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letteratura
17 aprile 2018
Benito Mazzi: "L’osteria dei patrizi” (Ed. Il Rosso e il Blu)

Sarà presentata alla “Fabbrica di Carta 2018", sabato 21 aprile alle ore 17.30, la nuoval'osteria dei patrizi edizione de “L’osteria dei Patrizi” di Benito Mazzi. Pubblicato per la prima volta nel 1981 da “Forum/Quinta Generazione” di Forlì e poi nel 1984 per i tipi di Dante Giovannacci di Domodossola, il volume ripropone i 10 racconti originari, a cui è stato aggiunto “Il motocarro di sabbia”. Lo scrittore di Vigezzo narra di aver trascorso uggiosi pomeriggi e indimenticabili serate d’inverno accanto al camino della “Trattoria Svizzera” di Re, che i paesani avevano battezzata “osteria dei Patrizi”. Il locale, a quei tempi, parliamo degli anni Cinquanta e Sessanta, era il luogo di ritrovo del paese, perché “La gente - ricorda l’autore - sapeva divertirsi con poco, aveva ancora il piacere di frequentarsi, di scherzare, di intonare una cantata, di scambiarsi tribolazioni e speranze, così, alla buona, bevendoci sopra e facendosi buon sangue>>. E’ da qui che Mazzi ha tratto ispirazioni per i suoi personaggi e le sue storie che racconta con una prosa briosa, incastonando termini dialettali e creando un proprio linguaggio narrativo felice e scorrevole.

Qui di seguito riporto uno stralcio della recensione che scrissi per la rivista culturale “alla Bottega” di Milano, sul numero di Settembre/Ottobre 1982.

tratt svUn sottile umorismo unito a un profondo senso di umanità, per una cultura contadina e montanara che ormai non riesce più a conservare la forza remota dei suoi valori, sono le doti principali dello scrittore ossolano Benito Mazzi, giornalista e cultore di storia locale, già approdato alla narrativa con alcuni libri interessanti.  Anche con questo volume di racconti “L’Osteria dei Patrizi”, Mazzi ci offre una serie di divertenti e imprevedibili situazioni, fitte di uomini, fatiche e coraggio. L’autore dimostra qui di conoscere a fondo il cuore dei suoi personaggi, spesso descritti con efficace icasticità, riportando i toni dell’umana vicenda allo strazio quotidiano delle piccole passioni paesane, al dramma della solitudine e della disperazione, al rimpianto di sogni e speranze.

Col suo linguaggio volutamente infarcito di espressioni dialettali, spesso italianizzate, Mazzi aderisce con credibilità alla sfilata dei personaggi accomunati dall’unico luogo di ritrovo del paese: l’osteria; è lì che li vede schiacciati sotto il fardello di un destino miserabile e crudele, è da lì che coglie l’ispirazione per raccontarne le storie con un realismo controllato ed efficace.

Il Mazzi racconta: ma racconta soltanto quello che è essenziale, evitando qualsiasi insistenza sul particolare. Smagrito dall’accessorio, la sua scrittura ci offre solo quello che è assolutamente necessario perché il lettore ricostruisca una scena in tutta la sua evidenza. Lo stile di Mazzi risulta così personale, fondato sul ricordo realistico del suo paese; la prosa lucida, veloce, a volte anche spregiudicata, ha la spontaneità della conversazione, che rivela nel suo autore un vivace cronista. (Giuseppe Possa)

 

BENITO MAZZI: TRA EPOS E <<LIÈNDE>> di Giuseppe Possa

Ripropongo qui un ampio profilo dedicato allo scrittore ossolano, pubblicato sulla rivista di arte e cultura “ControCorrente” sul numero 5 (giugno 1996). Nel frattempo (cioè dal 1997 a oggi) Mazzi ha pubblicato, ma sempre raccontando storie e personaggi della sua valle, più di trenta libri, tutti leggibili di un fiato, scavando nel suo mondo con risultati sorprendenti, come già era stato evidenziato in questo multilmio vecchio scritto. Benito Mazzi è il nostro scrittore più noto; collocarlo, però, soltanto in tale ambito, è un limite per un autore che ha ormai ottenuto ampi riconoscimenti a livello nazionale (ndr - a dimostrazione dell’universalità dello scrittore Benito Mazzi, nel 2018, il critico e filologo Andrea Raimondi - giovane laureato in Lingue, Letterature e Civiltà dell’Europa e delle Americhe presso l’Università del Piemonte Orientale e che nel 2015 ha ottenuto il dottorato di ricerca al Dipartimento di Italiano dell'Università College Cork in Irlanda - ha visto pubblicato da Grossi di Domodossola il suo volume dal titolo “Il multilinguismo degli scrittori Piemontesi: da Cesare Pavese a Benito Mazzi”, che è la traduzione dell’omonima ricerca del Raimondi, pubblicata in inglese dalla Cambridge Scolars nel 2016. Particolarmente interessante il confronto che Raimondi propone tra Mazzi e Beppe Fenoglio, di cui l’autore vigezzino viene considerato il continuatore).

Nato a Re (VB), nel 1938, Benito Mazzi vive e opera a Santa Maria Maggiore in Valle Vigezzo, un cuneo di terra ai confini con la Svizzera. È stato direttore del settimanale “Eco Risveglio Ossolano” (più di 12.000 copie vendute a ogni numero) e della rivista storica “Verbanus”. Come giornalista, ha pure collaborato per anni alla “Gazzetta del Popolo” e ad altri periodici.

Benito Mazzi ha esordito nel mondo letterario con una serie di narrazioni ambientate nella sua terra. In esse viene rievocata, con sottile umorismo, unito a un profondo senso di umanità, una cultura contadina-montana che ormai non riesce più a conservare la forza remota dei suoi valori. <<A ispirare i miei racconti – ci ha confidato (siamo andati a12039400-U10205116004540F-U102052153521200C-120x135@LaStampa-NOVARA-kaKF-U102052153521200C-330x185@LaStampa_it trovarlo a Domodossola, nella sede del giornale che dirige da oltre vent’anni) – sono state quelle serate che da ragazzo trascorrevo “in la stuva”, quel localino riscaldato che ospitava in inverno, dopo cena, gruppi di amici e le famiglie. Un po’ come le “veglie della stalla” di fine Ottocento, rese così bene da Olmi nel film “L’albero degli zoccoli”. Ci riunivamo una volta a casa dell’uno, una volta a casa dell’altro, e davanti a un bicchiere di nostrano e alle caldarroste le storie fluivano ricche di colore e di mistero. Pendevo dalle labbra degli anziani che parlavano di spiriti, di morti che ritornano, di malefizi e altre cose strabilianti. La convinzione del narrare, i toni cantilenanti e volutamente lugubri (al narratore, sempre, piace stupire), il silenzio dei presenti, tendevano i nervi fino a farli vibrare. Bastava il tintinnio di un bicchiere a farmi trasalire. Ricordo che rincasavo di corsa, col cuore in gola, sfiorando i muri e rigirandomi mille volte. Fino a poco tempo fa non era infrequente che i discorsi di osteria, nei nostri paesi, si fermassero sui temi da me preferiti: allora non davo pace agli anziani, finché non tiravano fuori tutto ciò che sapevano>>.

Il suo primo libro importante, infatti, è “Il piano delle streghe”, uscito a metà degli anni il-piano-delle-stregheSettanta. In esso vi si narrano le piccole storie – quasi tutte avvolte in un’atmosfera magica e favolosa, sostenute dai fili conduttori della paura e del mistero – della sua Vigezzo. Quello di Mazzi è un mondo antico in via di estinzione; ma dietro ogni vicenda, al di là dei simboli, troviamo le allegorie della condizione umana. Le leggende ossolane degli anziani sono qui rivisitate con viva immaginazione, tradotte con potenza narrativa e sono tutte percorse da una specie di “thrilling” psicologico, sotterraneo, di altissima suggestione.

Ne “L’osteria dei patrizi” (1981), il successivo volume di racconti, egli fa sfilare, con credibilità, perché descritti con efficace icasticità, i personaggi della sua infanzia, mentre trascorrono il loro poco tempo libero nell’unico ritrovo del paese: l’osteria. È lì che li vede schiacciati sotto il fardello di un destino misero e crudele; è da lì che coglie l’ispirazione per raccontarne le storie con un realismo distaccato ed efficace.

Con “Fantasmi di Vigezzo” (1985), Mazzi dà un ulteriore affresco, con avvincenti “liènde” (storielle), della Vigezzo di un tempo (con le sue sagre popolari, con le sue pestilenze e carestie, con i suoi briganti, con le sue streghe e i suoi fantasmi), fondato su una memoria struggente e austera. Questo mondo con sequenze magiche, affascinanti (di una malia scaturita dall’atmosfera stessa dei luoghi), viene da un passato ormai remoto. Esso è rivissuto e filtrato dalla fantasia del nostro che rievoca per noi quel tempo irripetibile, irrimediabilmente cancellato, dove – dietro ad ogni avvenimento della vita – si sospettava il mistero, l’inafferrabile.

Nel frattempo Mazzi, che è appunto un cultore di “cose” locali, ha dato alle stampe anche2977940 alcune pubblicazioni interessanti, su aspetti o attività delle sue valli, come: “La storia di sunài”, che narra le origini e le vicende della banda musicale di Malesco; “La vera storia del gruppo folcloristico di Vigezzo”; “Il fenomeno degli spazzacamini” (ricordiamo che la Valle Vigezzo ha una lunga tradizione di questo mestiere); “Piccole storie ossolane” (in collaborazione con P. Bologna e F. Zoppis); o ancora “La Valle del miracolo”, in cui vengono raccolte le testimonianze della “prodigiosa” effusione di sangue dall’effige della Madonna di Re, colpita, nel 1494, con un sasso lanciato da un certo Zuccone (l’autore, comunque, parlando di quegli avvenimenti, con scorrevolezza di dettato, ne approfitta per ricostruire la vita della comunità locale, da allora fino ai nostri tempi, su cui regnarono Sforza, Visconti, Borromei, Napoleone, Savoia).

formicaNel 1987, egli raggiunge un importante traguardo, che lo propone a livello nazionale, cimentandosi per la prima volta con il romanzo, pur non abbandonando completamente la misura del racconto: per ottenere ciò, suddivide l’impianto narrativo in tanti capitoli perfettamente inseriti l’uno nell’altro. “La formica rossa”, questo il titolo, è un’opera di grande impegno, e ha ottenuto il premio “Cesare Pavese” per la narrativa sul mondo contadino. Attorno alla rievocazione della giovinezza dello scrittore, ruota tutta la Val d’Ossola, con i suoi miti, con i suoi aspetti positivi e negativi, con i suoi tipici personaggi, i cui caratteri Mazzi ha quotidianamente catturato dal vivo, fissandoli e sfumandoli in sottili quanto penetranti indagini psicologiche. Questo romanzo porta soprattutto sulla scena, come protagonisti, antieroi, tipi quasi anonimi, uomini che subiscono la storia e che sopraffatti da essa, raramente arrivano a scoprire se stessi, a dare qualche spiegazione razionale agli avvenimenti che su di essi sembrano accanirsi come occulte forze. Interessante, ci pare pure come lo scrittore descriva con occhio benevolo, in particolare, le donne di un tempo. Erano esse, infatti, in queste comunità, a sopportare il peso maggiore della fatica e della responsabilità familiare: dovevano accudire i figli e gli anziani, “sgobbare” nei campi e nelle stalle. Non avevano mai un attimo di riposo e, persino quando gli uomini trascorrevano almeno qualche ora all’osteria, erano sempre indaffarate, per quadrare un bilancio al limite della sussistenza. “La formica rossa”, si articola e si dipana tra autobiografia e spaccato sociale, in un affresco che abbraccia e fonde il periodo che va dal dopo guerra agli anni del boom economico, fino all’epoca in cui l’autore si sposa e per lui comincia una nuova vita. In questo tessuto corale di figure, fatti e avvenimenti narrati c’è la realtà dell’Ossola di quegli anni, abbarbicata alle proprie tradizioni: un universo quasi del tutto scomparso, che pochi ormai rammentano e che i giovani neppure conoscono.

Ciò che prima era rimasto immutato per secoli, con delle caratteristiche inconfondibili, ha d’improvviso preso altri ritmi, impostati su nuove basi economiche, lavorative e politiche, impensabili fino a pochi decenni fa. Tuttavia, bisogna sottolineare che queste1376694 storie sono sì molto ossolane, ma piacciono anche fuori, al di là dell’ambiente locale, in quanto le speranze, le frustrazioni, la solitudine e le difficoltà degli uomini sono, sostanzialmente, simili in tutte le latitudini. Con questo libro, l’autore spalanca una finestra sul tormentato panorama della “vita alpina” in divenire, che ha assimilati e superati quasi tutti i suoi precedenti valori, le sue strutture e le sue infrastrutture, proprio perché le opportunità economiche, che soprattutto offrivano la vicina Svizzera con il “pendolarismo” e il turismo di massa, l’hanno costretta a profonde quanto ineluttabili trasformazioni. Tali mutamenti non furono del tutto apportatori, per la verità, di progresso e di benessere, per via di un graduale spopolamento delle vallate, incapaci poi di riorganizzarsi su rinnovate basi.

In ultima analisi, “La formica rossa” è un romanzo scritto a cuore caldo e a mente fredda, giocato com’è su suggestioni aneddotiche, raccontate in un linguaggio genuino, fresco, non disgiunto da una spiccata capacità di evocare e far rivivere momenti, situazioni, che travalicano la cerchia delle pure e semplici vicende personali.

In seguito, Mazzi dà alle stampe un altro piacevole romanzo: “Il calore le donne il vino il canto” (1991), vicende tristi e allegre di un gruppo di pittori vigezzini. L’autore, valendosi di preziose testimonianze raccolte da anziani, da documenti, da carteggi inediti, ricostruisce la storia, prediligendo l’aspetto umano, più che artistico, del maestro Enrico Cavalli e dei suoi allievi Fornara e Ciolina, accanto ad altri nomi più o meno conosciuti del posto, appunto definito per antonomasia “La Valle dei pittori”.

img_0001Nel 1993 a Mazzi viene assegnato il premio “Coni” per il volume “Giovanni Maria Salati: la beffa che fruttò il primato”, illustrato da Marcella Pulina. È qui raccontata la mitica impresa di questo vigezzino, soldato della “Grande Armata” di Napoleone, che, fatto prigioniero dagli inglesi, era riuscito a fuggire a nuoto da un pontone britannico, approdando sulla spiaggia francese di Boulogne. Ritenuto, da fonti d’oltralpe e successivamente anche da un trafiletto apparso sul “Corriere della Sera” del 1911, il primo uomo che attraversò la Manica a nuoto, Mazzi ne ricostruisce, con una coinvolgente biografia-romanzo, la vita e le gesta.

Nel frattempo “Il piano delle streghe” viene pubblicato a Malta, tradotto da Oliver Friggeri; racconti suoi sono tradotti e dati alle stampe in Ungheria, Romania, Svizzera, Grecia, Stati Uniti; inoltre, della sua produzione letteraria si sono più volte interessati quotidiani e periodici italiani e stranieri, la Rai e la televisione Svizzera.

Il successo a livello nazionale, comunque, Benito Mazzi lo raggiunge soprattutto per aver curato il libro di temi “Almeno quest’anno fammi promosso” per la Rizzoli (1991), con la presentazione di Gaetano Afeltra: 130 temi svolti da ragazzi di 14 scuole elementari e di una scuola media del Piemonte e della Lombardia. Dalla loro lettura si ricava un ampio panorama socio-economico-culturale dell’esistenza odierna dell’alta Italia, vista con gli occhi degli adolescenti. I bambini, spesso e involontariamente, sanno smascherare meccanismi e conflitti della realtà in cui vivono con frasi esilaranti. Inoltre, i loro infantili strumenti di analisi, ingenui e non ancora totalmente manipolati dagli adulti, stravolgono certe realtà e lasciano emergere dinamiche di liberazione, i cui concetti o svarioni ci fanno sorridere, ma anche meditare.

Dopo una nuova serie di racconti: “Cervi in pineta” (1993) – narrazioni insaporite e ben coppi-bartali-malabrocca“cucinate” con impasto linguistico-sintattico e deformazione dialettal-litanica – Mazzi pubblica presso “Conti Editore” un altro importante volume: “Coppi Bartali e Malabrocca”. Con lo stile e l’abilità del cronista, egli ricostruisce la vicenda sportiva di Luigi Malabrocca, storica maglia nera ai giri d’Italia, subito dopo l’ultima guerra. Erano i tempi di Coppi e di Bartali, tutti correvano per vincere, ma lui visto che non sarebbe diventato un campione “mirò scientemente a quel piazzamento avendone genialmente intuito la convenienza”. L’autore, però, delinea il leggendario personaggio anche nelle sue vicende private (ci sono episodi spassosissimi), con una prosa briosa e ironica che fa apprezzare il libro anche ai non sportivi.

Abbiamo accennato brevemente ai suoi libri più significativi, e di sicuro ne starà preparando altri, con lo stesso impegno dei precedenti, perché come egli ci ha suggerito nel nostro incontro: <<Mi accorgo con sgomento che figure e momenti tipici della mia terra se ne vanno, senza che io sia riuscito ad attingere, come avrei voluto, al loro patrimonio culturale. Mi piacerebbe, insomma, salvare dall’oblio tante storie per consegnarle alle nuove generazioni. Fra poco – spesso me lo rimprovero – un certo mondo che tanto avrebbe da dire sarà inesorabilmente finito e non ne resteranno che briciole di ricordi per il solito sterile folclore da salotto. Mi auguro che i lettori avvertano in questi racconti il mio desiderio di osservare attentamente una realtà montanara che si va mutando, e spero che ai loro occhi questo tentativo di realismo prevalga (o almeno non sia inferiore) sulla componente fantastica>>.

Ne siamo certi; infatti, le opere di Benito Mazzi si leggono d’un fiato e con gusto, perché sono testimonianza di vita: uno squarcio di storia ossolana osservata e raccontata con affetto. Il suo stile risulta personale e avvincente (soprattutto per quel senso vivo della parlata nativa), fondato sul ricordo realistico del suo paese. La prosa lucida, veloce, arricchita d’indulgente ironia, a volte anche spregiudicata (per certi “impasti” linguistici dialettali) ha la spontaneità della conversazione che rivela nel suo autore un vivace cronista e un narratore di rango.

Giuseppe Possa

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Ecco dove trovare i libri di Benito Mazzi: www.ilrossoeilblu.com
e-mail: info@ilrossoeilblu - tel. 0324 94996
Libreria “Il Rosso e il Blu” di S. Maria Maggiore (VB)

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