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GABRIELE MUCCHI: UNA VITA DEDICATA ALL’ARTE

E' morto nel 2002. Ragazzo del ’99, visse in tre secoli. Architetto nel nuovo stile razionalista, disegnatore di mobili moderni, fu affascinato dalla pittura. Dedicò opere alla Resistenza e alla lotta sociale, ma dipinse anche nudi e nature morte.
Artista in solitudine, grande pittore realista e intellettuale di sinistra, libero da schemi

Ricordo il mio amico Gabriele Mucchi che a cent'anni era ancora pieno di vitalità e nel 1999, mentre lo festeggiavamo al Museo della Permanente con un numero speciale della rivista ControCorrente, ci diceva: <<E tuttavia ora avanti! C'è ancora un po' di tempo, pochissimo, ma utilizzabile: per il lavoro nel mio studio milanese o in quello di Berlino. Per la famiglia, per gli amici, per i compagni. Per nuove idee>>. Mi è venuto così il desiderio di ricordare questo grande pittore realista.

Il 10 maggio 2002 moriva, serenamente com’era vissuto, Gabriele Mucchi. Avrebbe compiuto, di lì a pochi giorni 103 anni: era, infatti, uno dei ragazzi del ’99, spediti sulla linea del Piave dopo la disfatta di Caporetto. Raffaele De Grada, nel ricordarne la scomparsa, il giorno dopo, sul “Corriere della Sera”, affermava che <<l’opera di Mucchi rimane come documento della vitalità del realismo europeo toccato dalla forte conoscenza dell’espressionismo tedesco e della convinta vitalità del realismo italiano>>.

Se si vuol tracciare un bilancio della sua poliedrica attività, bisogna tener conto che non fu solo pittore, ma anche architetto che costruì case, come in via Marcora a Milano, in un nuovo stile razionalista, e poi arredatore e disegnatore di mobili moderni, illustratore di testi, scrittore, traduttore, intellettuale di sinistra.

VISSE TRA MILANO E BERLINO Nato a Torino da una famiglia della buona borghesia, Mucchi riceve un’educazione severa, ma in un ambiente artistico (il padre è apprezzato pittore, da cui apprende le prime nozioni tecniche) che gli permette di conoscere personaggi celebri come Sibilla Aleramo, Giovanni Cena, Corrado Alvaro, Augusto Rodin e altri: <<Io sono nato>>, mi diceva in un’intervista <<negli anni delle prime lotte della classe operaia e contadina, negli anni in cui in Italia si incomincia a parlare di socialismo. E’ indubbio che la mia vita d’uomo, di intellettuale e di artista sia stata accompagnata da una scelta ideologica. E’ certo che già da quando ero bambino, cose viste, esperienze fatte o sentite narrare, abbiano inserito nella mia mente certi germi, che poi, nel tipo della mia formazione intellettuale e attraverso certi casi della mia vita, abbiano trovato il terreno favorevole al loro sviluppo>>. Alla pittura, tuttavia, egli comincia a dedicarsi solo negli anni Venti, durante gli studi universitari a Bologna, appena tornato dal fronte del Piave e del Grappa.

Dopo la laurea in Ingegneria, raggiunge Roma per lavoro: qui frequenta alcuni circoli antifascisti e si lega d’amicizia con artisti illustri. Si trasferisce poi a Milano, svolgendo la sua attività professionale presso lo Studio dell’architetto Gigiotti Zanini; successivamente espatria a Berlino, dove nel 1929 organizza una mostra del “Novecento italiano” e viene in contatto con i maggiori espressionisti tedeschi, allargando la sua esperienza al di là della provinciale cultura italiana. Nel 1931 lo troviamo a Parigi e stringe amicizia con Severini, Tozzi, De Pisis; conosce Jenny Wiegmann (Genni) che in seguito sposerà, diventando per 40 anni la sua <<compagna ed amica>>. Dal 1934 si stabilisce a Milano e nella sua casa di via Rugabella si incontrano giovani e meno giovani che formano un gruppo di artisti, divenuti poi tutti noti: Quasimodo, Carrieri, Gatto, Sereni; Solmi, Guttuso, Manzù, Migneco, Birolli, Sassu, Cantatore, De Grada, De Micheli e tanti altri. Scrisse a tale proposito Renato Guttuso, in un catalogo: <<L’incontro con Mucchi risale agli anni ’35-’36, anni nei quali appresi nel modo più concreto possibile cosa significhi miseria, freddo, fame, disperazione. Da Mucchi trovai sempre un uovo, o cinque lire. E non solo io, altri amici e colleghi artisti e scrittori bussavano a quella porta di via Rugabella, e ne uscivano sollevati. Spesso io restavo lì a dormire su una branda nello studio al caldo, perchè il mio scantinato di via Guglielmo Pepe spremeva acqua dalle mura. Discutevamo di pittura e di antifascismo, vedavamo libri e riviste, gettavamo uno sguardo sull’Europa proibita... si iniziava in modo incerto, ma appassionato, un dibattito che doveva poi svilupparsi e precisarsi negli anni futuri>>.

In questo periodo prosegue l’attività di Mucchi che espone un po’ ovunque (per anni alla Biennale di Venezia); realizza acqueforti per il “Parliamo tanto di me” e disegni per i “Poveri Matti, opere di Cesare Zavattini. Partecipa alla “Mostra d’arte contemporanea”, nel capoluogo lombardo, organizzata da “Corrente” e pubblica anche scritti sull’omonima rivista.

Lo scoppio del secondo conflitto mondiale lo vede capitano dell’artiglieria contraerea, fino a quando, sfuggendo alla deportazione degli ufficiali in Germania, diventa partigiano nella Brigata Garibaldi sul Lago Maggiore e nell’Ossola, lavorando soprattutto per la stampa clandestina. Dopo la guerra, sulla spinta dell’emozione civile e politica, matura in Mucchi l’idea di un’arte realista e dipinge opere straordinarie sulla Resistenza, sulle lotte sociali, sulla vita di operai, contadini o pescatori, ma anche stupendi nudi, nature morte, ritratti.

Negli anni Cinquanta, la vita di Mucchi si divide tra Milano e Berlino; espone in importanti città italiane e straniere; conosce, tra gli altri, Diego Rivera e Pablo Neruda. In Germania, dove insegna in Università e Accademie, ottiene riconoscimenti e una laurea Honoris Causa. Escono monografie importanti su di lui, scritte da Ragghianti, De Micheli, Russoli, Tassi, De Grada; traduce Gòngora, Baudelaire, Brecht (che gli è amico), Catullo; esegue importanti murales, oltre a una vasta produzione pittorica; illustra libri di autori internazionali. In seguito alla morte di Genni (1969), si risposa con Susanne Arndt nel 1973, un’artista tedesca di molto più giovane di lui, da cui ha avuto il figlio Gabrio.

IN UN’AUTOBIOGRAFIA LA VITA E LE OPERE Nel 1994, a coronamento di una lunga e proficua attività artistica, pubblica le proprie memorie: <<Le occasioni perdute>>, in cui ha lasciato che i personaggi da lui incontrati (e quelli noti sono veramente tanti: di alcuni di essi ha poi tracciato profili memorabili, conditi di avventure inedite e anche di... qualche piccante retroscena), gli episodi delle sue lunghe e tormentate vicissitudini, affiorassero alla memoria per caso, con aneddoti, citazioni, vicende familiari, che ne rendono la lettura stimolante e avvincente. Anche nella pittura, Gabriele Mucchi sembra far tesoro delle sue qualità narrative: la sua realtà appare con tutti i fatti e le vicende della vita; i suoi personaggi, descritti con commossa partecipazione al loro mondo, sono l’umile gente del popolo, operai, contadini o pescatori, tutti anonimi e in gesti quotidiani; tutte creature semplici, cariche di fatiche e sofferenze, ma anche di attese e di speranze. In certe espressioni nobili ed energiche di questi “ritratti”, l’autore ha voluto mostrare la forza e la dignità di una classe che è stata parte essenziale del nostro contesto sociale.

Mucchi, che aveva trattato i motivi della Resistenza con emozioni precise, proprio perchè il suo nucleo poetico era fortemente radicato nella storia, ha saputo cogliere anche i temi delle lotte di strada, quando i conflitti politico sociali, di cui sono state protagoniste le generazioni tra gli anni Sessanta e Settanta, sono esplosi in tutta la loro drammaticità nel nostro paese. Le violenze di quelle scene, egli ha saputo contenerle in controllate composizioni e ammorbidirle con un uso liricamente espressivo del colore.

Ben ha scritto il critico d’arte Gianni Pre, definendo Gabriele Mucchi: <<Un pittore controcorrente: nel solco della tradizione figurativa. I fattori del nuovo per il nuovo, gli idealisti, gli accodati alle mode di turno definirebbero questo suo corposo complesso di raffigurazioni, che passano dalla sfera pubblica a quella privata, arricchendosi reciprocamente, un’esperienza vecchia, superata; invece, proprio in virtù di un’aderenza profonda e sostanziale alla realtà della vita e della storia, diventa una testimonianza di punta, d’avanguardia. Le sue immagini sono ferme, semplici, palpitanti, commosse e partecipi: grondano di genuina ed elementare pulsione vitale. Ed è come andare incontro alla realtà immergendovisi, per comprendere le molteplici e contrastanti sfaccettature>>.

Con questo intervento, per concludere, voglio esprimere la mia stima a Gabriele Mucchi, amico nell’ultimo decennio della sua vita, per l’impegno culturale dell’artista, per la sua coerenza intellettuale e per la vitalità della sua arte, intesa soprattutto quale messaggio sociale, perchè, come lui stesso mi confidò: <<Ho sempre rappresentato – attraverso il realismo – contenuti di fervore umano, di anelito verso la giustizia, di denuncia civile, di slancio verso la bellezza e la dignità dell’uomo, valori che, con un volto proprio, corrispondono a quelli della grande arte di tutti i tempi, fin dai più antichi>>.

  Giuseppe Possa
 

Pubblicato il 16/4/2009 alle 15.30 nella rubrica arte.

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