d’anni, rivelavano esiti pittorici piuttosto diversi poiché durante questo lungo tempo credo si sia verificato un processo progressivo di crescita e una presa di coscienza più risoluta nei confronti del mondo ogget­tivo che volevo indagare. In questo primo periodo le tematiche erano rivolte al tor­mentato mondo proletario, al lavoro operaio, all’emigrazione, all’impegno sindacale, all’ambiente, al degrado urbano, all’inquinamento ed all’ecologia. Penso che Van Gogh abbia analizzato e rappresentato le tematiche di cui mi sono occupato anche io e, a tale proposito, ho dedicato un ciclo di opere proprio a quel grande artista.  Un altro tema che ho sviluppato in seguito era rivolto all’arte sacra. Questo, dunque, è il percorso che mi ha coinvolto eticamen­te e artisticamente per una quarantina di anni; ritengo questo mio impegno abbastanza esaustivo in rapporto al mio lavoro, poiché in esso ha sempre prevalso il tentativo di capire i mu­tamenti e gli interrogativi posti dalla mia epoca, cercando di interpretarla pittoricamente, a volte razionalmente, a volte emotivamente, ma senza enfasi né tendenze di moda e senza mai staccarmi dalle verità e dai valori fondamentali che rego­lano i ritmi della vita.

Hai qualche consiglio da dare ai giovani artisti emergenti

Non seguire le mode, ma solamente il proprio istinto artistico. Se economicamente possibile, consiglio ai giovani di non seguire le leggi del mercato, ma di esprimersi possibilmente in coerenza con la propria visione del mondo e dell’Arte. Cercare di mantenere alto il livello di dedizione pure e soprattutto nei momenti di eventuale difficoltà.  Anche se spesso è difficile, non confondere l’Arte con altre forme di espressione che il più delle volte sono effimere, di moda e decantati, ma che non hanno nulla a che vedere con essa.

Cosa hai ancora intenzione di fare in futuro?

Mantenere la presenza nelle manifestazioni, nei cataloghi di mio interesse e continuare pittoricamente il mio “viaggio nel tempo”.

(intervista ad Antonio Tonelli di Giuseppe Possa)












(Giuseppe Scalvini, Giuseppe Possa, Antonio Tonelli)

Antonio Tonelli è presente da anni, con scheda biografica e critica, con tavole fuori testo, sul CAM (Catalogo dell’Arte Moderna) dell'Editoriale Giorgio Mondadori, curato da Carlo Motta (Responsabile Editoriale) e da Giovanni Faccenda (Consulente e coordinatore critico)

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permalink | inviato da pqlascintilla il 21/3/2022 alle 21:0 | Versione per la stampa
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