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Regia e recitazioni esemplari 'plasmano' l'opera di Orwell: il “Campo Teatrale la Fabbrica“ di Nicol Quaglia riempie ancora il teatro di Villadossola con una speciale, grotowskiana, “Fattoria degli animali”


        Chi fra il pubblico, che sabato 18 novembre 2017 gremiva gli spalti della Fabbrica di Villadossola, aveva assistito al precedente “Alice nel paese delle meraviglie”, ha dovuto dimenticarsi presto delle fantasmagoriche scene ammirate lo scorso anno e lasciarsi invece coinvolgere con tutti gli altri spettatori in un impatto scenografico pressoché immutato dall'inizio alla fine, che – nella sua essenzialità e rigore formali – ha creato e mantenuto una sottile e penetrante emozione visiva a supporto e complemento di tutte le due ore e mezzo filate dello spettacolo.

Quale “Fattoria degli animali” però si poteva mai immaginare e poteva mai essere quella, riproposta con lunghi tubi chiari in cartone, avvicinati fra loro in cinque gruppi a costituire dei piccoli recinti? La descrizione nel libro di George Orwell, da cui era tratto lo spettacolo curato dal “Campo Teatrale la Fabbrica”, ha ben poco a che vedere con un simile scarno e 'pulito' allestimento e forse –  di primo acchito –  la scelta avrebbe potuto apparire una anacronistica forzatura, se non una stonatura nella trasposizione teatrale  di un classico della letteratura (pur se, di versioni, a livello mondiale se ne contano poche unità e il testo ne fosse rispettato nella sostanza).

Due fattori hanno comunque scongiurato una simile incongruente percezione, modificando ma non deludendo le grandi aspettative della vigilia. Il primo fa capo in modo diretto alla regia e all'impronta innovativa e originale (sorretta da un background che lei mette anche al servizio della 'scuola' avviata qualche anno fa alla Fabbrica) a cui ci sta abituando la giovane Nicol Quaglia la quale, come sostiene qualcuno, ha la capacità di 'mescolare le carte', disorientando lo spettatore attento, ma al tempo stesso accompagnandolo in una visione chiarificatrice (e perciò perturbante) dell'opera o del materiale preso in considerazione...prassi usata ad esempio nella rivisitazione di alcune leggende ossolane e in specie nel recente dramma “Antonia la strega”.

Del resto, come ben evidenzia il filosofo Slavoj Žižek (nel suo “Che cos'è l'immaginario”) –   citando la posizione del critico letterario Pau de Man – , “...l'interpretazione è concepita come un violento atto di sfiguramento del testo interpretato; paradossalmente, questo sfiguramento si suppone divenga più affine alla 'verità' dello stesso testo di quanto sia la sua contestualizzazione storica”.

Così, nel caso in questione, la fisicità della “Fattoria” pensata e descritta da Orwell, sul palcoscenico tocca quasi il suo punto di 'annullamento', ma assume in modo contemporaneo e in senso hegeliano il suo significato etico contrapposto di massima 'potenza' e visibilità, anche allegorica (trattandosi per giunta di strette e alte “gabbie”), in fondo ciò che era proprio lo scopo precipuo del grande scrittore inglese.

Il secondo fattore, è legato invece soprattutto a un evidente rimando complessivo alla concezione elaborata e promossa dal regista polacco Jerzy Grotowski (1933-1999), il quale basava il suo “Teatro povero” quasi in modo esclusivo sul ruolo degli attori – chiamati a lunghi e rigorosi esercizi fisici – nonchè del loro rapporto con il pubblico, utilizzando nell'insieme il minimo di materiale scenico.

Ne sanno qualcosa al proposito i componenti del “Campo Teatrale la Fabbrica” (CTF) impegnati per svariati mesi in un 'regime di allenamento' estenuante e puntiglioso (quello che per Grotowski era il momento fondamentale più dello spettacolo stesso) che tuttavia in una sera e di fronte a più di seicento persone si è trasformato in uno splendido esempio collettivo di recitazione-interpretazione superlativa.

Quindi, nessun cambio di scena, nessun 'mascheramento' eccessivo e troppo identificativo (nonostante la maestria dei costumi di Corinne Bedone) con le bestie antropomorfe impegnate nell'organizzare la rivolta rivoluzionaria contro l'oppressione e le vessazioni del 'padrone' sig. Jones. Solo le voci/versi a evocarle e, incredibili nella loro caratterizzazione e nel sincronismo trasformista, le smorfie e i movimenti dei corpi (ben diciassette, anche se parevano a volte di più), capaci di “illustrare”–   appunto con supporti tecnico/simbolici minimalisti (il mulino del 'progresso tecnologico' costruito e poi distrutto, il fuoco purificatore, i vestiti dello status quo padronale) – le vicende, la trama e il loro evolversi: la presa di potere dei 'maiali' (con alla testa l'aguzzino “Napoleone”, dittatore di ieri, di oggi e di domani, con i suoi fedeli mastini di infausta allusione nazista) e il loro successivo 'tradimento' della causa attraverso un accordo-simbiosi con gli (ex) odiati umani.

Certo, il suggestivo uso calibrato e soft delle luci di Violeta Arista e una musica armoniosa  ma scevra da accenti epici e melodrammatici (composta per l'occasione e in parte suonata dal vivo da Lucia Puricelli, Daniele Avenoso e Davide Galli), hanno fatto la loro buona parte nel rendere impeccabile, alto e professionale il “confezionamento” di questa nuova produzione del CTF; ma, come detto, l'involucro tecnico (compresa la bella scenografia di Giulia Archimede), ha avuto soltanto il proposito... non di meno riuscito al top ...di esaltare la performance di un gruppo di interpreti davvero bravi, tanto da rendere quasi palpabile, con l'incalzare della storia, la loro osmosi animale.

D'altronde, la conferma di ciò e del fatto che il risultato finale non avrebbe potuto essere di qualità inferiore, la si è avuta anche dopo la chiusura del sipario e i tanti calorosi applausi tributati, visitando la corposa mostra di bozzetti e attrezzature e visionando parte del documentario filmico (a cura dei video maker torinesi di “elvira”: Beatrice Surano, Morena Terranova e Dunya Lavecchia) realizzati a illustrazione di tutto il lungo e faticoso lavoro preparatorio.

Infine, un aspetto da non sottovalutare, considerato il modo tragico, angosciante e inesorabile con cui in questa epoca 'televisiva' e mass mediatica ne vengono impregnate le esistenze. Pur trattando i temi universali della giustizia, della libertà, della moralità, che nel 1947 erano sottointesi alla contrapposizione dell'autore con l'Unione Sovietica governata da Stalin e – attualizzandoli – a quello delle nefandezze di una politica trasformista, insieme alle ingannevoli illusioni-lusinghe della fede religiosa al suo servizio (riassunte nella figura del corvo 'Mosè'), nessun richiamo esplicito alla violenza si è manifestato nel corso della rappresentazione, neppure nel 'quadro' della cruenta battaglia per riavere la proprietà da parte dei fattori; a prevalere soltanto un sottofondo di forte protesta e dignità di riscatto (anche a favore del mondo animale) che – nelle 'confessioni' umane seguite dalle esecuzioni a morte e nell'urlo finale di tutti contro l'oppressore...assenti nel romanzo di Orwell – hanno trovato il loro vertice emotivo.

Con essi, forse, “La Fattoria” di Nicol Quaglia (che sarà replicata a febbraio 2018, in base alle richieste...prevedibili) ha rimandato allo spirito teatrale di Bertold Brecht e, perchè no, a quello del compianto Luca Ronconi presso la cui prestigiosa scuola al Piccolo di Milano l'artista ossolana si era diplomata attrice una decina di anni fa.

 La Red azione



I DICIASSETTE INTERPRETI DE "LA FATTORIA DEGLI ANIMALI"


Daniela Bonacini, Sabrina Borsotti, Roberto Bortone, Roberto Cassone, Ludovica Clerici, Violetta Cottini, Daniela Del Sale, Martina Forni, Elena Nunziatini, Lucia Pesce, Maristella Pozzi, Daniele Semolini, Anna Toscano, Elisa Vanni, Tiziana Zaccaria, Antonella Deregibus


COLLABORAZIONE ALLA REGIA

Mila Quaglia

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LE ISCRIZIONI ALLA SCUOLA DI RECITAZIONE DEL "CAMPO TEATRALE LA FABBRICA" SONO APERTE
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3335213857

Pubblicato il 2/12/2017 alle 20.5 nella rubrica arte.

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