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Ricordo del poeta Roberto Luciano Tàpparo


E’ venuto a mancare, venerdì 25 luglio a Milano, il poeta e amico Roberto Luciano Tàpparo. Era nato nel 1933 a Salassa nel Canavese e si era poi trasferito nel capoluogo lombardo dove aveva insegnato nelle scuole pubbliche. Affermava in un’intervista: <<Sono nato in un momento storico denso di avvenimenti drammatici che mi fece vedere troppo presto le cose del mondo sotto una luce per niente favorevole: la mia famiglia si dissolse in poco tempo e questo dramma ne aperse un altro: il mio “internamento” in istituti di carità... Ho zoppicato per anni dietro sogni, illusioni, fantasticherie, ma senza venire a capo di nulla...>>. Solo gli studi e la scuola lo coinvolgevano e il diploma di magistrale, ottenuto da privatista, gli aprirono la strada della pubblica amministrazione. Affrontò anche l’università, ma preferì lasciarsi attrarre dalla strada per assecondare le sue preferenze alla formazione poetica: nelle sue liriche giovanili, infatti, si respira una passione civile che emerge dalle contrade, per dar voce a una realtà sommersa.  Nella Milano dell’Accademia di Brera e delle vie contigue, Tàpparo conosce artisti, fotografi, poeti e studenti di tendenze diverse. Per coltivare la poesia diceva: <<Ho rinunciato a una carriera remunerativa, preferendo lavorare nella scuola elementare, che mi è stata compagna fino alla pensione>>.

Tra i suoi incontri più decisivi ricordava quello con Albert Camus a Torino e poi quello avvenuto a Domodossola con Gianfranco Contini che fece pubblicare una raccolta di sue poesie da Scheiwiller, “Finché c’è il merlo”, che dedicò proprio al grande filologo ossolano, che “queste pagine degnò di attenzione e che ora se ne vanno più leggere, dopo le sue parole”.

Fu così che venne spesso in Ossola, e trascorreva le sue estati a Prata di Vagna, nel comune di Domodossola. In più occasioni aveva presentato i suoi libri, letto le sue poesie,  proposto artisti validi alla conoscenza del pubblico, anche nella nostra valle: a Domodossola, Villadossola e Varzo. Al teatro Galletti nel 1997 furono il poeta Franco Loi e Mario Turello a parlare del libro di traduzioni da Rimbaud che Tàpparo aveva pubblicato da Ignazio Maria Gallino Editore, con una scrittura visiva di Roberto Sanesi. C’è da mettere in rilievo il difficile percorso che Tàpparo ha intrapreso, per risolvere la spinosa questione “testo originale-traduzione”: in sostanza, egli ha fatto “rivivere” in lingua italiana “pezzi” del mondo del poeta francese, praticamente “riscrivendoli”.

Con le belle illustrazioni della sua compagna di vita, la pittrice ossolana Margherita Cassani, aveva pubblicato i libri “Poesia non è”, “Lampi di Nomi”, “Stelle promesse”, in trecento esemplari numerati e firmati anche dall’artista. Le sue raccolte comprendono anche: “L’eva d’or” (Gallino Editore – 2001); “Strade secondarie”, sonetti pubblicati da Lineadaria nel 2007 (la stessa casa editrice nel 2006 gli aveva già dato alle stampe un volume di prose “Doppio olandese”) e l’ultima “L’altrove della poesia”(Leone&Griffa Edizioni).

la sua poesia è di grande impatto metrico, stilistico e lessicale. Riporto a tale proposito alcuni giudizi: <<C’è come un incessante senso di provocazione in queste poesie di Tàpparo, una specie di invito all’altrui disattenzione e mancanza di memoria: guardare il mondo, guardate quanto di noi si dimentica, e quanto dei luoghi, dei piccoli gesti, delle tante persone incontrate; e ricordatevi di me, del mio passare, del mio corpo che fa ombra, del mio parlare. Ricordo due versi significativi: <<E videro nel cane/ un triste amico”: c’è tutta la solitudine, lo sguardo ansioso e irridente, ma insieme profondamente doloroso, di questo poeta>> (Franco Loi). <<Sistemate in un percorso a ritroso, le poesie che Tàpparo ha scritto non costituiscono uno scarto forte rispetto ai registri consueti. Sempre l’ispirazione procede dall’occasione. Sempre i molti casi che la vita offre si stringono in un incanto sghembo, in una sorta di grazia ironica e divertita, ridente e irridente... in un gioco di accorta dissimulazione prosastica e musicale, spesso maliziosa (soprattutto evidente nelle rime a distanza, nei “chiasmi estremi”, nella sprezzatura di certe aferesi come “sto mondo” o “sto pane”, di certe espressionismi e piccoli shock lessicali, di metafore ardite come il sole-maiale...>> (Giovanni Tesio). <<Lampi di parole accendono i versi; di quei lampi, di quelle epifanie improvvise (il volto della madre, il dolore causato dalla vita in collegio, gli anni di Brera, un vecchio cane lupo, un pezzo di infinito scoperto in una “tela bianca”) è fatta la poesia di Luciano Tàpparo: un “andare trasognato” senza voltarsi indietro>> (Anna De Simone).

Per concludere, Luciano, uomo schietto, colto e di sagace ironia, non amava le platee; profondo conoscitore del Pascoli e di Ungaretti,  viveva appartato, defilato, nonostante fosse apprezzato da letterati e artisti di fama [Basti ricordare che su La Repubblica del 26 luglio 1991, Gianni Brera rispondendo a un lettore che lo rimproverava di essere un freddo calcolatore, perché non aveva mai scritto un articolo sulla musica, scriveva: <<...sto leggendo bellissimi versi di R.B. Tàpparo (“Finchè c’è il merlo”) e mi appasiono a letture che mi escludono tassativamente dal novero dei calcolatori...>>]. A Luciano Tàpparo piaceva stare con gli amici intimi, amava il suo “andare trasognato”, guardando il cielo e seguendo le stelle come se passassero gli angeli. Apprezzava la bellezza dell’esistere, quasi estasiato nei giovanili incantamenti. Sul Corriere della Sera del 20.11.2001 apparve ben in risalto, come testo esemplare, una sua poesia: <<Amare la tettoia/ quand’è sola,/ inutile, senz’ombra,/ o piove e tira vento/ e la notte è profonda.// Amarla per quel niente/ che cova, disperata,/ paziente, finché l’alba/ rinnova/ il suo fremito a onde, che è verde>>.

Giuseppe Possa






Poesia non è...

... l’inverno quando tutto è brullo

e per converso l’anima s’accende.

Non è l’autunno che riposa blando

coi suoi colori trepidi di giallo.

Non è l’estate che calcina i muri

né la stagione fiorita di luce.

Non ci sono pasque, feste d’ognisanti

né pareti (quattro) in cui rinchiudersi.

Il calabrone sbatte contro i vetri

come il poeta, per trovare un varco.

Poesia non è dire di sé soltanto

né contemplare il mondo da lontano.

Poesia è scendere tra i rovi come il merlo,

rompere gli indugi, farsi sotto,

cogliere le briciole che il tempo ha lasciato

lungo le strade, per arrivare dove

un paese c’è che fa di nome “Altrove”.

(Roberto Luciano Tàpparo)

Pubblicato il 3/8/2015 alle 6.8 nella rubrica miscellanea.

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