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Il 'gioco' perverso della classe partitica


La sofistica, anche secondo la definizione data da Platone, è l’arte di creare le apparenze; chi la pratica, tentando di imitare la vera saggezza, provoca apparenze che ingannano: con riflessioni senza contenuto concreto e attraverso espressioni retoriche, i sofisti parlano di cose che non esistono, facendole apparire come reali.

Si sarebbe tentati, di fronte al modo in cui i partiti si esprimono e agiscono nel deprimente panorama italiano e alle conseguenze pratiche di tutto ciò (in questi giorni l’ennesimo ricambio di governo), di relegarli con una certa meritata ignominia a tale ‘categoria filosofica’ della quale la maggior parte dei loro dirigenti, ma non meno buona porzione della base elettorale e attivistica, appaiono fedeli adepti.

Senonché, a suffragare gli aspetti peraltro endemici del loro carattere criminoso e corruttivo-corruttibile (oltre a palesi incapacità), ci deve essere qualcosa d’altro, di più sottile, nonché al tempo stesso di più marcato. Forse, in tale analisi, ci può aiutare un acuto e interessante aforisma di Adorno che vale la pena riportare per intero: “L’immoralità della menzogna non consiste nella violazione della sacrosanta verità. Il diritto a quest’ultima spetta meno che mai ad una società che sollecita i suoi membri coatti a parlare con franchezza per poterli poi più facilmente acciuffare. La falsità universale non ha diritto di pretendere la verità particolare, che essa, del resto, perverte subito nel suo opposto. Eppure la menzogna ha qualcosa  di ripugnante, e se la coscienza che ne abbiamo ci è stata inculcata a colpi di frusta, essa dice qualcosa anche sul conto dei carcerieri. L’errore è nella eccessiva sincerità. Chi mente si vergogna, perché, in ogni menzogna, è costretto ad avvertire l’indegnità dell’assetto universale che, mentre lo costringe a mentire se vuol vivere, non cessa di ripetergli di ‘essere sempre leale e sincero’. Questa vergogna toglie ogni forza alle bugie degli individui più sottilmente organizzati. Essi mentono maldestramente, e solo così la menzogna diventa veramente un’immoralità verso l’altro. Essa mostra di considerarlo uno stupido, e serve all’espressione del disprezzo. Tra gli scaltriti pratici di oggi, la menzogna ha perso da tempo la sua onorevole funzione di ingannare intorno a qualcosa di reale. Nessuno crede più a nessuno, tutti sanno il fatto loro. Si mente solo per far capire all’altro che lui non ci importa nulla, che non ne abbiamo bisogno, che ci è indifferente che cosa pensi di noi. La bugia, un tempo strumento liberale di comunicazione, è diventata oggi una tecnica della sfrontatezza, con cui ciascuno spande intorno a sé il gelo di cui ha bisogno per vivere e prosperare”.

Non va allora considerata “tecnica della sfrontatezza” quella usata ad esempio dal segretario del PD Renzi che, affermando con decisione pubblica (quasi risentita) di non voler accettare cariche istituzionali senza il preventivo consenso elettorale, dopo pochi giorni, per essere incaricato come presidente del Consiglio, si presenta dal Capo dello Stato Napolitano (il quale, a suo tempo, con la stessa ‘tecnica’ – dopo aver dichiarato la sua rinuncia a ricandidarsi alla scadenza del mandato quinquennale – ne aveva invece accettato un altro)? Come non giudicare ancora, allo stesso modo, le reiterate asserzioni di ‘innocenza’ (e incolpevolezza) da parte del leader del centro-destra (ma anche di svariati altri rappresentati politici o delle finanza) di fronte non solo a precisi responsi e/o approfondite indagini di carattere giudiziario, ma rispetto ad un implicito e evidente costume delinquenziale (o comunque illegale) connotato alla propria storia e al proprio modo di gestire gli interessi personali (e famigliari)? Se poi simili bugie hanno riferimento a membri di una sola organizzazione - come avvenne per le cento (dimostratesi all’atto pratico ‘false’) dichiarazioni di voto fra gli ‘onorevoli’ del Partito Democratico per il nuovo Presidente della Repubblica -, non siamo forse in presenza della sintesi estrema operata da Nietzsche quando definì l’uomo “animale capace di fare promesse”?  

Esiste però un terzo lato, questo davvero ‘oscuro’, del tratto in cui le menzogne partitiche si manifestano, anzi meglio sarebbe dire "si 'non' manifestano" ed è riferito di nuovo ad una precisa e complessa visione filosofo-psiscologica che un po’ si richiama al primo accenno sulla ‘parvenza’.  Ciò che distingue gli esseri umani dagli animali è anche la loro capacità di fingere, ma non in modo diretto poiché anche alcuni uccelli e mammiferi usano a volte la pratica di confondere i predatori (dandosi per morti); l’uomo si spinge molto più in là perché riesce anche a ‘fingere di fingere’ cioè a ‘mentire nella forma della verità’ (diverso dal precedente ‘mento sapendo di mentire’), come ben sviscerato da Jaques Lacan.

Svariati parlamentari, di fronte al caso prima ricordato di investiture avanzate o accettate senza il presupposto di un avvallo popolare, hanno espresso la loro risentita disapprovazione, non contemplando l’identico presupposto che sta alla base della loro elezione, ossia la nomina a deputati senza aver ricevuto alcun voto di preferenza ma solo una scelta preventiva (neppure dei sostenitori, tranne qualche caso meno distorto ma pur sempre impositivo attraverso votazioni ‘primarie’) dei vertici dei rispettivi partiti fautori delle liste. Non sono quindi, sia un tale atteggiamento, sia il complessivo sistema elettorale – perciò l’insieme delle regole di “democrazia delegata” di cui sono responsabili diretti i medesimi promotori delle norme – a determinare una grande e generale  menzogna nella forma della verità’? Fingono di fingere, nella sostanza fingono di essere ciò che in realtà sono: cattivi legislatori, pessimi ‘democratici’, in-consapevoli ‘bugiardi’.

Un discorso analogo non varrebbe così anche per coloro (ormai non pochi) al cui fulcro propagandistico e operativo dimostrano di avere e usare il così detto ‘populismo’, pur se lo stesso si esalta, valorizza e legittima proprio con il vasto consenso elettorale del Popolo (oggi sarebbe più consono dire ‘massa’ o ‘moltitudine’)? Potrebbe sembrare una contraddizione rispetto alle considerazioni di prima, ma è evidente che la sua ipotetica diretta applicazione (questo è il pensiero latente nei  ‘populisti’, anche di chi chiede il presidenzialismo) comporti la conseguenza di una contrazione delle già precarie e spesso disattese “regole formali di democrazia”, con la conseguenza di aumentare e non diminuire l’arroganza e l’autoritarismo ontologici nell’espressione di qualsiasi potere rappresentativo (gli smaccati,  enormi e finora intoccabili ‘conflitti di interesse’ persistenti nel Paese, a partire da quelli clamorosi nel sistema in-formativo, ne sono una incredibile quanto concreta conferma). E’ solo per inciso, inoltre, che soprattutto in tale ‘campo’ la “demagogia populista” faccia da trade-union (e, come in questi mesi, determini coalizioni) fra compagini e attori di destra e sinistra, con lievi margini di differenza anche su temi delicati quali la migrazione o gli assetti economico-monetari (pure europei).

La lotta politica così diventa una serie di fatti personali tra chi la sa lunga, avendo il diavolo nell’ampolla, e chi è preso in giro dai propri dirigenti e non vuole convincersene per la sua inguaribile buaggine”. Non so se sia più adeguata e calzante, a riassumere l’attualità, questa asserzione scritta da Antonio Gramsci nelle carceri fasciste (prigionia che durò sei anni e determinò la sua morte), oppure l’invettiva di Pier Paolo Pasolini il quale considerava “il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica due cose inconciliabili in Italia”.

Sta di fatto che nessun sentore – oltre la ‘parvenza’ illusoria – lascia intendere il ridimensionamento o la fine della falsità, della finzione e della ‘finzione della finzione’ nel fondamento e nei meccanismi interni al ‘gioco’ perverso della classe ‘partitica’.

Giorgio Quaglia








Le foto che corredano l’articolo riproducono opere del pittore irlandese Francis Bacon



Pubblicato il 15/2/2014 alle 18.10 nella rubrica politica e società.

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