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Adriana Pedicini: “Il fiume di Eraclito” Ed. Mnàmon – Milano, 2015 – pg. 95

<<Istantanee di vita/ a fermare il tempo,/ amore della vita/ che lenta scivola nel rimpianto,/ timore della morte/ e nessun rimedio per fermarla./ Crogiuolo di mille domande/ sulle ali di una farfalla>>. Questo è l’esordio della raccolta “Il fiume di Eraclito” di Adriana Pedicini (edito in e-book e in cartaceo da Mnàmon diretta a Milano da Gilberto Salvi; con presentazione di Nazario Pardini e alcune belle e  diversificate illustrazioni  di Anna Perrone), e in esso è racchiuso tutto il fervore e l’eco di uno spirito indomito, l’aspro e docile desiderio di una poetessa che si ripiega sulla propria esistenza per farne scaturire ancora un fuoco, nonostante che: <<Tutte son morte le foglie/ e la vita è un desiderio/ strozzato nel cuore>>. L’atmosfera che domina è di profonda inquietudine e di angoscia, in questo nostro soffrire universale, ma non di sconfitta umana ed esistenziale, come emerge da quei versi di mistero spirituale (<<vola il pensiero/ all’Infinito>>) che fuoriesce dalle pagine e plasma le riflessioni: <<Dall’incendio della vita salgono al cielo nero/ rosse scintille in volteggio di sangue e nel pulviscolo/ di ceneri una nebulosa fugge sulle ali dell’anima/ verso il tempio senza tempo/ universo triplice di Luce>>.

La lirica di Adriana, pur partendo da sentimenti intimistici, si fa universale, perché <<nella vile sventura che attanaglia>> è di tutti l’impotenza, come ella scrive nella prefazione, “di squarciare il velo della non-conoscenza”. E in questa impossibilità, l’aspetto interessante delle sue liriche è proprio il modo originale e icastico, in cui viene espresso il dolore personale e quello di tutti. Soprattutto là  dove traspare, come un filo conduttore della sua poetica (ripreso anche nel titolo), “il tempo che passa” inesorabile, col suo “fuggevole battito”, il suo “impietoso ritmo”, a cui nessuno può sottrarsi in questo continuo divenire: <<Un giorno trascina l’altro e sono tanti/ inutile dividerli in ieri oggi domani./ Il fiume va sempre al mare/ dal cielo sempre la stessa pioggia,/ sempre uguale./ Passano nell’aere le nuvole del tempo./ Il nastro rosa celeste della vita/ s’intreccia al nero viola della morte>>.

Sicuramente la poetessa parte dal suo mondo esistenziale, che attraverso un personale accadimento biografico “segni fatali di sorte” (in cui <<A brace spenta/ bruciano/ le mani del sogno/ caldo in cuore>>), comunica al lettore un’esperienza di vita vissuta, una pietas cosmica, un interrogarsi continuo sul mistero “avvolto nell’ombra”, nel quale siamo sommersi nella lenta e inesorabile morte. Se poi la malattia te la segna in anticipo, il vuoto sembra impadronirsi della tua esistenza: <<Sempre una pena/ questo morir lento/ troppo alto prezzo/ da pagare sul verde altare/ della vita a primavera>>. A questo punto, non si trova più un significato, una meta da raggiungere; la realtà diventa grigia e le ombre sempre più fitte; l’animo (<<Grava sugli occhi l’affanno/ degli anni sepolti/ per sempre/ al futuro>>) si fa angoscia, che resta in silenzio, seppure “greve di malinconia”, soltanto di fronte al divino. Ma lo stesso animo <<ha doppio respiro/ se rimane il vigore/ dal sogno aurorale/ del domani>>, se viene sconfitto il “male oscuro” che fa tornare la speranza in “quest’effimera vita”, conservando <<sulle labbra/ e in ogni fibra/ della fresca estasi/ il brio>>.

La condizione dell’uomo, che potrebbe assaporare le  gioie quotidiane, è quello di essere posto a dura prova dalle delusioni, dai dilemmi del “tempo senza tempo” che fugge e dal concetto irrisolvibile di morte.

Ma in definitiva, “sotto le spesse coltri del dolore”, <<Si aprono praterie/ alla vita, l’anima si abbevera/ di sorsi di speranza>>. Ed è appunto con la fiducia “al rifiorire della vita”, che Adriana Pedicini ci lascia il suo messaggio finale: << e tra le pietre spunteranno/ bianchi fiori simulacri di speranza/ alla certezza sottile dell’Amore>>.

Giuseppe Possa










Adriana Pedicini vive a Benevento. Già docente di lettere classiche nei Licei e referente di teatro classico, scrive da tempo. Ha recentemente pubblicato una silloge di racconti: “I luoghi della memoria” e un volume di poesie “Noemàtia”. Ha conseguito premi con opere edite e inedite in vari concorsi nazionali e internazionali. E’ presente con poesie e racconti su varie Antologie, anche on-line. Collabora a giornali, riviste, blog e siti letterari. La sua poesia trae origine dalla profonda sensibilità con cui avverte la meraviglia e il pathos dell’esistenza, cogliendo le infinite occasioni di commozione e riflessione, di sgomento e di ricerca e interpretandole con un sottile scavo interiore da cui si diparte il flusso della parola perchè diventi comunicazione di fratellanza e di Amore. Nel 2013 ha dato alle stampe la raccolta di poesie “Sazia di luce” con la mia prefazione che si può leggere anche sul blog di PQlaScintilla

http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2013/09/15/adriana_pedicini_sazia_di_luce.html

Pubblicato il 30/8/2015 alle 14.21 nella rubrica recensioni.

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