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Salvo Iacopino: “Frastorni” (Pegasus Edition)

La raccolta di 38 poesie è suddivisa in più sezioni. Il tono delle liriche, d’estremoCopertina FRASTORNI - Salvo Iacopino rigore stilistico, che a tratti potrebbe apparire rassegnatamente pessimistico, vuole essere di semplice e consapevole realismo. L’autore, nato a Palizzi (RC) nel 1965, si è laureato all’Università Statale di Milano (110 e lode), discutendo la tesi di tanatologia “La morte e il morire nella civiltà tecnologica”, cui ha fatto seguito il conseguimento del Master in Comunicazione e Giornalismo multimediale. Da sempre attivo nel mondo delle Associazioni di volontariato, attualmente opera e vive, con la moglie e la giovane figlia, a Domodossola (VB), dove è impegnato anche nell’attività politico-amministrativa.

Leopardi in visita all’officina delle Muse notò stupito che tra gli strumenti del mestiere non ci fosse più la “lima”, che riteneva importante per il miglioramento di ogni opera letteraria, la cui stesura deve essere “lavorata” e riletta più volte prima della pubblicazione. Limare, soprattutto in poesia, non significa perfezionismo maniacale, ma ricercare una semplicità che generi esiti di notevole efficacia, così da esprimere al meglio, nella forma e nel ritmo, tutto ciò che si vuole comunicare, creando quelle sfumature musicali e di pensiero che sappiano emozionare orecchie e menti raffinate.

In un periodo come l’attuale, in cui i testi dati alle stampe, di ogni singolo autore, si susseguono con un ritmo frenetico, perché i tempi per disporli, comporli e scriverli sono stretti, Salvo Iacopino, al contrario, ha trattenuto nei cassetti fino ad oggi le sue liriche, affinandole e “limandole”, appunto. Ora (l’occasione gli è stata offerta dalla "Pegasus Edition" di Cattolica, quale vincitore del premio letterarario internazionale "Golden Selection 2018) le pubblica, perché ha ritenuto che ogni parola è stata piegata e modellata secondo un suo personale canone di efficacia, di sonorità e bellezza: <<parole a volte aguzze come lame>>. Intimamente legato alla tradizione, per lui non conta solo scrivere sotto ispirazione, ma anche operare con sforzo ostinato per scostare il superfluo e far apparire la poesia nella sua lucentezza.

I versi di Iacopino, in un andamento pacato, sono stati resi con una forma classica sciolta, con strofe cadenzate, ora in endecasillabi ora in settenari o quinari, ma anche con altri ritmi, con accenti nella giusta metrica, alternando rime, assonanze e rime interne, con echi o sinuose partiture musicali, lessicali, concettuali: <<Non cerco plausi o fiori pei miei versi,/ ma se ne vuoi godere,/ disponiti con calma e attenzione!>> e subito dopo: <<…Accorda la tua lira alle parole/ e ascoltale danzare>>, per concludere: <<Codesto solo mi lusingherà:/ saperti per un lampo prigioniero>>. Così catturato da questo scorrevole “incipit”, ho iniziato la lettura, scoprendo quasi subito che l’ansia di comunicare dell’autore fa corpo con quella cocente per il destino dell’uomo e raggiunge il culmine del suo canto in riflessioni di natura filosofico-esistenziale.

Il suo vissuto interiore, colmo di phatos, è da lui manifestato con espressioni semantiche e linguistiche appropriate ai contenuti che descrivono o a cui si riferiscono. Iacopino, però, non scrive in modo ermetico, anche se un certo mistero (come aiacopnnota: <<mistero che m’avvolge e m’appartiene>>) lo conserva. Tuttavia, il suo pensiero si fa apprezzare da tutti per la chiarezza riflessiva e per la genuinità del discorso in una raggiunta e piena maturità stilistica. Ne sortiscono immagini immerse nello spirito e nel cuore del poeta, le quali, simili a <<la foglia frantumata e inaridita>> che <<dà linfa e nutrimento a nuova vita>>, rievocano ricordi, “sbiadite impronte”, desideri e sogni, alimentati dalla propria coscienza riflessa nel fondale magico della sua poesia intimista (si legga a proposito la stupenda composizione - anche come predisposizione grafica - “I ricordi”).

In Salvo Iacopino c’è pure forte il richiamo della natura, dell’ambiente, visti in tono distaccato, un poco malinconico: <<Se chiudo gli occhi…/ in mezzo all’erta vigna mi ritrovo:/ arde l’aria, vacilla quel vapore…>>. Qui, il tempo si annulla in un mondo di silenzio, nell’atmosfera dei suoi pensieri giovanili (<<al tempo che lo sguardo era incorrotto>>) e dei “desideri inquieti” custoditi nella memoria (<<Ridatemi quel primo mio stupore>>). Ora che è lontano da quei cieli, colori, fiori, uccelli <<ripiega, muto l’albero agitato/ dal rapido sferzare di tempesta,/ risuonano avvizzite sul selciato,/ le foglie secche ch’ogni piè calpesta>>. E i versi si fanno azione all’interno del tempo “in catene” o che fugge nel susseguirsi di sensazioni ed eventi passati. Il poeta, quindi, vorrebbe prendere la “quota”, alla ricerca di una traccia, una linea che riporti a galla il proprio cuore, il proprio spirito, tra emozioni e sentimenti: sono essi ad accendere l’aspirazione per un futuro migliore.

Non meraviglia che le sue liriche, in una civiltà che polverizza gli esseri umani con la potenza tecnologica, parlino di inquietudini e ricordi annidati nella memoria, nelle tradizioni (<<Ma un dì che della vita il fuoco ardente/ si spegnerà pian piano dentro al petto/ lo spirito del corpo mio morente/ rincaserà a quel tempo con diletto>>). Si tratta, però, di un cantare il passato per meglio isolare l’ideologia del presente, senza retorica o romanticismi, ma con una piccola forza cosciente, non disposta a transigere, né ad adattarsi alla fatica del vivere moderno: <<Mi par così di Tantalo il supplizio/ lo stento d’ogni uomo a farsi sazio>>.

Nel prosieguo della lettura, ci sono anche le preoccupanti paure che oggi colpiscono tutti, la solitudine, il raffinato vagheggiamento dell’amore (<<Come vorrei bagnarmi in questo mare!>>) che lui non coglie con uno sguardo di sentimentalismo romantico, ma nella sua forza prorompente (<<che insieme ci allontana e ci trattiene>>), con la luna a vegliare sui mutevoli sentimenti degli innamorati: <<di qua felicità, di là tormento>>. Poi c’è la vita con la sua caducità (<<come un soffio di frescura che non dura>>), la morte (di fronte ad essa come ci appare l’esistenza?), il destino ineluttabile: <<eppure io conosco di Eraclito la legge,/ l’eterno divenire che tutto sforma e strugge;/ di certo io so bene che il tempo corre, fugge:/ candela che consuma nel battere di un’ala!>>. E ancora, Il dolore (<<il circolare moto del dolore>>), il silenzio, il pessimismo che finisce per trasformarsi in un semplice e consapevole realismo, la speranza di una vita spensierata: <<E quando arrivi su agli eterni ghiacci,/ lega il tuo dolore con dei lacci,/ nel rivo che discende,/ dissotterra i tuoi tesori, e quindi…/ vivi, gioisci e ridi>>.

Dall’angoscia e dallo smarrimento, il poeta trova, infine, <<la felicità che viene/ nascendo con il sole>> ed è allietato dalla freschezza di una figlia arrivata come un raggio di luce dal lontano oriente. Una lirica inserita in un alone familiare, che si rivela come presenza universale, sebbene con caratteristiche, per movenze e toni, tipiche di un lirismo intimistico.

A questi spunti, altri ne troveranno i lettori, poiché ogni lettura è una delle tante possibili vite di un libro… così la mia, la quale vuole essere soprattutto uno stimolo e un invito ad assaporare in profondità le liriche di Salvo Iacopino.

Giuseppe Possa

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G. Possa e S. Iacopino

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Pubblicato il 22/6/2018 alle 11.50 nella rubrica letteratura.

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