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13 ottobre 2018
MARIO BELTRAMETTI: UN PITTORE TRA PAESAGGIO E PROBLEMATICHE SOCIALI

 

Lutto nel mondo dell’arte ossolana: è scomparso, il 4 ottoindexbre 2018, Mario Beltrametti, pittore di Crevoladossola (VB), nato a Ornavasso nel 1941, noto soprattutto per le nature morte e i paesaggi che ha dipinto, lungo i sentieri delle nostre valli. Saltuariamente si è anche dedicato a un’appassionata ricerca sui problemi dell’uomo e dei suoi valori, con quadri di vibrante polemica sociale, dedicati all’ecologia, alla Resistenza, alla guerra, alle lotte per la libertà, con cui denunciò la prevaricazione e l’autoritarismo politico, la corruzione, lo sfruttamento, di ogni tempo e di ogni luogo. Per ricordarlo, pubblichiamo un ricordo di Giuseppe Possa, che in più occasioni scrisse di lui e gli presentò alcune mostre.

Mario Beltrametti è un pittore che ha sempre lavorato dedicandosi al paesaggio e ai temi sociali, cogliendo il meglio della tradizione artistica ossolana in genere e vigezzina in particolare, che vantano momenti di alta scuola.

Nato ad Ornavasso (VB) nel 1941, Mario Beltrametti ha sempre operato a Crevoladossola, dove risiedeva, in una tipica villa del Settecento, dal cui terrazzo si ammira l’ampia conca che accoglie <<il vento delle sette valli>>, in cui sorge Domodossola e dove il Toce, radunando le acque dei suoi torrenti, calmo scende al Lago Maggiore.

fioriEspose la prima volta a Domodossola, presso la fondazione Galletti; in seguito partecipò a numerose collettive a Varese, Novara, Lesa, Stresa e in altre importanti città. All’inizio degli anni Settanta ad Arona, allestì due personali e nel 1979 vinse il premio dedicato al maestro pittore Umberto Montini. Citato su giornali, riviste e pubblicazioni d’arte (come il “Comanducci”), nel 1985 propose una nuova personale nella città domese, a Palazzo S. Francesco, e prese parte all’incontro tra pittori italo-svizzeri: “Ossola e Vallese nell’arte contemporanea”. Aveva, comunque, già aderito ad altre iniziative simili, quali: “Aspetti ambientali ed urbanistici dell’Ossola, ieri, oggi, domani”; “Proposta: immagini per ricordare”, una collettiva dedicata al tema della Resistenza, proposta dall’Anpi di Domodossola con catalogo (dal suo dipinto, “Il sonno della ragione genemarbeltrra i mostri”, si evince che la ferocia e la sofferenza di ieri sono state bandite, la libertà è stata raggiunta, ma al fondo restano l’inquietudine ed il timore che tutto ciò non sia definitivo. Come in un vasto affresco decorativo, i frammenti-simboli del bene e del male sono raffigurati per superare e redimere le tragedie, non solo quelle dell’ultima guerra, ma idealmente ogni spargimento di sangue, così da lasciare posto a un mondo nuovo, rappresentato dal prato fiorito).

Nel 1998 presentò alcune interessanti tavole durante l’annuale concerto, promosso dalla <<Cappell284845_2327330261542_566993_na Musicale del Monte Calvario>>, nella chiesa romanica di S. Quirico in Domodossola (proprio davanti alla villa in cui trascorse i suoi ultimi anni il filologo di fama internazionale, Gianfranco Contini). Lo stesso anno propose i suoi quadri a Palazzo Pretorio di Vogogna, presentati da Dario Gnemmi e da me. La mostra più importante, però, la tenne l’anno successivo a Milano alla “Galleria dell’Angolo”, curata da Gianni Pre, direttore della rivista di cultura e arte “ControCorrente” che gli dedicò copertina e un corposo inserto (a cui collaborai). L'esposizione ottenne le recensioni di diversi quotidiani, in testa “Il Giornale” che pubblicò oltre il commento una fotografia.

Voglio chiudere quest’excursus biografico, ricordando l’importante successo che Mario Beltrametti ottenne nel 1984 quando, invitato con altri pittori locali alla celebrazione del indexxxxx<<40? anniversario della Giunta di Governo Provvisorio della zona liberata dell’Ossola>>, presentò un’opera che riesce a sintetizzare concetti di valore universale. Questo quadro, (il cui titolo è il medesimo del libro aperto, in basso a destra, di Giacomo Borgonovo, scritto nel 1868 contro la pena di morte: <<Il patibolo, il carnefice ed il paziente>>), merita una <<lettura>>. Dietro la composizione di quella che a prima vista sembrerebbe una natura morta, c’è il frastuono della guerra, la miseria umana dei corpi lacerati, i gesti scomposti della violenza recata e subita, il volto orribile e disfatto della morte. La presenza del tavolo dà la possibilità di un piano, del palco su cui rappresentare una scena: un’anatra dal collo spezzato - presumibilmente il popolo - è “il paziente”, il capro espiatorio; la corda che la lega potrebbe raffigurare “il patibolo”; Hitler, che appare nel ritratto, “il carnefice”; il potere cile (1)brutale e razzista, che ieri come oggi imperversa in ogni parte della terra, è raffigurato con le scritte Pinochet e Ku Klux Klan; mentre i fiori recisi del vaso appaiono come vittime di una violenza ecologica, anche se non sacrificale. Il giornale, infine, che sembra avvolgere il tutto, potrebbe simboleggiare l’immagine metaforica di un potere che può essere usato a sostegno, come a sfavore della causa umana. Per mezzo di questo quadro, ma anche di altri della stessa fase, con segno incisivo e tagliente, Beltrametti voleva denunciare le prevaricazioni e l’autoritarismo politico, la corruzione, lo sfruttamento d’ogni tempo e d’ogni luogo, e rappresenta quello stimolo che possa suscitare nel fruitore una reazione morale; e i simboli non valgono solo per il loro significato archetipo, ma soprattutto per quello che assumono nel contesto, come generatori, appunto, d’immagini.

Con oltre cinquant’anni anni di attività artistica alle spalle, egli non s’improvvisò, come spesso accade, pittore (anche se per vivere scelse un lavoro impiegatizio): questo va detto, innanzi tutto, per riconoscergli quelle capacità tecniche, stilistiche e di contenuto che effettivamente possedeva. Allievo del Pantona (erede dei grandi vigezzini e della pittura ottocentesca, il nonno trascorse anche un periodo a Torino, ritraendo personaggi della Corte regnante) Beltrametti ha percorso, sotto gli insegnamenti del maestro, alcune importanti tappe per la futura carriera artistica, studiando, in modo approfondito, i macchiaioli fiorentini, gli impressionisti francesci, i divisionisti italiani e i pittori paesaggisti ossolani. Egli – soprattutto a causa della posizione periferica in cui è stato costretto a vivere (lontano cioè dalle grandi città e dai centri vitali della cultura) – ha prediletto questi tipi di pittura, fino alla successiva scoperta di nuovi sbocchi, in seguito a quella continua e appassionata ricerca dei problemi dell’uomo e dei suoi valori. Il nostro ha finito così per abbandonare i vecchi schemi e per cogliere le sue esperienze nell’esplorazione di un’espressività figurativa, in parte ancora legata al paesaggio e alla natura morta, ma toccando anche temi sociali, riuscendoci appieno con una pittura più connotativa, avvalorata dalla sua personalità forte e spontanea.

index2222I primi quadri di Beltrametti erano molto suggestivi e palpitanti di liricità: in essi l’autore filtrò, sfruttando la propria sensibilità, le immagini della natura (<<E’ una natura, questa di Beltrametti – scrisse Gianni Pre – che pulsa, respira, soffre, gioisce>>) e i suoi scorci, più che descritti, sembrano vissuti in dolce simbiosi. Si possono così segnalare, tra questi dipinti, piacevoli nature morte di stile classico (cioè con il fondo neutro, le tonalità basse, quiete e ben calibrate); paesaggi dove le forme sono costruite con macchie di colori forti e scuri; altre composizioni possiedono una prospettiva aerea, dove irrinunciabile pare la spazialità e dove le foglie degli alberi, più che viste, si “sentono”.

Sono anche di quel periodo: boschi “danteschi”, in cui s’intravedono case che diventano simboli di rifugio nello sgomento della vita d’oggi; filari di alberi, leggermente piegati in avanti, che danno la sensazione di un corteo d’uomini diretti al patibolo: la tesi prende conferma anche perché spesso, alberi dritti e maestosi posti in primo piano, a volte all’inizio e alla fine della fila, sembrano fungere da spietati guardiani dei condannati.

Nella produzione del suo momento più felice, Beltrametti ha coltivato una ricercaIMG_E8142[1] impegnata: nelle sue opere ricorre la tematica di una vibrante disputa sociale, ma senza stridori polemici o indugi idealistici. Con tonalità vibranti e atmosfere aderenti, l’artista s’interrogava, pieno di ansie, sul significato dell’esistenza e del proprio essere al mondo, divenendo così un lucido testimone delle miserie, delle infamie, della stupidità delle guerre. Non ha avuto bisogno, per raggiungere questo risultato, di ricorrere alla polemica: gli bastavano pochi simboli (e il simbolo è sempre segno di un divieto, di un tabù sociale) per rivelare la perversione degli istinti, la cupa libidine di violenza e di potere. Ieri come oggi – sembra suggerirci l’artista – l’umanità non ha bisogno di eroi, ma di qualcuno che l’aiuti a prendere coscienza delle proprie lacerazioni, delle proprie contraddizioni, e a trovare in se stessa la forza e la volontà di risolverli.

IMG_E8143[1]Voglio qui riportare un giudizio che Donato Conenna scrisse su di lui anni fa: <<Beltrametti conduce un proprio discorso, fuori dalle correnti d’arte locali, rimanendo fedele ad una figurazione sociale che anche nel paesaggio trova il suo retroterra espressivo. Il suo è, infatti, un territorio dipinto nel momento in cui la presenza dell’uomo è vicina e vedibile… Una lettura delle sue opere porta, senza gli ausili del facile cartolinismo, al riconoscimento dei segni dell’uomo, alla sua pace ambientale, nei campi, nelle baite, nelle infiorescenze di un’aura domestica, di cui abbiamo perso le dimensioni. E qui, antichi vasi di terracotta smaltata e vecchi merletti, creano luci e ombre sui nostri ricordi. Oggetti che sono in primo piano non per fare bella mostra di sé, ovvero per dare lezione di calligrafia pittorica, ma per continuare il culto di quella religione laica che si chiama sapere>>.

Mario Beltrametti era convinto che si può dipingere in modo tradizionale o moderno: <<L’importante>>, mi diceva in un’intervista <<è non prendersi in giro; occorre procedere con onestà e per gradi, senza la ricerca ossessiva di “mirabolanti” formulette che, per lo più, derivano da storpiature o brutte copie di autori di successo, ricordando che la caduta di credibilità deriva spesso dalla mancanza di motivazione>>. E se non scatta una molla inventiva originale? Chiedevo: <<Bisogna sfruttare il bagaglio tecnico e culturale che si Antico-Quadro-Paesaggio-Mario-Beltrametti-Ossola-Dipinto-Olio-_1possiede, per approfondire. L’osservazione della natura (che fortunatamente esiste e si trasforma davanti a noi in ogni istante) può essere un ottimo stimolo. Si può, ad esempio, cogliere l’aspetto legato alla luce – che entrando dalla finestra di uno studio, gradualmente e con continuità, avvolge tutti gli oggetti, li posiziona nello spazio, li descrive nella loro natura materiale (metallo, legno, vegetale, ecc.) – non per farne una riproduzione fotografica, ma per darne un’impressione animata>>. Beltrametti riteneva che gli oggetti di una natura morta portino in sé l’uso che l’uomo ne ha fatto e se anche in quella funzione sono ora tecnologicamente superati, essi conservano un fascino sottile di semplicità, di fatica, di forma e proseguiva: <<Il fascino di quello che oggi è solo vecchio, ma che domani sarà antico, dovrebbe far scattare quel sentimento di rispetto che similmente ci colpisce nel paesaggio: le antiche case, gli alberi secolari, i prati, le montagne, l’acqua, sono sempre gli stessi, ma ogni volta diversi in ogni attimo, in ogni stagione, negli anni, col variare della luce e della nostra sensibilità. L’importante, secondo me, è riuscire a trasmettere in chi guarda lo stesso spirito contemplativo di chi ha costruito l’opera>>.

Se egli esponeva o si privava di un quadro fortemente sentito, era proprio per trasmettere o suscitare sintonie tra chi opera e chi guarda, e aggiungeva: <<È un bene che la natura esista ancora malgrado i tentativi dell’uomo di distruggerla, mortificarla, o addirittura sacrificarla a schiere di nuovi “dei” e “barbari” profitti: dobbiamo tornare ad ammirarla, a stupircene, con curiosità, con quella giusta determinazione che ci fa sentire, ad esempio, che un “fiore” non è “il fiorellino” o “un fiorellino”, bensì uno degli anelli che in natura mirabilmente trasmettono e permettono il movimento del “grande motore”>>, eAntico-Quadro-Paesaggio-Mario-Beltrametti-Ossola-Dipinto-Olio-_1x concludeva: <<La luce modella, trasforma, vivifica, adombra, a seconda dell’intensità, gli oggetti, gli animali, l’uomo, l’aria, l’acqua… Così, dipingendo un quadro, occorre – nel rifrangersi dei colori, nella loro bellezza e non come se fossero coriandoli – dare dinamicità al fluttuare della luce. Nel quadro deve “circolare l’aria”, senza piattume di piani che soffochino la composizione: “Le leggi sono sempre le stesse per qualsiasi genere (sia esso classico o moderno, figurativo o astratto)… poi ognuno canta con la voce che ha”, sosteneva il mio maestro, che aveva sempre vissuto in Val Vigezzo (la “valle dei pittori”, per antonomasia), ma che, grazie a questo “metro”, sapeva ammirare Picasso o Dalì, Guttuso o Annigoni>>.

Mario Beltrametti mi parlava con convinzione, ma con la semplicità di chi opera con spirito libero e ha coscienza del proprio lavoro. In questa chiave di lettura, lo svolgersi del suo percorso creativo acquistava un senso e ci faceva intuire l’essenza di una scelta di vita: cioè di proporre, al pubblico e alla critica, l’arte figurativa più genuina, che ispirandosi al vero, ne coglie gli aspetti più suggestivi, procurando un immediato godimento interiore. Credo che egli abbia sempre dipinto per soddisfare quella gioia che nel pittore si rinnova ogni volta che il colore comincia a incantare di poetiche immagini la tela: un piacere che si accende quando l’artista entra in contatto con il quadro. Dalle bellezze della Val d’Ossola, Beltrametti trasse ispirazioni e stimoli per la propria creatività e di fronte alle sue tele, il fruitore ritrova la testimonianza della personale partecipazione alla vita della montagna.

Soprattutto negli anni più prolifici, impegnato in una costante ricerca di sempre nuovi effetti prospettici e cromatici, Mario Beltrametti riuscì a ricreare – con paesaggi, interni, nature morte, composizioni di fiori – proprio l’atmosfera lirica di questo mondo alpino, in lenta via d’estinzione: un mondo che pare abbia smarrito l’essenza primordiale di vivere con naturalezza, a contatto con le cose che ci circondano.

Giuseppe Possa

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permalink | inviato da pqlascintilla il 13/10/2018 alle 22:9 | Versione per la stampa
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