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21 marzo 2022
GIUSEPPE ORSENIGO: UN MAESTRO D’ARTE DAGLI SCENARI FANTASTICI

di Giuseppe Possa

Da un tavolo col rombo della pole position, agli assemblaggi con materiali vari; dalle tecniche miste, in un puzzle di colori, al fascino delle ultime opere tra informale e immagini magiche. Una pittura d’emozioni che fa dire all’autore: <<Non dipingo per mandare un messaggio: per quello esistono già altri mezzi di comunicazione>>. Un “sms” o un “sos” per un mondo artistico che, nei meandri del superficial-chic, sta perdendo la propria identità?

(Il critico Gianni Pre, la gallerista Paola Mortara e l'artista Giuseppe Orsenigo)

All’apertura della conferenza, per la presentazione della Ferrari, la F1 2000, l’allora presidente Luca Cordero di Montezemolo esclamava <<Bel lavoro, complimenti>> e non si riferiva alla nuova monoposto realizzata dalla casa di Maranello, ma al tavolo presso il quale si stava sedendo. Il manufatto - un pezzo unico e originale, realizzato con una tecnica d’avanguardia, in modo tale da riprodurre fedelmente il circuito automobilistico di Fiorano, nei caratteristici colori del mondo Ferrari - è opera di Giuseppe Orsenigo. <<Lo spunto per questo lavoro – spiega l’autore – mi è venuto dall’idea di adattare un sistema a strutture di listelli, da me brevettato, disponendolo in verticale. In questo modo, sotto un ripiano di cristallo, ho realizzato il basamento del tavolo, sovrapponendolo al disegno del circuito>>.
Comincia, forse, da quell’occasione il suo desiderio di farsi conoscere, non solo come apprezzato artigiano-designer, ma anche come artista. Una passione, la pittura, che coltiva fin da giovane, che tuttavia aveva sempre tenuto nascosta, dedicandole il poco tempo libero che la sua professione gli permetteva. Proprio all’inizio del 2001, infatti, egli espone per la prima volta le sue opere alla Galleria Mauri di Mariano Comense. Per lui questi “trent’anni di segreto lavoro, quasi al riparo da occhi indiscreti o da giudizi frettolosi e intempestivi”, come scrisse Morando Morandini nella presentazione di quella mostra, sono serviti per affinare il proprio stile pittorico, definito dallo stesso critico: “la firma della sua volontà di fare e di esprimersi”. <<Questa personale – precisa Orsenigo – è nata quasi per caso, grazie a mio cugino Angelo, che mi ha convinto a presentare per la prima volta al pubblico i miei quadri. Andò molto bene e così decisi di continuare a esporre in Italia e all’estero. La cosa che più mi affascina e mi stimola, durante le mostre, è ascoltare i giudizi delle persone: spesso diversi, ma sempre sinceri e, mi sembra, anche interessanti e corretti. Io, del resto, preferisco che il pubblico liberi le proprie emozioni, in modo che ciascuno “legga” i miei quadri con i propri occhi e con il proprio cuore>>.

UNA VITA DA DESIGNER – Ma chi è Giuseppe Orsenigo? Nasce nel 1948 a Cantù (CO), dove vive e opera, terra d’artigiani del mobile e del merletto fin dal Settecento. Frequenta l’Istituto d’arte della sua città (ora Istituto Melotti), dove si diploma Maestro d’Arte nel 1966, sotto la direzione di Norberto Marchi. <<Sono figlio di artigiani del mobile>> dice, <<e quindi mi sono dedicato subito, oltre agli studi, al lavoro in bottega, tra intagli e intarsi che venivano alla luce dalle mani di mio padre. A differenza sua, però, mi sono affacciato a questo mondo quando il secolo si stava facendo incredibilmente breve: credo di dovere quindi molto a quel clima culturale che ha animato gli anni Cinquanta e Sessanta. Il salone del mobile di Milano nasceva allora, come oggi lo conosciamo, mentre a Cantù si organizzavano le “Selettive”, una sorta di concorso internazionale del design, che richiamava le grandi firme dell’architettura d’interni e dell’arte: da Giò Ponti a Fausto Melotti, da Vico Magistretti a Marco Zanuso e Ilmari Tapiovaara, sino a Lucio Fontana che, in occasione della costruzione dell’allora palazzo della nuova “Permanente mobili”, società di cui la mia famiglia fa parte praticamente da sempre, realizzò uno splendido mosaico, purtroppo oggi poco visibile. Mi sono formato così, frequentando anche i corsi dell’Istituto d’arte, dove allora insegnavano importanti esponenti della cultura italiana del saper fare>>.
Il desiderio della ricerca, lo spirito vivace dell’epoca, il voler sempre guardare oltre, pur mantenendo le basi di un’artigianalità importante, non lo hanno mai abbandonato, nè nell’attività di designer, professione che lo ha portato a progettare i più svariati elementi d’arredo (egli possiede un’azienda, è un esperto della lavorazione del legno e detiene un brevetto), né in quello d’artista, che pare nato proprio sotto lo stimolo della personale curiosità. La sua biografia non si discosta da quella di tanti canturini: <<Per anni c’è stato soprattutto il lavoro e la famiglia: mi sono sposato abbastanza giovane e ho due figlie>> poi prosegue, <<l’arte se n’è rimasta un po’ in disparte, ma è sempre stata presente, nelle letture e nelle opere che ho interrottamente continuato a produrre. Nel frattempo, con caparbietà e tenacia, ho affinato la tecnica e lo stile>>.
Orsenigo, facendo tesoro della sua esperienza professionale, dipinge indifferentemente su tela, vetro, plexiglas, alluminio, carta, cartone e soprattutto su legno, sfruttando di questi materiali ora la trasparenza o la solidità, ora la compattezza o la fragilità. Scrive Corrado Cattaneo, un giornalista che in più occasioni ha messo in luce l’opera dell’artista di Cantù: <<La pittura di Orsenigo si pone in bilico tra il recupero di stilemi classici e l’esplorazione di nuovi percorsi, unito all’uso di un simbolismo “minimo”, organizzato attorno alla figura antropomorfica del manichino, eletto a protagonista o a semplice spettatore>>.

E ORA L’ARTE – Alle domande: cosa dipingevi all’inizio e come nacque quest’amore per l’arte? Quando ti sei sentito pittore? Così risponde Giuseppe Orsenigo: <<La ricerca è sempre stata alla base delle mie opere, sin da quando ho iniziato a dipingere negli anni Sessanta con la tempera e i colori a olio per passare dopo a nuovi materiali plastici e poi al legno, al vetro, al metallo, al cuoio. Sebbene lo stile e la forma siano molto cambiati da allora, ciò che anima oggi la mia pittura è, in fondo, sempre questa curiosità di fare perennemente “altro”. Ho iniziato quasi di nascosto, in un ripostiglio, perché dipingere era per me una sorta d’evasione e, come tale, doveva essere, innanzi tutto, intima. Lo è tuttora, anche se ormai dipingo nel mio studio, ed è per questo che è impossibile dire quando mi sono sentito “pittore”: forse lo sono da sempre>>.
Cosa racconta la tua pittura e come la definiresti?
<<Resto legato a chi crede che non si dipinge un quadro per mandare un messaggio: per quello esistono già i telegrammi. La mia è una pittura d’emozioni: nei colori, nelle immagini, nelle sostanze. Per dirlo con la Sontag: quando guardo un mio quadro, mi affascina molto il concetto di erotica della visione>>.
Racconta come dipingi: le tue tecniche, i tuoi tempi, le tue aspirazioni. Da dove trai stimoli e ispirazioni per la tua creatività?
<<Non ci sono tempi precisi, né stimoli identici: i miei quadri escono da sè, magari in un’ora, magari in qualche anno. A guidarmi ci sono i materiali, che si prendono i propri tempi e le proprie attenzioni; poi, ci sono le immagini che ho in testa e che traggo, come del resto fanno tutti, dal mondo che mi circonda>>.
Hai avuto maestri o ti sei ispirato ad artisti “spirituali”? Quali artisti ti hanno interessato inizialmente?
<<All’inizio di tutto; anche se non si direbbe; ti accenno Masaccio di cui continuo ad avere, magari con una lettura influenzata dall’idealismo, un’ammirazione sconfinata. Come ho già detto è comunque, prima di tutto, il mondo che influenza la mia arte: noi tutti siamo sommersi in continuazione da immagini che, anche se non ce n’accorgiamo, influenzano il nostro gusto, il nostro modo di vivere, di comunicare, di parlare e persino di mangiare, come insegnano alle adolescenti le modelle quasi anoressiche che passano sullo schermo. Il mio modo di fare arte nasce da qui, da questa sovrabbondanza d’immagini che non sono mai a mio parere neutre>>.
In quante e quali stagioni può essere considerata e suddivisa la tua attività artistica, nel senso del tuo percorso di pittore?
<<Non spetta a me suddividere la mia attività: certamente le differenze tra le prime opere e le ultime sono evidenti, ma personalmente non sono in grado di scorgere cesure tanto marcate da farmi dire “qui comincia un nuovo periodo”. In fondo ogni mio quadro è diverso da quello che seguirà, ma allo stesso tempo è anche simile, visto che la sperimentazione sta alla base d’ogni mio dipinto. Così almeno è stato sino ad oggi>>.
Ti sei mai lasciato influenzare dalle mode?
<<Dipende da cosa intendiamo per moda, comunque non credo>>.
Hai un momento di “crisi”?
<<Certo, mi stupirei se non ne avessi, ma fortunatamente sono sempre stato in grado di superarli rapidamente>>.
Generalmente a chi fa vedere per primo le tue opere?
<<Alla mia famiglia: il parere di chi mi sta accanto per me è sempre stato importante>>.
Ci sono citazioni nella tua pittura?
<<Ovunque ci sono citazioni, in ogni quadro e, per generalizzare, in ogni dettaglio, ma non cito pressoché mai altre opere o altri artisti>>.
Cosa significa per te fare arte?
<<Tutto? No, ma poco ci manca...>>.
Che cosa prevedi di fare in seguito?
<<Continuare a dipingere e magari realizzare anche qualche scultura, vedremo>>.

UN SUCCESSO DI CRITICA E PUBBLICO – Dalla sua prima mostra, il successo di Giuseppe Orsenigo si è via via consolidato, nell’assidua serie di esposizioni che lo hanno portato dopo Cantù (Palazzo la Permanente del Mobile, col patrocinio del Comune) a Vertemate (RCM Arredamenti), Aosta (in due occasioni: alla Saletta d’Arte Comunale e alla Torre dei Signori di Sant’Orso), Milano (al Nuovo Spazio Aleph, allo Spazio Guicciardini, al Rosso Lacca, alla galleria Zamenhof), Portovenere (alla Fondamenta Chiesa di S. Pietro e, in seguito, al Castello Doria), La Thuile (Sala Espositiva Aiat); Figino Serenza (Villa Ferranti); Mariano Comense (Galleria Mauri); Como (Spazio Espositivo San Pietro in Atrio); Imperia (Pinacoteca Civica)  e in numerosi altri spazi pubblici o privati. Non mancano partecipazioni a collettive sia in Italia che all’estero, come a Innsbruck, Nimes, Parigi, New York.
In tutte le mostre non sono mancati il successo di pubblico e l’interesse della critica, con articoli su giornali e riviste. Da tempo, si stanno interessando alla sua produzione artistica anche pubblicazioni d’arte, di respiro nazionale, come la Giorgio Mondadori del Gruppo Cairo. Fabrizio Bonalumi su “Avvenire” scrive tra l’altro: <<Se ad incantare nelle tele di Orsenigo sono innanzitutto i colori, ci si può lasciare andare a seguire il movimento, a volte vorticoso, che porta “fuori” dal quadro e dà alle opere un aspetto materico>>, mentre “Il Giornale” e “La Repubblica” hanno tracciato brevi profili dell’artista. In una critica che gli ha dedicato Alberto Longatti, tra l’altro, si legge: <<Nelle tavole manipolate da Giuseppe Orsenigo la caratteristica principale è la disseminazione di segni, immagini, figure mescolati in un magma che trova proprio nella complessità la sua giustificazione operativa. Per produrre questo effetto di spessore l’artista adotta una tecnica particolare, con materiali diversi magistralmente amalgamati, talora rappresi talaltra distesi, colati, sovrapposti in una sostanza dalla tattile modellazione.>>. Su “Controcorrente”, il direttore Gianni Pre gli dedica, copertina e  saggio; parlando degli ultimi lavori, scrive: <<Nella recente produzione la tastiera musiva di Orsenigo sembra animarsi di un intrigante spirito pop. I temi sono quelli del quotidiano e del mito, trattati sempre con una manualità d'artigiano d'altri tempi, e con l'estro esplicito o ambiguo dell'assemblatore contemporaneo. Ne risulta una sorta di materiali-strumenti concertati da uno stregonesco compositore, che contrappunta segno, colore, metallo, plastica, vetro, legno in una serie di orditi giostrati tra passato e presente, tra spaccati urbani e della Natura e metafore delle tante vicissitudini che si agitano nei dedalici labirinti dell'animo umano>>.
Non finiscono qui i testi critici apparsi sull’artista canturino, ma l’elenco sarebbe troppo lungo, tuttavia, possiamo riportare ancora qualche giudizio: <<Le suggestioni suscitate dall'arte di Giuseppe Orsenigo sono date dall'intrecarsi di riminiscenze espressioniste con un impianto sostanzialmente informale, gestuale e materico. Allusioni figurali si inseriscono in un impaginato complesso, sotto forma di sembianze che sfumano in atmosfere nebulose, e quindi in un'insondabile proiezione onirica, senza tuttavia contrastare la ricchezza cromatica del contesto visivo>> (Paolo Levi - dal catalogo “Post Avanguardia”, Giorgio Mondadori – Gruppo Cairo). E, infine, lo stralcio di una critica, il cui autore, Virgilio Patarini, dopo aver affermato che le “Torri” di Orsenigo alte quattro metri salgono verso il cielo e anelano all’infinito, in un ubriacante gioco di specchi, eppure al tempo stesso aprono piccoli varchi che ci invitano a concentrarci su noi stessi, sull’essenza delle cose (La Torre di Babele), scrive: <<quadri apparentemente vuoti con un piccolo buco al centro, che ci suggeriscono di andare oltre le apparenze piatte e levigate e spiare dentro quel buco per scoprirci un mondo, dietro il riflesso (im)pietoso di uno specchio (Psicanalisi); sezioni  di tronchi di legno, elementi della natura per antonomasia, sovrapposti a lastre di metallo forgiato e lavorato dell’uomo (Aria, Acqua, Terra Fuoco, Etere, L’uomo – l’albero e l’infinito ecc.), foto patinate tratte da tabloid e ricontestualizzate facendole assurgere ad emblemi di una umanità sublimata (Viso incontaminato, il volto e la vita, e altre)>> poi Patarini prosegue, asserendo che ogni opera di Giuseppe Orsenigo esce dagli schemi e dalle convenzioni <<e ci propone accostamenti spiazzanti , sintesi di elementi apparentemente in contraddizione, con un linguaggio e uno stile del tutto originale. Uno stile e un linguaggio così unico ed originale proprio perché recupera la sapienza di un’arte e un artigianato artistico del saper fare, del saper magistralmente trattare i materiali e le tecniche piegandole alla volontà espressiva dell’autore, coniugandola con una visione modernissima del mondo e della post-moderna dell’arte stessa>>.

CONSIDERAZIONI FINALI – Giuseppe Orsenigo, a mio avviso, possiede una tavolozza ricca e modulata, una capacità gestuale fluida e sicura, un segno che spesso fa intravedere una visione, che subito si scompone nelle suggestioni di un colore che vive di sé, delle sue infinite possibilità evocative e rappresentative.
Ci sono intrecci d’incantesimi e magie, nelle sue composizioni: apparizioni provenienti da una miscela di concreto e d’astratto, da movenze d’onde e ritmi, da incastri cromatici e da forme aeree che paiono volare nel vento e dissolversi in architetture labirintiche, sfumate da traiettorie iridescenti.
Egli, in certi casi, usa il collage per aggiungere una certa corposità fisica al quadro, come contrappunto alle impalpabili campiture colorate. Si tratta dell’aggiunta di pezzi di cuoio, legno, vetro, frammenti di metalli vari, integrati con colle nel resto dell’opera, che riproducono un effetto straniante tra forme e figurazioni non sempre individuabili.
A volte il suo mondo, pieno di tinte vivaci, ricorda scenari fantastici e surreali che lasciano ampio spazio di riflessione all’immaginazione dei fruitori. Un universo il suo che, soprattutto, non chiude alla speranza, anzi offre gioia e serenità, sensazioni visive ed emozionali, che affiorano dalla profondità dell’inconscio. Proprio com’è nell’intenzione di Giuseppe Orsenigo, singolare artista di immagini, mentre compone i suoi capolavori, nell’introspezione del suo studio-laboratorio.

Giuseppe Possa









(G. Possa e G. Orsenigo)




permalink | inviato da pqlascintilla il 21/3/2022 alle 21:6 | Versione per la stampa
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