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Vi scrivo

A voi lascerò qualcosa
di ciò che sono stato,
dei miei pensieri spenti,
di quanto ancora credo.

Non prendetevi tutto
- in tempi così diversi -
ma tutto non rifiutate
se il futuro vi spaventa.

Ricordatevi le prime parole,
il sapore caldo del latte,
l’abbraccio inaspettato,
la sconosciuta solitudine.

Di me, quando più non sarò io,
spero di sapervi pronte
- pur lontano dai rimpianti -
a salvare almeno l’essenziale.

Un po’ di quel comunismo
in cu s’è infranta solo ieri
l’illusione del moderno uomo,
forse contingente e non eterna.

Lo spirito libero della poesia,
che nella storia unisce
i secoli del nostro mondo
come sottile amorosa traccia.

Il pacato senso nostalgico
del tempo ormai vissuto
delle parole già pronunciate,
di ogni cosa persa nel passato.

Nient’altro può offrirvi - domani -
questa vita critica di padre
senza infrangere la libertà
delle nuove generazioni.

Così oggi, nella speranza,
affido ai vostri cuori severi
la mia semplice “eredità”
e vi scrivo, figlie mie.

Giorgio Quaglia
(da “Le stagioni del cuore” 2003)

Pubblicato il 31/3/2009 alle 9.16 nella rubrica poesie.

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