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La voce poetica e la 'testimonianza' libere e intense di Giuliana Murgia ne “ I giardini di Alcatraz”


La conoscenza di Giuliana Murgia è avvenuta per ragioni lavorative in ‘comune’, con un termine che anche in senso letterale indica la stessa professione presso il Municipio di Villadossola e in modo specifico soprattutto la sua biblioteca. So che potrebbe essere un azzardo – forse dettato dai ricordi impregnati di una certa nostalgia – ma se questo suo volume di poesie va considerato il suo personale “Giardino di Alcatraz” (come indica il suggestivo titolo al plurale), la nostra vecchia amicizia e il sodalizio appunto nella professione, che hanno percorso con battagliero spirito critico quasi un ventennio amministrativo, possono ben rappresentare un ideale “rifugio-oasi” contro il degrado politico, ambientale e culturale del nostro paese (e del Paese, in fondo).

Del resto questo aspetto ‘simbolico’ del proprio ruolo di “diversità” e “opposizione” intellettuale e sociale, nonché il senso struggente del ‘declino’ e del trascorrere inesorabile del tempo lo si percepisce un po’ in tutto il libro, nel filo dei ricordi famigliari e nella descrizione dei ‘luoghi’, ma è in particolare nei versi dedicati al padre  – operaio scomparso troppo presto –  che credo sia racchiuso l’alto senso morale e stilistico vero del lavoro di Giuliana, riferito pure alle precedenti pubblicazioni: “La sera,/ nei cortili/ i vecchi narravano/ la guerra di trincea/ masticando tabacco./ Sul tardi,/ con l’aiuto del vino,/ cantavano/ la canzone dei monti./  Allora/ mi prendeva una strana pena,/ quando; dal racconto,/ si spandeva/ il profumo del latte appena munto/ o rotolava/ l’eco di uno strazio antico./  Il silenzio delle sirene/ s’accompagna al vento/ sulle tombe in fiore./  Una scritta sbiadita/ è rimasta in piedi fra le rovine:/ il lavoro rende liberi”.

Il componimento si chiama “La grande industria” e, non a caso, è dedicato anche ‘a Villadossola’ un territorio che ha pagato un terribile prezzo umano e ambientale sull’”altare del lavoro” e una comunità che potrebbe trovare un suo mai ricercato dignitoso riscatto e un motivo di sopravvivenza (come anche Giuseppe Possa allude nella prefazione – che qui segue – a “I giardini di Alcatraz”) nella voce poetica e nella ‘testimonianza’ libere e intense di Giuliana Murgia.

Giorgio Quaglia

 

“I Giardini di Alcatraz” per sopravvivere

Perché scrivere un libro di poesie? Che senso ha, oggi, la poesia, in un mondo popolato da tweet e status di Facebook? Tantissimo, poiché proprio la scrittura in versi, grazie alle sue metafore e al suo linguaggio incisivo, riesce a esprimere, in poche parole, vastissimi concetti, infondendo nel lettore sensazioni forti e, spesso, indelebili. “M’illumino/ d’immenso” scriveva Ungaretti: quale miglior esempio, è proprio il caso di dirlo, di immensa poesia condensata nello spazio giusto di un tweet o di un sms?

Non bisogna quindi concepire la poesia come un qualcosa di vecchio e di stantio, ma, proprio in funzione dell’oggi, bisognerebbe rivalutarne, riconsiderandone in toto, le sue potenzialità narrative.

E il libro “I giardini di Alcatraz” di Giuliana Murgia ne è un fulgido esempio: un vero e proprio percorso, una sorta di “romanzo dei ricordi” dove passato e presente s’intrecciano, in un excursus lirico di primissimo livello, dove l’individualità e le esperienze di vita della poetessa emergono chiaramente, in una sorta di dialogo con il lettore e la divinità. Lettore che entra nella mente di Giuliana, ne compenetra i sentimenti, ne prova, sulla propria pelle, le gioie e i dolori: <<Vorrei diventare la piccola stella che vedi/ nel tuo piccolo cielo notturno,/ quella che i tuoi occhi catturano/ al davanzale della finestra;/ la piccola stella che ti suggerisce/ l’ultimo pensiero d’amore/ l’ultima emozione/ l’ultima preghiera/ prima di addormentarti>>.

Una silloge che si può leggere tutta di un fiato, ma anche da centellinare giorno per giorno, momento per momento; in particolare, per l’animo disincantato della poetessa, colmo di commoventi ricordi e sentimenti, di metafore universali, di immagini raggianti di vita e di speranza, in uno stile letterario concreto e familiare, che mantiene una versificazione sciolta e tradizionale, ma liberata da limitazioni sintattiche e metriche.

Il tutto arricchito dalle tavole di Barbara Visca, illustratrice Borgomanerese d’origine, ma ossolana d’adozione. Cosa accomuna le due donne? Un percorso di crescita costante. Giuliana, nel susseguirsi delle poesie “matura” sempre di più, sino ad arrivare all’epilogo di “Atto di fede e di dolore”; Barbara, invece, cresce nel suo modo di illustrare, dovuto alla maternità. Da uno stile figurativo e realistico si passa a uno più spontaneo, meno rifinito (seppure gli anni di Accademia si sentano chiaramente nello studio della volumetria e della resa paesaggistica e anatomica), ma forse proprio per questo più efficace.

Un libro, questo, che “dipinge”, sia con le parole che con le immagini, i “Giardini di Alcatraz” che ognuno, personalmente, si costruisce per sopravvivere.

Giuseppe Possa


 

Nata e residente in Val d’Ossola, Giuliana Murgia da circa vent’anni collabora con Radio San Francesco di Domodossola come reporter e speaker, nell’ambito informazione, società e cultura.

Ha dato alle stampe “Pause e silenzi per Cesare”, poesie 1976, “Golfo degli arcobaleni”, romanzo 1998 (scritto con Sara Pirosetti) e “Frori de su mirtu”, racconto della raccolta “I pilastri del vento – donne che raccontano donne”, 1999.

Le foto che corredano gli articoli riproducono il disegno di copertina e alcune illustrazioni del volume "I giardini di Alcatraz" ad opera di Barbara Visca. 


Pubblicato il 26/9/2013 alle 11.5 nella rubrica poesie.

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