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letteratura
9 agosto 2018
Filippo Crea (1951-2015) e le sue “POESIE”

Ho ritrovato tra le mie carte una recensione-intervista (già pubblicata sulla rivista “Nuove Prospettivcrea file” del 1982 e che qui ripropongo nel terzo anniversario della scomparsa) che avevo scritto sull’amico, poeta e giornalista di Villadossola, morto l’11 agosto 2015.  Era nato nel 1951 in provincia di Reggio Calabria a Bagaladi. Autore di due raccolte di liriche. Collaborò al settimanale Eco Risveglio di Domodossola. Nel Verbano Cusio Ossola, fu il primo ad aprire un sito di notizie molto seguito: “QuiVilladossola”, poi divenuto “QuiOssola”. Con Antonio Ciurleo, fu ideatore e cofondatore dell’Incontro di Poesia Walter Alberisio.

<< Dopo la silloge “Cerchi sull’acqua”, con versi che puntavano direttamente su un discorso che racchiude delusioni, speranze, sensazioni e memorie di una vita che corre verso “una voragine tetra”, la vicenda esistenziale e la poetica di Filippo Crea sono verificabili anche in questa sua seconda opera, “Poesie”, edita da Gabrieli di Roma. Ne scaturisce un personaggio vitale, complesso, ma unitario nella continua tensione di conoscersi e di condividere il destino degli sconfitti e dei diseredati, per dare al mondo poesia. Crea si immedesima in uno dei tanti vinti, il carcerato: ne descrive la disperazione e l’impossibilità a comunicare, che derivano dall’insufficienza a esprimere la dimensione magica e sovrannaturale della natura, cui fa da commento e da accompagnamento la solitudine e la “fatica di vivere”. Anche nel progressivo prendere coscienza del proprio impegno civile, la poesia di Crea resta profondamente legata a questi motivi conduttori, che addirittura si potrebbero definire, crepuscolari, sebbene in senso molto lato.

Lo abbiamo incontrato recentemente e ne abbiamo approfittato per proporgli alcune domande:

Filippo, innanzitutto, come riesci a conciliare la tua professione di chimico  alla Montedison con la poesia?

  • Come tutti coloro che conciliano il lavoro con la pesca, le bocce, la politica o altro. E’ la mia passione, quasi un passatempo per ora, scrivere nel tempo libero e partecipare ai premi letterari.

Questa tua seconda raccolta avresti potuto intitolarla “Poesia dal carcere”; ma tu in carcere non ci sei mai stato e neppure ci lavori: qual è stato, dunque, il movente che ti ha stimolato a trattare questo argomento come se a scrivere da una prigione fossi tu stesso?

  • Con questo libro ho voluto esporre il dramma dell’oppressione, della solitudine, filippo crea22dell’emarginazione. Cercavo un punto di riferimento e ho ritenuto che il carcerato fosse la figura ideale a cui potessi ispirarmi, per esprimere nel modo più chiaro e completo i temi che ti ho esposto. Non è stato facile – la poesia, tu sai, è ricerca e meditazione -; ho “penato” cinque anni per questa raccolta che di proposito ho voluto scrivere in prima persona per farla apparire più reale.

Cosa pensi della condizione dei detenuti? Ritieni giuste le loro richieste di migliori condizioni di vita?

  • Il carcere dovrebbe avere la funzione di rieducare. Cosa invece accada all’interno di questi “alveari” lo sappiamo dai giornali. A volte ritengo fondate le loro rivendicazioni; non saprei dirti, però, fino a che punto esse siano legittime.

La lettura delle poesie di Filippo Crea richiede tempo; occorre far attenzione alle vibrazioni che irradiano dalle parole, dai simboli, dalle metafore: siamo di fronte a liriche che vanno percepite dall’interno, seguite e godute nel suo svolgimento, nella sua durata. Improntate da una logorante tensione emotiva – dove il “privato” assume valore di avvenimenti più ampi – affondano le proprie radici in una cultura dentro cui convivono gli eventi della storia e quelli della vicenda singola, giungendo fino a forme di autentica inquietudine.

Dalla lettura del tuo libro trapela un tenue pessimismo; perfino le poesie d’amore, in esso contenute, rafforzano questa impressione.

  • Credo che l’amore con un po’ di pepe sia dolce. Devo ammettere che le mie poesie rivelano eccessivo pessimismo, ma quando scrivo penso solamente a quello che sento; non mi interessa, in quel momento, che cosa dirà il critico o il lettore.

Non ti capita in seguito di modificare la forma o il contenuto di alcuni versi?

  • Succede sempre di limare parecchi versi – cosa a cui ricorrono più o meno tutti – ma per me è solo ricerca del bello, del meglio, che a volte non mi riesce pienamente di descrivere in una prima stesura.

Da quando hai cominciato a “vivere” intensamente la poesia?

  • Dopo aver vinto nel 1974 il premio CE.SI. di Palermo, riservato ai giovani. Ti dico i nomi di alcuni critici che componevano la giuria: Bompiani, Luzi, Orilia. In quel momento ho capito che la poesia ce l’avevo nel sangue e che dovevo continuare a percorrere l’ardua e faticosa strada.

Ambisci al successo? Pensi di vincere qualche premio letterario con questo libro?

  • Chi scrive aspira anche al successo e con questa raccolta – non ti nascondo le mie ambizioni – spero di ben figurare in qualche premio letterario serio.

Non ci sono dubbi, Filippo Crea, oltre ad aver confermato la validità della sua poesia, ha qui raggiunto una giusta fusione stilistica e di contenuto che non mancherà di attirare l’attenzione dei critici.

In questo volume è contenuta una produzione sobria e compatta, ma aperta a una cristallina chiarezza rappresentativa; anche perché l’autore ha saputo frapporre, fra le sue sensibili reazioni emotive e il fluire degli eventi, il filtro di una meditazione profonda. Ne esce un mondo ordinato e, se si vuole, ristretto, dove però, a mediare tra l’io e il reale, c’è una partecipazione autentica al dolore, che comunque non scade mai in un’accusa gridata, ma piuttosto in composta denuncia. 

Giuseppe Possa

pgfcdomo







(G.Possa e F. Crea)



Pubblichiamo qui di seguito una delle 30 poesie del libro:

(“Lettera al padre”)

“Mi alzo alle sei,

la sola fatica qui dentro,

l’altro qui a fianco

non chiude occhio

(ancora due mesi per lui)

parla da solo alle macchie sui muri

impreca alzando la voce

e forse ha ragione.

È il solo

che mi chiama per nome,

tocca con le mani due foto sgualcite

che hanno di grigio

più del colore,

mi parla del figlio

della donna che non vede da Natale

e la cerca

come io vado cercando la mia.

Ancora non parlo da solo

a ombre fantasmi,

almeno per ora,

non grido a quel Dio

che non sente neppure se fiato.

Ma non c’è più sangue

in questa linfa

che non ha radici”.

Per ulteriori notizie su Filippo Crea ecco un l’articolo pubblicato su PQlaScintilla: http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2015/08/12/filippo_crea_poeta.html




permalink | inviato da pqlascintilla il 9/8/2018 alle 20:50 | Versione per la stampa
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