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teatro
22 aprile 2014
Teatro (per bambini) unica 'salvezza'...contro le 'malefiche influenze' delle TV?

"Ovunque vi sia una società umana, l’insopprimibile Spirito del Teatro si manifesta. Sotto gli alberi in piccoli villaggi, o sui palcoscenici ipertecnologici delle metropoli globalizzate; negli atri delle scuole, nei campi e nei templi; nei quartieri poveri, nelle piazze urbane, nei centri sociali, nei seminterrati, le persone si raccolgono per condividere gli effimeri mondi del teatro, che noi creiamo per esprimere la complessità umana, la nostra diversità, la nostra vulnerabilità, nella carne vivente, nel respiro e nella voce. Ci riuniamo per piangere e ricordare, per ridere e riflettere, per imparare, annunciare e immaginare; per meravigliarci dell’abilità tecnica e per incarnare gli dei; per riprendere fiato collettivamente di fronte alla nostra capacità di bellezza, compassione e mostruosità. Veniamo per riprendere energia e rafforzarci; per celebrare la ricchezza delle nostre differenti culture e dissolvere i confini che ci dividono. Ovunque vi sia una società umana, l’insopprimibile Spirito del Teatro si manifesta."

Questa intensa considerazione di Brett Bailey, in occasione della giornata mondiale del teatro 2014, ci consente di andare bel oltre la solita enfatica logica che muove simili ‘ricorrenze' internazionali: per domandarci, non senza intima apprensione, se la forma di ‘spettacolo’ così ben sintetizzata possa in qualche modo  sfuggire al potere inglobante e omologante della superstruttura dell’in-formazione, di quella “bolla” in cui la moltitudine di cittadini/utenti/consumatori/elettori (senza distinzione di 'classe', nè di 'genere') insieme alle loro rappresentanze statali, politiche e culturali-scolastiche, sono spinte o costrette a operare oppure, in coscienza, vogliono farlo (vedi articolo correlato N°1 in calce).

Se è pur vero infatti che lo “spirito del teatro” ha accompagnato fin dagli albori l’evoluzione della specie umana, costituendone la prima importante sua ‘rappresentazione’ (o identificazione) culturale e in seguito artistica …con l’approdo-genesi insuperati nella civiltà greca… oggi occorre mettere in conto il radicale mutamento nella fruizione, in termini di quantità, qualità e localizzazione, intercorso nell’ultimo cinquantennio nel rapporto diretto fra il pubblico e gli spettacoli dal vivo, considerando in primo luogo la drastica diminuzione delle sale disponibili (quelle cinematografiche di periferia avevano spesso appunto una doppia funzione), l’aumento vertiginoso dei costi per gli allestimenti (conseguenza più o meno diretta dei tagli ai finanziamenti pubblici e del disinteresse delle classi politiche), nonché soprattutto il crescente influsso determinato dall’avvento e dall’uso massiccio delle TV, dove sono così diventati sempre più predominati – dopo la lirica e il classico – il teatro leggero, la commedia, il comico-avanspettacolo e il musical.

Risulta al proposito pretestuoso e fuorviante il parere di chi sostiene (dirigenti RAI in testa) l’utilità della ‘mediazione’ televisiva nell’avvicinare e accrescere (migliorare) il pubblico teatrale effettivo, ossia coloro che si spostano per assistere a rappresentazioni in qualsivoglia luogo, una tesi peraltro utilizzata non di meno rispetto  al Cinema. Lo ‘strumento’ TV e la sua ‘filosofia’, hanno snaturato e mortificato (guasti della pubblicità a parte) sia i film sia le opere teatrali e costituisce soltanto un’aggravante (pessima per gli stessi autori e protagonisti) il fatto che vi siano pellicole fatte su misura e prodotte pensando al piccolo schermo …e alla successiva ormai quasi contemporanea distribuzione in DVD… o svariati attori che “usano” il teatro  (venduto poi ai media) con vantata ‘passione’,  non sempre coincidente con la bravura, per migliorare il loro marketing come interpreti cinematografici.

Come attesta il corposo “Il pubblico del teatro in Italia - Il quadro attuale e gli scenari futuri”,  dal 1950 al 2001 la spesa dei cittadini per teatro, musica e cinema ha subito una netta riduzione dal  77% al 23%, a vantaggio di altre forme di intrattenimento come televisione, radio, discoteca, videogiochi etc. (saliti al 67 %) mentre sono cresciute la saltuarietà e l’esiguità della frequenza nel consumo di spettacoli teatrali ( solo il 24,77% da quattro a dieci volte, solo il 6,87% oltre le dieci volte ne ha usufruito ad esempio nella stagione 2000-2001 e un 31% di italiani infine non è mai andato a teatro); viene a proposito però una precisa argomentazione di Fabiana Sciarelli e Walter Tortorella curatori della ricerca: “Si è sempre affermato con insistenza che il cinema prima, e la televisione poi, hanno sottratto pubblico al teatro; se questo è in parte vero, bisogna però precisare che, ancor più che sottrarre pubblico, televisione e cinema hanno “trasformato” tale pubblico, hanno creato una nuova estetica mediatica di massa in contrapposizione con l’estetica teatrale. Questo, dunque, non significa che le nuove forme di intrattenimento siano esclusive rispetto al teatro, soprattutto se si tiene conto, come emerge dalle varie indagini analizzate, che i consumatori del teatro sono sostanzialmente dei consumatori “eclettici”: il consumo di televisione, cinema, home video, così come la lettura, la musica, non escludono il consumo teatrale. Al contrario, gli individui che presentano un più alto consumo teatrale sono quelli che presentano anche elevati consumi delle altre forme di svago”.

Certo, il problema non è quello dell’ “esclusione del consumo teatrale” , ma posto così solo in termini constatativi, quello di “una nuova estetica mediatica di massa” farebbe supporre ad un aspetto marginale, non determinante, quando invece ne rappresenta l’essenzialità negativa.  La stessa infatti non costituisce  una semplice e pur grave  contrapposizione con l’estetica teatrale”, che appunto non ‘sposta’ o ridimensiona  l’utenza; siamo invece in presenza di una tale e vasta “mutazione” dei gusti, dei costumi e della psiche collettivi …che non riguarda più solo i canali generalisti e commerciali e la loro "irradiazione"… capace di incidere in profondità su entrambi i ‘soggetti’ in contrasto apparente, ossia il pubblico e il ‘prodotto’ artistico. Se ognuno, rispetto a qualche decennio fa, ‘legge’ in modo diverso il proprio quotidiano, è perché non soltanto è cambiata la mentalità, il senso comune, ma soprattutto per il fatto che anche l’organo di stampa si è modificato più o meno in modo complementare e conseguente. Tale piccolo esempio può valere appunto per il campo delle scene dove chi ne usufruisce, peggiorato dall’influsso televisivo, è stato comunque più determinante con la sua diminuita o stravolta maturità - nel trascinare al ribasso l’offerta teatrale  stessa (che resta elevata e popolare solo  rispetto alla ri-proposizione di opere classiche o alla presenza di protagonisti carismatici e alcuni “mostri sacri” nelle regie, Ronconi ad esempio).

Un giudizio nel merito ma capovolto sulle responsabilità …viene stigmatizzato una specie di auto ‘arroccamento’ complessivo del settore… espresso da Michele Trimarchi nel capitoletto “Dalla maschera al byte: c’è futuro per il teatro?” dello stesso volume,  considera ma non dirime la questione: “ continuare a sottolineare la portata culturale di tutto il settore (e non esclusivamente di una sua importantissima quota)  finisce per indurre a giudizî piuttosto manichei sulla gerarchia tra spettacolo dal vivo e altre forme di espressione o di intrattenimento; in questa lettura, il teatro è più colto della televisione o anche del cinema, e la differenza di valore tra queste diverse attività corrisponde a una sorta di gradualità iniziatica che si pretende dallo spettatore. L’effetto è devastante. Lo spettatore televisivo è ignorante, si dedica a una forma di consumo inferiore, e solo un processo di acculturazione potrà accostarlo al teatro. Ora, tralasciando il fatto che se difetto ha la televisione è quello di essere troppo teatrale nel linguaggio (ossia di non sfruttare quasi assolutamente lo specifico televisivo, costruendo palcoscenici di varia foggia per le proprie trasmissioni), va detto che un’analisi pertinente delle relazioni tra teatro e televisione dovrebbe evidenziarne i punti di contatto e i potenziali processi osmotici, sia in termini di opportunità creative, sia relativamente alla condivisione di spettatori in entrambe le direzioni”.

Tale soluzione e quella indicata dai due autori prima citati, i quali invitano a “…riposizionare in ambito sociale il teatro quale centro di sviluppo e di manifestazione della ritualità collettiva, cercando un nuovo dialogo con il pubblico, aggiornando il linguaggio più orientato alla contemporaneità...facendolo tornare a svolgere il ruolo culturale per il quale è stato creato, ossia sollevare la gente dalle preoccupazioni quotidiane spronandola a riflettere e/o ad immaginare una realtà parallela, a volte migliore”, eludono in sostanza proprio le pesanti e principali responsabilità della ‘contaminazione’ infetta (un complessivo contesto livellatore: altro che osmosi proposta da Trimarchi!) operata dagli schermi televisivi, dal potere delle immagini/video e rendono così inadeguate e più di altro vane indagini sociologiche e strategie di cambiamento positivo (in cui suona come singolarità poco esaltante il ruolo di un Ministero per i beni e le attività culturali che commissiona una ricerca così approfondita sul teatro senza degnarsi di attivare qualcosa poi insieme ai colleghi dell’Istruzione affinché la materia diventi nelle scuole se non oggetto di insegnamento e studio …e sarebbe l’ideale… almeno di marcata attenzione al posto del penoso “deserto” odierno). Vorrà poi dire qualcosa, insomma, se partecipazione e incassi hanno fatto primeggiare di gran lunga musical come "A qualcuno piace caldo" interpretato da Alesandro Gasman e Gianmarco Tognazzi, mentre nella prosa "The Blue room" con Nancy Brilli.

A considerare anche gli ultimi dieci anni intercorsi dopo la pubblicazione nel 2004 di tale studio, con la forza mediatica tradizionale che è andata ad invadere ed assorbire i nuovi strumenti comunicativi quali i social network e buona parte del web (fra l'altro per accrescere il numero dei giovani incollati agli schermi solo per le esarperate competitività di trasmissioni tipo "Amici", "X-Factor" o "Grande fratello"), alla domanda posta all’inizio ci sarebbe allora da rispondere senza esitazione: si, anche il teatro non sfugge, non può sfuggire alla ‘bolla’, alla superstruttura in-formativa. Senonché…senonché quanto è successo di particolare e specifico lo scorso anno a Milano al Teatro storico di marionette e attori di Gianni e Cosetta Colla, costretto per inagibilità a lasciare lo stabile della Quattordicesima (per crollo parziale del tetto), induce a una flebile, diversa aspettativa per il futuro.

Nonostante la situazione di estremo rischio per la sua sopravvivenza – determinata dalla grave posizione di inadempienza e dilazione tenuta dalla giunta comunale Pisapia, responsabile della manutenzione dell’immobile (vedi articolo correlato N°2 in calce) – la compagnia ormai unica in Italia ha risposto con determinazione e orgoglio e, fra enormi difficoltà tecniche, sta proseguendo i propri spettacoli per bambini, insegnanti e genitori del territorio (sono migliaia e migliaia i piccoli che assistono ogni mese alle favole messe in scena dai Colla) in altri teatri cittadini che hanno dato e stanno dando la loro solidale disponibilità: “resistono” anche per difendere un patrimonio centenario di originale attività d’arte e di cultura. A un'ora d'auto dal capoluogo lombardo invece, nell’Ossola piemontese, due giovani componenti della stessa compagnia, Nicol e Luca (diplomati alla prestigiosa scuola del Piccolo ronconiano...un vanto europeo che riusciamo a 'sprecare'), stanno incantando alunni delle elementari e materne attraverso un affascinante e educativo adattamento della fiaba di Pollicino tratto dai racconti di ‘mamma Oca’ di Charles Perrault.

E’ proprio pensando a questo e alle innumerevoli persone fra addetti e appassionati sparse per il Paese che ogni giorno, sui più disparati palcoscenici, affidano  fatica, dedizione e tempo (lontano dai grandi business) alla magia di un testo recitato e della sua riproduzione scenografica, che possiamo ancora credere oggi, per il domani, a un rinnovato amore e a un trasformato e sincero impegno di cittadini interessati e autori; perciò a un certo “argine” (pur limitato ma incisivo) contro le ‘malefiche influenze’ incombenti o già in azione su tanti piccoli esseri e sulle loro 'innocenti' emozioni da parte dei palinsesti televisivi (cartoni animati compresi), nonché dello stesso mondo degli adulti (famiglie incluse).

Dunque: teatro (per bambini) unica ‘salvezza’?

Giorgio Quaglia

  

Le foto che corredano il servizio si riferiscono a spettacoli della Compagnia di    Gianni e Cosetta Colla a Milano e alla rappresentazione  della fiaba "Pollicino" in Val d'Ossola.

 



Articolo correlato N° 1:

http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2014/03/15/le_utopie_fagocitate_e_uccise.html

Articolo correlato N° 2: 

http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2013/12/28/il_teatro_di_marionette_comuni.html





permalink | inviato da pqlascintilla il 22/4/2014 alle 14:23 | Versione per la stampa
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