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"La ragazza di nome Giulio" non c'è più (insieme alla nostra 'innocenza')


L'amante di Lady Chatterley” di David Herbert Lawrence (dove viene descritta in modo esplicito una relazione tra una donna della borghesia inglese, sposata con un paraplegico, ed un uomo appartenente alla working class, un boscaiolo) sarebbe arrivato pur impetuoso almeno due lustri dopo nell’edizione più reperibile della Garzanti, ma è stato il libro “La ragazza di nome Giulio” di Milena Milani – morta nella sua Savona a 95 anni – a turbare le fantasie sessuali  alla fine della nostra ‘morbosa’ e spensierata adolescenza provinciale.

Il romanzo, che racconta la storia di sesso – anche lesbico – e solitudine della protagonista con quel nome maschile, fu pubblicato nel 1964 dall’editore Longanesi dopo essere stato rifiutato da diverse altre case editrici e provocò subito uno scandalo. L’autrice fu processata per “offesa al comune senso del pudore e oscenità”, subì la censura e il sequestro del volume e una condanna a centomila lire di multa e a sei mesi di reclusione. Il mondo intellettuale, con alla testa Giuseppe Ungaretti, si mobilitò in sua difesa e, nel 1967, Milena Milani fu assolta in appello, con tale sostanziale motivazione: “Gli spunti erotici si inseriscono armoniosamente nel tessuto narrativo e rispondono alle esigenze descrittive che il tema della donna condannata alla solitudine suggeriva e che sono state felicemente realizzate nell’unità poetica dell’opera”.

Nella prima sentenza negativa, ad opera del giudice Francesco Favia, si leggeva invece fra l’altro che: “…Va stigmatizzata la chiave morbosamente patologica in cui viene prospettata questa storia che con fredda, ma artatamente protratta e sessuale interpretazione, riduce a squallida vicenda, senza alcuna necessità o finalità artistica, una tranche de vie di una giovane emotiva, quanto negata, apparentemente, all’amore, vero e proprio; avide di premature e smodate esperienze pseudo-amorose, incline ai deliranti sofismi e alle lubriche divagazioni di una follia che l’autrice si sforza vanamente di rendere credibile, o raziocinarle, o considerabile come studio psicologico, o interpretazione d’ambiente, o opera sociale con pretese culturali”.

Quella testa  togata, satura del moralismo cattolico e bigotto imperante (la Chiesa, come al solito, fu solerte a lanciare i suoi strali nei confronti dell’autrice e della pubblicazione, come ben simboleggiato nel mensile ‘La Madre’: “…Siamo rimasti dolorosamente stupiti che una donna, una nostra italiana, abbia osato tanto, e che una casa editrice si sia prestata a lanciare nel mercato librario tanta turpitudine”), non poteva certo immaginare che in modo indiretto avesse ‘colto nel segno’, almeno rispetto al modo in cui dei ragazzini avrebbero letto quel libro “scabroso” appena fossero riusciti ad averlo fra le mani. Del resto la medesima Milena Milani, come rivelerà in una prefazione dell’opera nel 1978, era in parte consapevole di tutto questo: “Quel personaggio incandescente che era la ragazza Giulio, mi faceva paura, perché mi ero accorta che stavo precorrendo i tempi, e inoltre sentivo che per molta gente sarebbe stato motivo di scandalo, e di vergogna”.

Vivendo in modo così straordinario quei periodi (ricordo ad esempio la particolare e ineguagliabile “tensione fisico-emotiva”, di domenica nella sala del Cinema sociale ormai chiuso, i primi timidi approcci con le ragazze spiate e accarezzate nel buio ‘illuminato’ della proiezione), non si ha la consapevolezza di quanto le prime pulsioni sessuali possano condizionare poi tutta una vita e incidere nei rapporti fra le persone e nel contesto sociale e credo debba essere imputato anche allo stesso ‘mondo’ di ipocrita e becera “visione” politico-ecclesiastica di allora se il ‘valore’ del possesso e della morbosità esasperati, abbiano dilagato nel tempo, influenzando infine e in modo crescente masse di adulti (in particolare maschi) non soltanto nella sfera dei sentimenti e della fisicità. Del resto, i ragazzi (e le ragazze) avevano un modo soltanto per “sfuggire” alle ferree regole comportamentali imposte dal catechismo e dalle famiglie, ossia quello di fare gruppo e ricercare e scoprire nelle pratiche omosessuali il loro piacere, oppure nella solitaria ed esaltante lettura – spesso foriera o prodromo di una successiva generale passione ‘letteraria’ –  di libri “proibiti” (come era appunto considerato “La ragazza di nome Giulio”).

Certo, questa ‘gioventù’ ancora “pulita” e “ingenua” che assaporava senza il minimo senso del “peccato” tali momenti e simili situazioni,  possedeva già in sé il virus di un fenomeno terribile, nefasto per certi aspetti e che avrebbe colpito su vasta scala le successive generazioni: la trasformazione ‘tecnologico-televisiva’ della vita e dell’ambiente, con la relativa mutazione antropologica (consumistica) della maggioranza dei suoi ‘fruitori’ umani; una “epidemia” cresciuta in modo parallelo alle lotte per l’emancipazione e le libertà sessuali e che – attraverso un’abile gestione in/formativa –  ne ha consentito solo in apparenza la loro piena e positiva attuazione (riservandosi sempre una specie di imprinting che ne ha snaturato o condizionato l’espressione, a secondo degli interessi e delle prerogative di Potere, anche legate alla presenza in Italia del Vaticano, ora accresciute con la calcolata e programmata “seduzione” del nuovo Papa).

Allora, insieme alla triste consapevolezza di invecchiare in un Paese così estraneo alla gioia naturale dei sensi, è forse proprio un ‘malinconico’ senso del trascorrere più veloce del tempo che fa riaffiorare forti le emozioni intime esplose dopo la fanciullezza e che ci fanno sentire così solidali con alcune delle ultime parole della protagonista del libro: “Io non fuggo la solitudine, e nemmeno la cerco: essa è presente nel mio modo di essere, di avere vita”; parole ancor di più adatte oggi che “La ragazza di nome Giulio” non c’è più (insieme alla nostra ‘innocenza’).

Giorgio Quaglia


Pubblicato il 13/7/2013 alle 18.22 nella rubrica letteratura.

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