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Pietro Giovanni Pilone: “Novelle Vigezzine” (edito da “Il Rosso e il Blu” di S. Maria Maggiore)


Il libro "Novelle vigezzine", edito da “Il Rosso e il Blu” di Santa Maria Maggiore (VB), è scritto dal dottor Pietro Giovanni Pilone, per cinquant'anni medico condotto di Malesco e della bassa Vigezzo, “tra inverni bianchi di neve ed estati profumate di boschi”. Chi meglio del medico di famiglia sa leggere i dolori, le sofferenze, le gioie e le speranze dell'animo umano? In questo agile volume di 183 pagine, lo scrittore di origine novarese rivisita ambienti, situazioni e soprattutto tanti cari amici. Un libro allegro, con striature sagge e un po' nostalgiche, che l’autore dedica soprattutto ai suoi mutuati, di cui sono i protagonisti. Da leggere tutto d'un fiato.

Pietro Giovanni Pilone, oggi ottantasettenne, è stato per quarant’anni medico di Malesco e dintorni, in Valle Vigezzo, dove tuttora vive. Nato nelle ubertose risaie della Bassa Novarese, si trasferì lassù tra le montagne nei primi anni Sessanta, per svolgere la sua professione medica. Come lui stesso confida, fu un impianto felice fin dal primo impatto e assimilò ben presto gli usi e i costumi locali, circondandosi pure di una copiosa cerchia di amici: “da cui fui contagiato al punto che, tornando saltuariamente nel paese natale, soffersi l’onta di sentirmi apostrofare col nome di montanaro”.

Ha già pubblicato alcuni romanzi e testi vari (“Fiore non colto”, “Mistero in val Luana”, “Eresia e santità”, “Le sottili presenze”, “Tutto il resto è niente”, “Assiomi e aforismi”). E’ autore anche di sillogi poetiche (“Tempo mortale”, “Quando il cielo è nemico”, “Sogni di pietra” e “La luna sull’aia”), dove vi si trova un continuo fluire di emozioni e sentimenti, dentro i quali si può assaporare tutta le sensibilità lirica di Pilone, romanticamente intento a rievocare il mondo rurale in cui trascorse l’infanzia, ma anche le montagne, in cui, svolse poi il servizio di medico condotto. I suoi versi si sviluppano, però, anche in altre dimensioni, da cui sgorgano motivi intensi e vitali, delle cose e della nostra stessa vita, ricordando pure chi se n’è andato.

E’ ora fresco di stampa (edito da “Il rosso e il Blu” di S. Maria Maggiore, con in copertina un dipinto di Siro Polini) questo libro, “Novelle Vigezzine”, 33 racconti che muovono da spunti autobiografici e in cui si narrano episodi ispirati da vicende dei suoi pazienti o da ricordi di amici, persone e fatti  che hanno stimolato il medico a metterli sulla carta, oppure da avventure in cui è incorso lui stesso negli anni. Il tutto scritto in una prosa avvincente e sempre nel candore della poesia, pure quando la narrazione incorpora avvenimenti e personaggi, dentro gli spessori umani dei propri stati d’animo, descritti a freddo nei tuffi della memoria di un passato vissuto.  Così “Il gallo della Filomena”, “il fagiano del Romualdo” e “le uova della Felicetta” sono avvincenti sequenze di sentimenti, ma pure di “costi e ricavi”, con cui la penna feconda dell’autore tiene desti i lettori a ragionamenti e calcoli arzigogolati di singolari mentalità che aprono e chiudono conti, lasciando a volte i protagonisti incavolati, altre volte falliti, o curati dalla “calcolosi”, che ha fatto fruttare qualche pacchetto regalo “per il dottore”.

Pilone osserva l’ordinario del quotidiano nel quale è emersa la sua vita, scoprendo nelle confidenze dello studio medico o nelle chiacchiere delle osterie le storie degli abitanti che hanno il ritmo e il gusto degli aneddoti, con protagonisti a lui legati, per professione, per amicizia o semplicemente per conoscenza.

E quindi troviamo personaggi descritti con efficace immediatezza espressiva: “Il Giacinto”, l’amico coltivatore, titolare del più piccolo consorzio agrario della provincia o, meglio, del mondo; “Il Guerin” che si offriva di mescolare la polenta, per una durata ben precisa legata al consumo di due bottiglioni di vino; “Il Nino”, paziente, che all’autore faceva i complimenti per il suo “vinello”, ma che non mancava di dirgli, nelle interminabili discussioni: “tu sarai un bravo medico, ma di politica non capisci nulla”; il “Federico” col suo “fungone” di un chilo e otto etti, che per troppo egoismo se lo trovò invaso da una miriade di vermi; “Il Grillo” che con la sua bicicletta si recava ogni giorno in edicola ad acquistare i giornali; “Il Rico” che, come al solito, dopo una bella “piomba" era caduto dal ciglio della strada, ai tempi in cui non c’era ancora il 118 e si chiamava il medico del paese… che poi magari rischiava una denuncia o una minaccia! E ancora, “L’Evaristo” con le sue lettere natalizie piene di strafalcioni o “Il Tat” che si era costruito in anticipo la cassa da morto in cui volentieri si “esibiva”, ma anche tanti altri raccontati con godibilissima e sfrenata, qualche volta stravagante, aggiunta di fantasia.

Non mancano spassose storie che si alternano come in un lungo e unico racconto di vicissitudini della piccola vallata in cui vive l’autore, il quale attraverso la scrittura ne ha descritto l’aspetto più autentico. Ecco allora storie simpatiche, come quelle degli “Arretrati” (in cui ha modo di sbeffeggiare i propri colleghi, magari dai nomi sonanti), o di “Un procuratore per nemico” o de “L’ospitalità selettiva” e via via fino all’ultimo capitolo quello dei “Compagni di merenda”. Si ha così un florilegio di avvincenti testimonianze del passato, messe in risalto da un mondo a cultura orale; vicende che devono essere scritte se si vuole lasciarne testimonianza.

C’è poi un tratto peculiare del suo modo di narrare: l’ironia che ne spiega il lato più delizioso, più leggero, più “affettuoso”, fatta penetrare negli avvenimenti senza irriverenza, ma con molta benevolenza. Non manca neppure l’autoironia più o meno dissacrante e una ben dosata citazione di motti celebri, proverbi, frasi latine o in inglese, che come il sale insaporiscono le narrazioni (accenno solo a un paio di titoli: “Tabula rasa”, “Tu say or not to say – dirlo o non dirlo”).  

Chi ritiene la lettura come godimento  e felice attimo di estraniazione dai problemi quotidiani ricorra con piacere a questo libro di Pietro Giovanni Pilone, in cui il racconto è piano e il lettore avanza con piacere lungo le pagine, attratto da episodi davvero godibili, anche perché sovente rischiarati da un amore tanto profondo quanto mite per la natura e i suoi paesaggi di montagna, colta anche in diversi mutamenti stagionali e sempre con tratti di fresca poesia.

Un recente incontro con l'autore
Durante un recente incontro, Pietro Giovanni Pilone mi spiegava che iniziò a 15 anni ad affidare i suoi versi alla carta, ma già prima canticchiava le sue rime. In seguito si appassionò al sonetto che poi raccolse in un volumetto, a cui seguirono gli altri libri sopra accennati. Ma in epoca recente ha radunato tutte le sue liriche in ordine cronologico e le ha rilegate in un’unica corposa pubblicazione. A partire dalle prime imitazioni classiche, ai tempi del ginnasio e del liceo, con rime e metrica, ancora prima che le studiasse su un manuale. Allora pensava, mi confida: <<che non potesse sussistere composizione poetica, se non strutturata nei ritmi e negli schemi codificati dalla nostra tradizione letteraria, ellenistico-romana, che consideravo irraggiungibile alla stregua degli autori neoclassici propugnatori della teoria dell’insuperabilità degli antichi>>. Ho scoperto, in quell’occasione, che Pilone ha anche scritto centinaia di canzoni e li ha musicate, divenendo nel tempo un compositore melodista, nonché paroliere. Ma da dove gli derivava anche questa passione? È lui stesso a confessarlo: <<Mio padre era il capo cantore del paese natale, faceva parte dell’orchestra locale e suonava il clarinetto, sassofono e mandolino napoletano>>. Ma quando il padre ebbe sentore dell’infatuazione musicale del figlio e temendo che tale distrazione nuocesse, ma lasciamo la parola a lui: <<alla mia attività di studente mediocre al ginnasio, mi fece una lunga predica, sostenendo che tutti i musicologi e musicanti, tranne Verdi, Wagner, Bach e qualcun altro, erano vissuti e morti di fame e che pertanto non avrei dovuto coltivare quella affezione neanche come amatore…>>. In seguito, fu, però, sollecitato a proseguire da amici compositori, che suonavano in un’orchestra e che gli inviavano i loro brani musicali perché ne creasse il testo letterario. Lo convinsero pure a iscriversi alla SIAE, prima come paroliere e poi, previo esame, come compositore melodista. Le vicissitudini della vita, purtroppo, lo hanno in seguito tenuto lontano da questa sua passione, ma appena arrivato in pensione <<Pensai>> dice, <<di riunire in un unico volume le canzonette di tutta una vita… Si tratta di circa 200 composizioni, musica e parole, che mi hanno accompagnato, divertito ed angosciato nel corso dell’esistenza, semplici abbozzi o brani completi che ho sempre sognato di sentire eseguiti e che mi sono dovuto accontentare solo di vederli rappresentati sul palcoscenico della mia fervida immaginazione>>. Alcune di queste composizioni sono dedicate alla Valle Vigezzo e meriterebbero di essere utilizzate nelle diverse manifestazioni che la caratterizzano, in particolare quella dedicata agli spazzacamini.

Giuseppe Possa

Pubblicato il 19/6/2020 alle 10.52 nella rubrica letteratura.

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