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La staffetta partigiana Renée (Rita Zanotti), per ricordare anche tutte le altre in Val d'Ossola


Prosegue l'appuntamento del nostro blog con il 70esimo anniversario della Repubblica partigiana dell'Ossola. Per questo quarto 'servizio' ci siamo avvalsi delle ormai famose "Copertine di M.me Web" che anche in occasione delle commemorazioni resistenziali (per farle vivere, come noi, in modo diverso non convenzionale e non retorico), 'producono' all'uopo una speciale pubblicazione.

La stessa di alcuni giorni fa contiene infatti il racconto "Iolanda" di Cleide (in calce l'elenco delle sue pubblicazioni), mentre in 'copertina' appare la fotografia della staffetta partigiana operante in Ossola Rita Zanotti "Renée", componente della Brigata Garibaldi.

Così, per ricordare anche tutte le altre 'staffette' che contribuirono in modo determinante alla lotta di Liberazione (di recente è scomparsa Ivana Dell'Olmo "Isa", figura storica del movimento partigiano e comunista a Villadossola), riportiamo a fianco l'immagine di Renèe e di seguito il testo citato che si riferisce a episodi accaduti nella realtà.

                                                            Iolanda   

Infila, infila... caccia su... ché più te ne metti addosso e più ne hanno da mettere.”

Iolanda buttò sul letto un altro paio di pantaloni e un maglione.

Dài che ti aiuto...”

Sono così imbottito che non riesco nemmeno a muovermi” disse Loris, preoccupato.

Va' là che poi ti abitui. Metti anche questi...”

Il ragazzo si era seduto sul letto e Iolanda, spingendo e tirando, cercava di fargli infilare il terzo paio di pantaloni.

Ma sembro uno del circo... guarda – protestò il ragazzo - se mi capita la disgrazia d’incontrare i fascisti lo vedono subito che non sono normale.”

Tu prega di non incontrarli... e poi, quelli lì cercano armi e farina, mica vestiti.”

Nella stanza entrò l’altro fratello. Iolanda lo guardò severa.

Dovevi aspettare ancora un po’... –  disse, gettando un’occhiata alla sveglia che ticchettava sul comodino – non vedi che ore sono?”

Insomma, non posso mica venire in paese in pieno giorno col mitra!”

Potevi fare a meno di portarlo... fra poco c’è il coprifuoco... tu e il tuo mitra... fa presto e vestiti, dài.”

Senza questo qui – disse Luigi, accarezzando l’arma – non vado da nessuna parte. Almeno, se mi prendono, vendo cara la pelle.”

Sbrigati! - incitò Iolanda, indicando un mucchio d' indumenti accatastati sull’altra metà del letto – Dai più stretti ai più larghi, mica fare confusione eh... le calze te le infilo io, ché non mi fa fatica piegarmi.”

Gliene mise quattro paia ciascuno. Loris brontolò:

Ho sempre le scarpe che non mi vanno bene. Quando vado su sono troppo strette e quando torno giù ci ballo dentro.”

Ringrazia il cielo che le hai sane. Quei poveracci lassù devono camminare con le scarpe sfondate, ché due paia per piede mica ve le potete infilare purtroppo...”

Erano pronti. Iolanda guardò ancora l’orologio.

È ora” disse.

Guardò i fratelli. Erano proprio buffi. Non riuscì a trattenersi dal ridere.

Sì, ridi, ridi... guarda qua... se capita che dobbiamo scappare voglio vedere…”

Andiamo” disse Iolanda, abbassando il capo per nascondere il riso che non riusciva a frenare.

Scesero le scale in silenzio, uno dietro l’altro. La mamma aspettava in cucina vicino al camino. Guardò con occhi umidi quei suoi figlioli che tornavano in montagna a combattere.

Be', mamma, noi andiamo” disse Luigi. La donna fece cenno di sì con la testa. Erano buffi così gonfi e imbottiti, ma lei non aveva voglia di ridere.

Li sentiva sfuggire dalle mani come quando erano piccoli e sgusciavano tra i carri in campagna, rischiando ogni volta di farsi travolgere. Allora, quando li riagguantava, erano scapaccioni su quei sederi tondi. Ora non poteva più trattenerli per la maglia. Doveva lasciarli andare perché era giusto quello che stavano facendo. Lasciarli andare e sperare che tornassero fino a che, un giorno, sarebbe finita.

Iolanda le si avvicinò.

Li accompagno per un pezzo di strada, state tranquilla mamma, torno subito.”

Uscirono dalla cucina che era già buio. L’aria era fredda e il cielo cupo.

Va a finire che quest’anno nevica prima del solito - disse Loris, preoccupato – le notti lassù sono sempre più fredde e il fieno non basta per coprirci.”

Domani vado a cercare delle coperte, in qualche modo ve le farò avere.”

Camminavano di ugual passo uno di fianco all’altro. La strada era deserta, ogni luce oscurata. Quando furono fuori dal paese, i fratelli si fermarono.

Adesso torna indietro” disse Luigi a Iolanda.”

Vengo ancora un pezzo...”

No – disse con fermezza il giovane – non va bene che stiamo tutti tre insieme. Se succede qualche cosa, la mamma resta sola con l’Edmea. Torna a casa, dài, ci vediamo la prossima volta.”

Si sfiorarono con la mano senza osare abbracciarsi.

Procura le coperte se ci riesci.”

Sì, sì state tranquilli...”

Rimase in mezzo alla carreggiata a guardarli mentre salivano, con passo un poco incerto per l’imbottitura che si portavano dietro.

Come avrebbe voluto andare con loro! Prese a calci due sassi che le capitarono tra i piedi per sfogare l’avvilimento di non poter fare quello che facevano i ragazzi. Lei doveva accontentarsi di fare la gregaria.

I fratelli non si vedevano più e non si udivano più nemmeno i loro passi.

Girò sui tacchi e se ne tornò verso casa. Aveva un gran magone dentro.

Ancora non lo sapeva, ma per quello che stava facendo, il C.L.N l’avrebbe, alla fine della guerra, nominata “Partigiana Combattente”.

Cleide

L'autrice del racconto "Iolanda" ha pubblicato:

"Nel silenzio di quel giorno giunto alla fine" (1996)

"Camionabile Scutari" (1999)

"Le scarpe degli altri" (2006)

"Una selva di passi" (2007)

"Di' a Fra Dolcin che s'armi" (2012)

cleidebartolotti@gmail.com


Pubblicato il 25/10/2014 alle 18.48 nella rubrica diario.

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