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Terremoto e “solidarietà”

E’ stato così anche per il catastrofico terremoto in Friuli nel 1976 (con i suoi mille morti): la solidarietà scattata dopo quanto successo in Abruzzo ha assunto dimensioni straordinarie e generali.
Un comportamento collettivo (nazionale) però, nonostante il trentennio trascorso, solo in apparenza e in parte positivo, umanitario, frutto in realtà di una determinata “imposizione” psicologico-morale a cui ha contribuito in gran parte un sistema di “informazione” televisiva a dir poco indecente, farcito di retorica ed ipocrisia. Infatti, soltanto nel suo complesso, come tale cioè, la massa manifesta - ed in modo quasi esclusivo per tragedie naturali (molto meno ad esempio per quelle provocate dall’uomo stesso come le guerre) - solidarietà e commozione.
E’ stato ed è così appunto per i terremoti o le alluvioni (certo anche con i pur notevoli e necessari risultati); ma, potendolo fare in concreto, si analizzi il complesso enorme ed eterogeneo che ha tanto solidarizzato e si è commosso; si prendano in modo singolo le sue componenti, le persone; nonché si verifichino i rapporti che hanno tutti i giorni, il loro grado privato di umanità e fratellanza. Dovrebbero così emergere le tante basi singole, i piccoli riflessi di quella manifesta “morale” di massa, pubblica. Invece - questa la pesante realtà immutata, anzi peggiorata nei decenni - si scoprirebbero individui freddi, razzisti, gelosi della proprietà, del privato (nonostante Facebook e You Tube), indifferenti o al limite mossi, nell’eventualità, solo da pietà e neppure dalla carità (che sarebbe un sentimento meritevole).
Si scoprirebbe cioè la mancanza assoluta di amore e di passione nelle relazioni fra la gente (non solo nelle grandi città) e il fatto che di fronte a immani tragedie “naturali” la spinta prima alla solidarietà è provocata in larga misura dalla emotività collettiva e dall’autocompiacimento morale che la stessa fa scaturire (una solidarietà, fra l’altro, dal carattere momentaneo o temporaneo, visto i silenzi che presto calano sulle vicende, le baracche ancora oggi presenti ad esempio dopo i terremoti del Belice e del Friuli o l’impunità finale di cui godono i responsabili delle carenze e delle speculazioni sugli immobili).
Anche da ciò quindi la dimostrazione di una diffusa mancanza appunto di basi morali umanitarie e spontanee singole, individuali.
Psicologia e realtà queste, che interessano il potere politico-televisivo: il restare come singoli aridi e possessivi, il non accorgersi (a proposito o meno) del dolore e della tragedia di altri nostri simili, anche se ci vivono accanto ( e il tema dell’emigrazione, ha portato agli estremi e ad una simbiosi invece le singole convinzioni e il pessimo senso comune della gente).
Gli scopi sono abbastanza evidenti, perché capire a livello di coscienza (e soffrirne) le tragedie personali che ogni giorno, ogni ora, si consumano nel nostro Paese (cosa diversa dalla “spettacolarizzazione” morbosa che i mass media fanno delle vicende di cronaca nera); capire l’uomo, gli individui e rispettarli per i propri sentimenti, per le loro differenti personalità (e per estensione culturale per le loro origini etniche), porterebbe anche ad una vera coscienza umanitaria nazionale, generalizzata, popolare (non tipo Telethon per capirci); porterebbe alla comprensione di tante gravi problematiche “singolo-collettive” meno apparenti e sulle quali di solito si registra indifferenza, inutile pietà, se non addirittura rifiuto (la situazione dei “malati” di mente o quella degli emarginati sociali in generale).
Porterebbe, infine, insieme alla consapevolezza sull’utilità di un’azione conseguente, alla rivalutazione del concetto e del “valore” del “singolo” in contrapposizione all’uomo massificato (consumistico), permeabile alla becera ”educazione” televisiva, dunque sempre pronto ad esprimere quel certo tipo di “solidarietà”.

                                                                                11 Aprile 2009

Giorgio Quaglia

Pubblicato il 13/4/2009 alle 11.31 nella rubrica politica e società.

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