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L'odore della Vinavil.

 

(nel ricordo, una riproposta)

           Era l’epoca delle scuole elementari e mentre mio padre incollava una suola di scarpa o l’incastro di un mobile (i suoi hobby per campare meglio) io immergevo un bastoncino nel barattolo della Vinavil e poi lo stendevo sulle dita di entrambe le mani. Così gironzolavo in attesa che - dopo qualche minuto - il liquido lattiginoso e appiccicaticcio si seccasse fino a formare una pellicola fine e trasparente che in seguito lentamente staccavo con le unghie come fosse “docile” pelle. I figli dei dipendenti Rhodiatoce (in seguito Montedison, quindi Vinavil) hanno passato la loro infanzia a divertirsi anche in quel modo e annusando (riconoscendolo) l’odore agrodolce della colla che in casa non mancava mai; pure l’acronimo del suo futuro famoso nome (formato dalle parole “Vinile acetico” e “Villadossola”) era patrimonio di conoscenza comune. Lo stabilimento aveva fatto sorgere intorno l’omonimo quartiere Rhodia (con immigrati romagnoli, veneti, calabresi, napoletani) e molti di quei bambini sono diventati orfani troppo presto senza sapere (non si sa neppure ora!) che forse proprio la lavorazione di quel prodotto con cui giocavano (e di altre sostanze chimiche) avesse causato la morte dei loro genitori.

           Mio padre Ilario, dopo oltre 35 anni di lavoro in quell’azienda (allora “famigerata”), si considerava ed era diventato davvero un “sopravvissuto”, minato nello spirito dalla fine di tanti colleghi ed amici, ma aggrappato alla resistenza e all’esistenza di un fisico che aveva sopportato sette anni fra militare e guerra e decenni di fabbrica; “testimone” vero di una generazione straordinaria e non succube, non vinta, né dal fascismo, né da ambienti di lavoro pessimi (da parecchio e per fortuna comunque modificati e migliorati), legata alla famiglia, alla serietà e alla dignitosa umiltà della propria condizione operaia.

           Non so se, prima di quel lacerante e triste14 novembre in cui il suo cuore stanco ha interrotto nel sonno una mente ancora lucida e sensibile, papà avesse fatto un bilancio soddisfacente o meno per i suoi novant’ anni, su quanto fosse riuscito a “dare”, al di là dei forti legami e affetti famigliari. Noi, purtroppo, la nostra generazione di figli “privilegiati” (in un quartiere, in un paese ormai stravolti e irriconoscibili), di certo non abbiamo saputo trasmettere quanto ricevuto, acquisito (ed è tanto) dall’esempio e dalla presenza di padri come il mio. Ed anche se qualche bimbo può giocare ancora con la Vinavil, quel senso e quell’amore per la vita e per le cose (che evocavano e rappresentavano l’odore e la sensazione della colla sulle dita) sono per sempre scomparsi con loro, lasciandoci un po’ più soli e inermi.                               

Giorgio Quaglia

Pubblicato il 14/11/2011 alle 22.24 nella rubrica diario.

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