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letteratura
17 maggio 2018
DON REMIGIO BIANCOSSI: UNA VITA VISSUTA TRA SACERDOZIO E POESIA

L’autore del cofanetto contenente i due libri (oltre 550 pagine) dedicati a don Remigio donrem3eBiancossi è Pier Franco Midali, che li ha pubblicati, per celebrare i cento anni dalla nascita del sacerdote e poeta bognanchese, con L’Associazione Culturale Giovan Pietro Vanni. I volumi, autorizzati dagli eredi che hanno messo a disposizione del curatore archivio e documenti, sono corredati con testi lirici e narrativi, fotografie, alcuni inediti, un vasto apparato critico e i contributi di illustri studiosi del mondo laico e religioso: hanno scritto di lui, oltre a Midali, il cardinale Renato Corti e il giornalista scientifico Piero Angela, i sacerdoti don Luigi Preioni e don Luigi Tramonti, lo storico Pier Antonio Ragozza, il pittore Pier Giorgio Novellini e il maestro Pietro Mencarelli, il critico Giuseppe Possa, l’antropologo Luca Ciurleo e ancora Lorena Bagnasco e Gian Carlo Castellano; da non dimenticare anche il contributo di tre sindaci: Remigio Mancini di Bognanco, Claudio Simona di Antrona Schieranco e Alberto Preioni di Borgomezzavalle. Vanno, infine, aggiunti i ricordi dei familiari di don Remigio, Miryam e Ada Biancossi, i disegni legati alla Resistenza del pittore ossolano Giuliano Crivelli che ha concesso di riprodurli nell’antologia, unitamente alla grafica dedicata al “cestino da pesca di don Remigio”, lavori tanto cari al sacerdote che li inserì nei suoi libri.

Pubblichiamo qui di seguito il contributo su don Remigio Biancossi scritto da             

Giuseppe Possa

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Era da anni che mi battevo per far pubblicare in un unico volume le poesie e i racconti più significativi di don Remigio Biancossi, unitamente ad alcuni contributi critici e a un saggio esaustivo sui numerosi aspetti della sua missione, così da lasciarne memoria ai posteri. Finalmente, nel centenario della nascita, quel vulcano di idee che è Pier Franco Midali si è assunto il compito di realizzarlo e darlo alle stampe, sotto l’egida dell’Associazione Giovan Pietro Vanni di Viganella, col patrocinio dei Comuni e delle Parrocchie di Bognanco, della Valle Antrona e di Borgomezzavalle. Di questo i bognanchesi, ma pure gli ossolani tutti, a Pier Franco devono essere grati, non solo per la buona riuscita dell’iniziativa, che ricostruisce in modo dettagliato e appassionante la vicenda di don Remigio, ma anche per il tempo e l’impegno che egli dedica nel valorizzare le tradizioni delle nostre valli. Le stesse che il poeta Biancossi tanto amò e cantò con la sua voce, alimentata da vene e radici di autentici sentimenti, che sanno suggerire messaggi d’amicizia e di speranza.

Don Remigio fu un prete di montagna che, per la possente voce passionale della sua poesia, va considerato tra i testimoni più lucidi del secolo scorso, non solo in ambito cattolico e locale, poiché ha saputo tramandare la memoria delle tragiche vicende dell’ultima guerra e dare voce a quella parte di umanità che spesso è costretta a vivere, tra fatiche, stenti e sofferenze, come appunto la sua gente montanara, a cui si dedicò con generosità, ottenendo la stima di quanti lo conobbero.

Nato a Bognanco (VB) nel 1917, ordinato sacerdote a Novara nel 1941, per i bognanchesi è stato più di un personaggio: è stato parte vitale della storia del paese. Ha vissuto e operato, tranne brevi parentesi, quasi sempre nelle valli ossolane; in tempo di guerra fu cappellano militare e visse sulla propria pelle (<<ognuno porta sigillo di sue stimmate>>) le atrocità di quel conflitto e per questo nel 1984 gli fu consegnato al Quirinale, firmato dal presidente Pertini, il “Diploma d’onore al Combattente per la libertà d’Italia 1943-1945”.

La sua fama, tuttavia, è soprattutto legata al mondo letterario e l’esperienza che ne ha segnato principalmente la vita, rivelandolo poeta autentico, fu proprio quella dell’ultimo conflitto mondiale: <<A chi toccherà questa sera,/ davanti a tutti,/ sulla piazza centrale?/ Le spine dei reticolati/ mai pérdono l’asprezza della morte.// Noi respireremo a fatica/ l’aria densa della morte>>.

Partito volontario come cappellano militare degli alpini in Croazia (<<Sei partito e la guerra/ ti ha trovato come foglia/ di faggio dei tuoi pensati boschi>>), fu fatto prigioniero e conobbe ben tredici campi di concentramento e di sterminio, da cui ne uscì profondamente segnato nello spirito, ma come disse una volta con un insegnamento: <<anche nell’abiezione più disumana, si può trovare la propria dignità, pregando Dio e dedicandosi alla poesia col suo messaggio di libertà e giustizia>>.

Nata da questa tragica esperienza, da lui vissuta con totale adesione interiore al misterodonrem doloroso del Cristo sulla croce e all’insegnamento biblico, la sua poesia crebbe nell’intimo accento della preghiera e divenne canto dell’esistenza e della realtà umana, religiosamente vissuta. Probabilmente è stata per lui pure una sorta di arca di Noè, uno strumento di salvezza costruito con le proprie mani, tale da affermare la sua natura di “poeta” (nell’accezione originale di “colui che fa”), che ha trovato una personale armonia nella proposta immediata della meditazione lirica, anche in una situazione disperata e di sofferenza, come appunto accadde nella devastante violenza della guerra: <<Il frutto della lunga prigionia/ finito acerbo prima della maturazione/ della sognata libertà dagli occhi grandi/ mai addormentati.// Di questi nostri morti,/ nostri, / non parla nessun giornale/ oggi>>.

Pochi poeti (e lui tra costoro, proprio in virtù della personale esperienza-testimonianza, rievocata da gran parte della sua produzione letteraria) hanno saputo descrivere, con così tragica evidenza, il destino dell’uomo perseguitato dai propri simili e distrutto nelle forze fisiche e morali. E giustamente egli ha sempre fatto intendere che questo destino può ripetersi, come per esempio scrive nella composizione “Non calate il sipario”, in cui accenna alla tragedia di “Hiroscima: <<In un domani/ continenti schizzerebbero come fuochi/ d’artificio/ e l’erba, sulle pietre/ fuoco d’un giorno, domani avvamperebbero di noi,/ ridotti a contorti fili d’erba>>; anzi in alcune parti della terra si sta ancora ripetendo simile eccidio, quindi ammonisce: <<la fiamma benché spenta, inestinguibile nella storia è maestra per chi vuol apprendere>>.

La poesia di don Remigio, formalmente elaborata, racchiude il suo genuino impegno di prete che, seduto <<su una panca di vecchio larice scaglioso>>, ha saputo recitare i propri versi “sanguigni” con la passione e i sentimenti degli antichi vati: <<E la montagna mi disse: / Canta, tu poeta, un poco di ciò / che ti muove alla speranza / in questi bioccolosi giorni d’inverno>>. Per questo, in molti e nelle più svariate occasioni si sono seduti accanto ad ascoltarlo, si sono soffermati a respirare il fragrante profumo dei suoi racconti, poiché <<la montagna e i nostri sbandamenti ci affratellano>>.

donrem2xAnche dopo la guerra, in tempo di pace e di benessere, non si è mai stancato di soffermarsi sulle sofferenze e ingiustizie patite dai più poveri, con la rappresentazione di un mondo, permeata dalla fede cristiana di mutarlo: <<Quella fede teneva legati i cuori/ più di tante consecutio temporum/ che non hanno mai costruito un altare>> e altrove: <<…mi sento fratello/ nell’immenso fiume degli uomini./ Tutti protesi verso l’eterno>>. Egli ha, comunque, saputo guardare senza complessi pure nei tempi che sono nostri, per scorgervi le indicazioni di ciò che siamo e per dare voce anche alle istanze della sua gente, cantando l’amore per la sua terra, impersonandone la fierezza e il valore, condividendone le angosce e le calamità: <<La montagna, oggi, è morta/ ma è morta pregando, in silenzio/ di pudore>> e ancora: <<la mia montagna sta morendo/ e non tornerà mai più alla sua fragranza/ di vita di un tempo>>.

Ha scritto liriche - a proposito della montagna, rievocata nell’evolversi delle quattro stagioni - con una dote innata, quella di saper spiegare, con versi semplici ma efficaci, la dura vita degli alpigiani, in un dopoguerra fatto di stenti e povertà: <<scarso il pane di segale/ intriso di dolorosi silenzi>>. Costruiva capolavori parlando di pastori, di fiori, di animali utili all’uomo o di quelli selvatici e di oggetti o utensili (il filarello, la bascariola, il paiolo, la rànza) o di cose in via di estinzione, come un mulino del Seicento (<<la farina passata tra le vostre macine/ risplendeva un tempo polvere d’oro>>), le fontane, i lavatoi (<<qui si scrive nell’acqua/ il giornale del paese e di valle>>, un vecchio torchio, un forno secolare per il pane casereccio; le baite (<<misere case con morta cenere>>), le cascine, le cappellette lungo i sentieri (<<Cappelle, ora un poco trascurate,/ un tempo siete sorte per improvviso/ impeto di fede,/ per una vampa d’amore,/ per un morso di dolore,/ per un grido d’aiuto,/ per un grazie profondo come filo d’oro>>). Ha cantato gli oratori, le chiese (<<Piccole chiesette della nostra solitudine,/ avete breve vita nel giorno d’un santo/ ma, allora, eravate focolari accesi/ con l’invito a fedeli stanchi a riposarsi>>); le frazioni abbandonate, rimaste con i <<vecchi balconi vuoti di sguardi>> e i paesi dell’Ossola (tutte le valli sono rappresentate: Bognanco, Vigezzo, Formazza, Divedro, Antigorio, Anzasca, Antrona) e poi la Val Grande (<<Amazzonia ossolana>>), Il Veglia, il Devero, il Monscera, il Monte Rosa (<<La cattedrale del Rosa/ rimane un prodigio>>), la cascata del Toce (<<Con il tuo impeto quando vaporosa,/ giù per la croda, spumeggi iridescente,/ sei l’immagine di un popolo per la libertà>>). Sono rievocate leggende (<<La fiamma scoppietta per legna odorosa./ “Su, cara vecchietta, non dici qualcosa?/ Sei stanca? Coraggio…/ io voglio leggende soavi o tremende”>>), tradizioni e feste (il palio degli asini, la “carcavègia”, i falò, il pane benedetto, il sale dei morti, le cavagnette e tante altre) o mestieri (ciabattino, magnano, casaro). Non potevano mancare le vecchie osterie, dove per la madre terra e l’amicizia ossolana si beve un boccale di <<generoso prunént così invitante>>: <<Quando la mulattiera sente il passo/ del montanaro carico di legna,/ allora l’osteria ha il suo richiamo/. Ecco qui dei valligiani/ con le cartacce piegate a tegola/ e i vecchi pantaloni di  fustagno./ Portano ancora nella pelle/ l’odore acre dell’alpe/ o il profumo delle conifere;/ sul volto la sagoma/ dei bevitori fiamminghi>>. Ha scritto di personaggi più o meno noti: il Prof. Giuseppe Chiovenda, il comandante partigiano Superti, il venerabile P. Generoso M. Fontana, don Lorenzo Dresco (<<santo prete scalpellino, gemma del clero / ossolano>>) o don Giuseppe Rossi (<<col tuo calice di sangue hai fatto.../ un altare ingemmato a grumi/ che ogni chiesa per sé/ vorrebbe disputare>>). Ha ricordato la “guida maestro” don Milani che <<ha voluto essere sepolto,/ umilmente.../ con i suoi contadini e pastori montanari...>>; “un dottore di montagna” che dedicò tutta la vita ai suoi ammalati sparsi per le frazioni e che <<senza falsa necrologia/ ora riposa, come allora, tra i suoi montanari>>, e a propositodonremigioxx di un grande pittore ossolano annotava: <<Il tuo divino tormento che ti strugge/ pittore Carlo Bossone,/ è dare un variato spirito di vita/ alle tue tele>>. E’ rievocata anche la vita dura dello spazzacamino vigezzino (“rusca”): <<Sei stato grande nel tuo umile lavoro/ che ti rendeva però nel corpo, quasi un corvo./ Ma nitido nell’animo come un apostolo che dal forziere/ estrae insospettati doni d’ambito fulgore>>; o quella dei <<minatori dal petto ripieno/ di silicosi>>; o degli spalloni che per pochi soldi di sopravvivenza, contrabbandavano <<quel misero sacco>> viaggiando di notte, fra sentieri impervi e se restavano sotto una valanga venivano ritrovati solo dopo il disgelo. E costantemente sullo sfondo, l’Ossola, la terra del nostro poeta, che <<non dona sovente scienza in libri / ma il suo amore e la fede nell’arte>>; non mancano neppure i ricordi delle deportazioni nei lager dove si era <<nemmeno più uomini ma solo numeri,/ come quando si conduceva il bestiame,/ su per i ruscelli, colate d’argento>> e della Resistenza partigiana: <<“ragazzi” di varie formazioni/ ossolane/ ...in vita avevate due parole:/ “Resistenza, Libertà”./ Ed erano presagio di primavera!>>.

A questo punto devo constatare che non sempre è facile trovare i giusti riferimenti lirici, perché, versi, composizioni, soggetti, nella sua sessantennale produzione poetica, sono a volte ripetuti nei volumi con lievi, oppure sostanziali modifiche. In ogni caso, Biancossi ha cantato le impressioni di un’epoca che non tornerà più, con una scrittura limpida, calda e coinvolgente: offerta di un assoluto concentrato di pathos esistenziale, in veste di narrazione diaristica; inventario di itinerari antropologici e spirituali, che scuotono l’animo e si effondono in memorie esaltanti o sofferte; scene piene di fascino elegiaco e di osservazioni sapienziali. Il tutto in un verseggiare sciolto, con una fisionomia originale e caratteristica, una elevatezza morale, una forte energia d’espressione, e questo in ogni componimento delle numerose raccolte: <<La nostra gioia, fratelli,/ causi altra gioia:/ apparteniamo a tutti,/ nella notte e nella luce,/ del comune sentiero>>.

Dunque, don Remigio, fu poeta molto prolifico, fedele al suo stile inconfondibile e, soprattutto, alla tematica che gli fu ispirata dai luoghi in cui visse, con il cielo, le vette, i precipizi, le petraie (<<anche la roccia può avere fiori>>), il candore delle nevi perenni, le sorgenti sgorganti da una natura ancora verde e incontaminata. E’ da qui che spesso ha attinto ispirazione la sua anima di poeta, protesa verso l’infinito, l’eterno, in cerca della verità e della giustizia. In ogni silloge aleggia sempre una religiosità profonda, ma lontana da tante formulazioni teologiche ed ecclesiastiche.

Leggendo questo tipo di liriche ci si lascia afferrare da un desiderio di cieli incontaminati e di albe intatte, dalla fiducia di un mondo migliore, dove l’uomo sia amico e non nemico dell’uomo. E’ così che lui si è affidato alla poesia, portatrice di sentimenti schietti e sereni, per esprimere - con versi armoniosi - i sentimenti di un tempo passato e le fatiche patite con rassegnazione dalla gente contadina. Attraverso la spiccata musicalità dei versi (fu pure insegnante di musica e suonava l’organo con grande talento), una ricca fantasia emozionale e una sottile ironia, Biancossi esternava tutto l’amore che nutriva per la sua terra e chiedeva rivolgendosi ai << rinchiusi nelle città,/ con i condomini negli occhi,/ una inestinguibile sete di verde…>>: << voi, cercatori di silenzio,/ ditemi:/ che cosa vi dona la città?>>.

E’ dai richiami alla vita agreste, alle passate memorie, a quegli autentici valori umani (l’amore, la fede, la fraternità, la famiglia), ai sogni e alle speranze che il poeta attingeva appunto linfa ispirativa per le sue liriche, che ci cullano con la loro irruenza, ora suadenti, ora tenuamente simboliche, sempre calde e umane, talvolta magari con qualche accento di retorica, ma in ogni caso distese e colme di speranza: <<La speranza è piccozza,/ scalina il ghiaccio:/ è martello per il chiodo al moscone./ Anche la guida è più sicura/ e il nuovo orizzonte pieno di gloria>>.

Questo volume merita soprattutto di essere letto, per quel fascino - come ho già insistentemente affermato - di sentirci dentro paesaggi e ambienti, scanditi dall’esistenza dura e faticosa degli alpigiani o situazioni molteplici, anche tragiche, che alcuni di noi hanno vissuto, altri ne hanno soltanto sentito parlare. Inoltre, in molte liriche si possono cogliere le risonanze culturali che si ritrovano e si allacciano al carattere ossolano di un tempo non tanto remoto, che don Remigio ha saputo raccontare, con la sua maniera briosa di versificare, minuziosa nell’osservazione, amorosa verso la dimessa realtà alpina. Egli, ancora oggi, per la sua prorompente vitalità di aver voluto cantare con l’antico linguaggio del mondo, risolto in forme di palpitante armonia universale, sa farsi comprendere nell’immediata, lieta e sincera percezione delle cose semplici, della natura e del divino: <<Non ci restano che le tue mani,/ Signore,/ quando le altre ci lasciano./ ...Ci stringono/ quando le nostre ali/ battono, perdute,/ per legarci alla misericordia/ come cordata in parete>>.

Biancossi fa rivivere questo patrimonio ossolano, quasi del tutto scomparso per effetto del processo di industrializzazione; quasi nulla o poco è sopravissuto di quella vita cadenzata dal ritmo delle stagioni, dalle leggi della natura più che dalle imposizioni dell’uomo: <<E nel paese a morte inchiodato,/ solo la voce della fontana,/ con il lamento d’una ferita,/ sospira e chiama>>. Tra le tante tematiche, c’è sempre spazio pure per il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente: <<Signore del Basodino, del Kastel,/ di tutte le vette che ci circondano,/ conservaci sempre il profumo della flora/ vero incensiere della donremtram2liturgia alpina,/ conservaci gli ultimi scoiattoli/ funamboli sui trapezi dei pini scagliosi>>. Una cultura “ecologica” nasce dal rispetto e dalla conoscenza del territorio: ogni offesa alla natura, al paesaggio, è un atto suicida. Gli squilibri che la montagna ha subito in questi anni che volano (o forse precipitano) oltre il duemila, sono frutto di un’umanità che ha badato solo a gretti interessi: <<Anche un filo d’erba,/ nel livore della tua anima,/ senza ecologia globale,/ ti accusa implacabile>>. Siamo passati in pochi decenni da una civiltà rurale a una “necessaria” civiltà industriale, strappando, però, in modo traumatico i cordoni ombelicali che ci legavano all’ambiente, alle architetture, alle popolazioni, alle tradizioni, ai culti, nostri: <<Onorate le vecchie tradizioni!/ per noi sono ancora lampade accese/ e sacre memorie nel comune cammino/ d’ombra verso la luce risorta>>. Proprio per tali motivi, libri come questo dovrebbero essere divulgati nelle scuole; la discussione degli argomenti in essi contenuti diffonderebbe interesse e quindi amore per la propria terra madre: <<Signore dei nostri gerani fiammeggianti/ ...fa che l’umile bucaneve dopo tanto/ cinereo silenzio sempre occhieggi/ sui prati ancora merlettati di neve>>.

Come poeta e scrittore, da giovane ha dato alle stampe tre opuscoli di tema religioso: “La Madonna di Re”, “La via Crucis”, “Il pesco fiorito” (canto poetico per un pellegrinaggio a Re); in seguito, alcuni volumi di racconti (“E il Toce cantava”, “Diario di un vecchio prete di montagna”, “Nell’angolo del camino”) e di liriche (“I canti della Resistenza ossolana”, “Piantiamo l’ulivo”, “I canti della Val d’Ossola”, “Alberi alti”, “Le montagne e il vecchio”, “Poesie ossolane e altre”, “In baita”, “Petraia”, “Fiori di roccia ossolana e oltre”, “Voci nuove e antiche”, “Poesie del vecchio camino ossolano”, “Verso la casa”).

In tutte le sue raccolte (l’elenco completo si trova nella bibliografia finale) si può notare come don Remigio possedesse la capacità di guardare dentro le cose e gli animi delle persone: <<Se ti addentri nelle ferite di ogni anima/ puoi trovare una linfa prima sconosciuta:/ profumerà tutta la tua vita colmando vuoti>> e i suoi versi, infatti, sprigionano emozioni, ansia e recupero di una realtà intima e mistica, di fronte alla quale cedono tutte le inquietudini e i fantasmi del nostro tempo. Proprio per questo le sue liriche sono: <<filamenti d’amicizia/ che respirano fraternità di germi/ oltre il tepore della fiamma/ sono raccolte di pagine disperse/ e lanterne magiche nella notte>>.

Inoltre, in molte sue composizioni appare come un profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, con una personalità per nulla acquiescente, con l’intento di non essere asservito ai poteri del “mondo” e neppure fu tenero, pur non mancando mai al suo dovere di obbedienza, a quella parte della Chiesa, che strisciante si allontanava dalla funzione della sua missione (<<l’oro fastidioso e sporco/ del Vaticano>>). Non gli è mai mancata, infatti, una vena critica a trascorsi religiosi che apparivano ormai asfittici, all’insano connubio della fede con la politica: tutti elementi che per lui oscuravano la credibilità e la bellezza del messaggio cristiano. Un prete di montagna <<non cerca nei sermoni della domenica/ le parole della semantica>>.

Un animo inquieto, pertanto, un “predicatore” fuori dal gregge: <<Prima di avere parole di vita eterna/ incomincia ad avere parole solo umane>>. Don Remigio ha rivestito la sua fede di espressioni e sentimenti; le sue poesie sono state lette anche da tanta gente semplice... e oggi si possono ancora leggere e meditare grazie a questa iniziativa: <<leggile adagio>> come scrisse lui stesso, <<con passo di montanaro che sale sempre>>.

Che dire, infine, del linguaggio prettamente lirico? Ha il dono di far vibrare immagini comunicative e inventive, a essere classico e nel contempo attuale, conservando una misura di riserbo, quasi una sorta di discrezione; un linguaggio che, pur non cercando strappi sintattici o forzature ritmiche, ha una sua cadenza evocativa-meditativa: <<Dopo anni si spuntarono le spine dei reticolati:/ tornai di notte, avvilito dalla prigionia,/ una coperta a tracolla e l’anima vuota>>. Certo i versi di don Remigio non andrebbero esaminati soltanto con lo strumento della critica, ma anche con quello della sociologia: essi, infatti, trascendendo gli attuali valori ormai ridotti a una spasmodica ricerca di un benessere economico, non sono offuscati dal prevalere della tecnica sulla componente contenutistica; non sono svuotati di pensiero e di meditazione; al contrario si arricchiscono a una fonte calda e memoriale, con cadenze di provata umanità.

Molte sue sillogi appaiono esemplari per la capacità dolente di raccontare con decisione e serenità; racchiudono fervori di benevola fratellanza; sono squarci limpidi di ambienti, di caratterizzazioni psicologiche e realistiche; sono infine considerazioni sulla dimensione perdente e impotente degli umili che spingono il loro autore ad amare chi soffre, sia dai punti di vista religiosi, sia da quelli laici o sociali: <<Sotto la petraia deldrems privato interesse/ adagio sta morendo il grande/ cuore antico>>. Come già ricordato, fu sicuramente la drammatica esperienza di deportato nei campi di sterminio nazisti che ha contribuito parecchio a liberare la sua scrittura dai preziosismi individualistici, a vantaggio di una poetica sensibile, legata al processo di rinnovamento storico della nostra civiltà. In “Fate silenzio” scriveva: <<Quando parlate dei nostri Caduti/ inaugurando una stele,/ scrivendo un libro,/ predicando in una cattedrale,/ per favore non fate retorica./ Furono già troppo martoriati/ da eserciti di canaglie./ Se voi non avete sofferto qualcosa,/ per giustizia, tralasciate parole salivari,/ non convinte, imprestate./ Fate silenzio per chi s’era allenato/ a morire, tacendo>>.

Si spense nel 2003, ma era almeno da un decennio che viveva appartato, cristianamente affrontando la malattia che lo assottigliava e prosciugava sempre più, che gli toglieva materia, ma non energia e spirito per professare la sua fede di fronte a un mondo troppo egoista, proteso verso un consumismo sfrenato, che dimentica o addirittura disprezza gli altri, i popoli più deboli e oppressi. Un suo ricordo può diventare un’esortazione per tutti, perché ebbe il respiro dei profeti biblici, una voce uscita dal roveto ardente, una scintilla del Cristo sofferente. Poesia e fede, arte e religione, spiritualità e fantasia, intuizione e raziocinio, tutto è unito in lui e i suoi versi, in questo momento di trasformazioni e transizioni epocali, possono ancora essere un potente “monito”, per chi è rimasto e soprattutto per i giovani: <<Voglio dire a questa generazione/ nata quando noi si moriva:/ imparate a memoria nelle scuole/ solo qualche frase delle ultime lettere/ dei compagni condannati./ Vi servirà nella vita/ più delle teorie di Platone/ o di tante parole vaporose./ Qualcosa a suo tempo/ vi germoglierà dentro>>.

E non posso concludere, senza citare un personale aneddoto: io allora ero un ragazzo quindi sono trascorsi più di cinquant’anni, eppure quell’episodio, che fu determinante per me, è tuttora vivo e limpido nella mia memoria. Mi piace qui rievocare la volta che gli chiesi di consigliarmi una lettura poetica, così da ampliare la passione che era già accesa dentro di me e lui mi rispose con la sua aria benevola e quasi sentenziosa: <<Ti gh’è da legia Neruda. Mia una, cent, cent, cent volt>>. E oggi lo voglio proprio paragonare a lui, un “Neruda ossolano”, perché anche don Remigio, al pari del grande poeta cileno, con voce di passione, ha cantato l’anima della sua gente e della sua terra.

Giuseppe Possa

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Presentazione del libro a La Fabbrica di Carta di Villadossola

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