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“LE DONNE DEL MONDO” DI EVELIN COSTA

Mi capita spesso di incontrare giovani davvero appassionati alla pittura o alla scultura e cerco sempre di incoraggiarli, anche se dentro provo un pizzico di amarezza, perché so che oggi è difficile imporsi in un mondo senza riferimenti certi e imprescindibili, sui quali, invece, potevano contare gli artisti del passato. Non s’intravedono, nell’affrontare simili carriere, né sicurezze economiche né appoggi critici a nuovi talenti e lo scenario che si apre davanti a loro è decisamente angosciante. Infatti, devono sfidare in solitaria questo impegnativo tragitto, non essendo più propensi collezionisti, gallerie o critici a promuovere e investire sulle opere dei giovani. Nel mio piccolo, cerco - se non economicamente, almeno a livello critico - di aiutarli, porgendo loro un giudizio o un consiglio che li aiuti a individuare un personale percorso, così da diventare, in seguito, imprenditori di se stessi e a trovare quegli amanti del bello a cui piacciano anche i lavori di autori sconosciuti, purché validi.

Ho avuto modo di osservare la mostra di Evelin Costa, intitolata “Donne del mondo” - promossa dall’Associazione Asadin al Margaret Cafè di Terrasini (PA) nei mesi di ottobre e novembre del 2013 - e non ho potuto resistere dallo scrivere questo articolo, per incoraggiarla a proseguire, poiché a me pare possieda un realismo che è frutto di abilità manuale e contenuti dettati da un impegno non sempre presente nei pittori che si espongono per la prima volta al pubblico. Come si può notare da alcune immagini qui riprodotte, ella riesce con un’ottima combinazione accademica di dominazione del disegno, delle luci e del colore a dare espressione viva alle figure e ai visi.

Evelin Costa, nata a Palermo nel 1976, dove vive, studi filosofici alle spalle e pittrice autodidatta dedita in particolare alla ritrattistica, si è impegnata negli anni non solo a dipingere, ma si è interessata anche di storia, politica, editoria e ha operato pure nel sociale. Per un lungo periodo ha gestito contemporaneamente un “bed and breakfast” che le ha dato la possibilità di interagire, acquisendone notevole esperienza, con persone provenienti da tutto il mondo. In seguito si è dedicata alla divulgazione delle proprie conoscenze su Palermo e la Sicilia nate da studi, viaggi, incontri, letture approfondite di tradizioni popolari della sua terra, con eventi, incontri o tramite i suoi blog.

Della mostra appena conclusa, “Le donne del mondo”, dice: <<Le donne del mondo stanno diventando sempre più solo numeri per le statistiche: considerate solo se producono o contate quando muoiono senza un volto. Vittime di quello che giornalisticamente è chiamato femminicidio, annegate sotto i nostri mari, violate nei deserti durante i viaggi della speranza, sepolte sotto una fabbrica in Bangladesh, licenziate perché aspettano un figlio, vittime della guerra e del terrorismo>>. Poi prosegue: <<Ma le mie “donne del mondo” sono anche protagoniste della loro vita, malinconiche eppure coraggiose, sono madri o figlie, sanno lottare e sperare, sono capaci di grandi cambiamenti, di perdere e di vincere, di piangere, ma soprattutto di ridere e di ricominciare sempre>>.

Queste sue “donne del mondo” sconosciute - a cui l’autrice sente il dovere di assegnare un nome o un volto, autentico o inventato che sia, per sentirle più vere e vicine - possiedono sguardi misteriosi, affaticati dalla sofferenza, ma con una serietà assorta, un poco malinconica. Tutte paiono inquadrate in un’intonazione scenografica curata, dove le cromie si fondono, generando una vera e propria melodia che alla riproduzione quasi fotografica dei volti riproduce la loro anima attraverso gli occhi. Infatti, vanno al di là della propria azione di comparse sulla scena del mondo, perché l’arte di Evelin Costa li carica di messaggi, li sottrae all’anonimato, trasformandoli in specchi luminosi su cui si riflettono storie, si celano sentimenti oppure si svelano sogni e illusioni. Così arricchite da questa componente emozionale – superata l’indifferenza e riconosciute come parte di un’umanità più vicina di quanto possiamo immaginare, perché come dice l’autrice <<quelle donne sono anch’io, tu, siamo tutti noi>> - esse si accendono ai nostri occhi di una nuova luce, fissata in istantanee intime, intriganti e misteriose, nelle ricercatezze delle inquadrature trovate dalla pittrice.

Prendiamo “Chandrika”, un ritratto di ragazza che sarà stata di certo colta nella sua precisione fisiognomica, ma appare quasi, con quella sua espressione forte, come su un palcoscenico, a interpretare un’azione simbolica: simile ad Atlante, sembra sorreggere non un semplice recipiente, ma il mondo.

Osserviamo, per esempio, “Sara” o “Manisha” con il suo bambino o altre ragazze e fanciulle esotiche: paiono illuminate da un pathos intimo e gestuale, con poche linee marcanti, ma sinuose nell’avvolgere colori caldi, che riportano a riferimenti emozionali di luoghi e personaggi primordiali che nel fruitore si trasformano in sogni.

In conclusione, i dipinti di queste “donne del mondo” sono seducenti perché contengono figure di persone comuni, sconosciute, in cui a volte s’intuisce che la loro esistenza è accartocciata nel silenzio, nella discrezione, chiuse in se stesse, dove non pare, in alcuni casi, filtrare neppure un filo d’aria. Altre ritratte come sospese nel tempo, si presentano con i loro volti a noi ignoti, ma che manifestano gioie e tormenti personali, con un proprio bagaglio interiore e inquieto, apparendo in scene anonime o in momenti di vita quotidiana priva di qualsiasi mitico eroismo.

Giuseppe Possa

Pubblicato il 7/12/2013 alle 22.40 nella rubrica arte.

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