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L’ANGOLO DELLA POESIA


Ho trovato questi versi scritti su un foglio piegato in quattro, probabilmente usciti da qualche tasca o borsetta (la calligrafia mi pareva prettamente femminile). Mi sono subito piaciuti  e perciò li ho velocemente ricopiati, prima di consegnare lo scritto al proprietario del bar, affinché lo potesse eventualmente restituire a chi c’era seduto prima di me a quel tavolino.  Li ho apprezzati, dicevo, non solo per la costruzione lirica che denota qualità poetiche non comuni, ma anche perchè i contenuti mi ponevano di fronte a una realtà, in cui potevo riconoscermi (come del resto tanti altri della mia generazione). E mi chiedevo chi avesse potuto scriverli: una donna tradita, una moglie, una figlia, che guarda il padre o il suo uomo, il quale non si rassegna al trascorrere del tempo? Nel frattempo, ho visto i miei radi capelli bianchi, le rughe del volto, la schiena non più dritta sotto l’incalzare dei ricordi e ho colto, in quelle parole scritte di getto con sincerità, piccole spie delle mie debolezze e mi sono sentito io alla sbarra. Il finale mi ha, però, fatto comprendere tante cose, notando come nell’autrice c’è sempre un segno di tenerezza, verso il padre o l’uomo di una vita che, forse, vede allontanarsi o invecchiare.

Chi riconoscesse come propria la poesia ci contatti e saremo ben lieti di aggiungere il nome. Grazie. (G. P.)

 

RABBIOSA TENEREZZA

 

Gli inganni del tempo

palesi

nella schiena curva,

crudeli

nei radi capelli bianchi,

dolci

nelle pieghe del volto,

fastidiosi

nel passo meno sicuro.

   Non attesi

come il sonno

a scacciare la stanchezza.

Impertinenti

perché non accettati,

pesanti

nel groviglio dei ricordi.

   Testardi e ammaliatori

            quando

registi di pellicole a colori

proiettano fotogrammi di voli

su acque ancora burrascose.

Per le evidenze

e per i sogni, tutti,

sento profonda in me

la malinconica rabbiosa tenerezza.

Pubblicato il 28/8/2010 alle 20.38 nella rubrica poesie.

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