Blog: http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it

L’ultima fatica letteraria di Rocco Cento: “Vietato morire” (Romanzo edito da Mnàmon di Milano)


roccocento

DOMODOSSOLA – Rocco Cento, da giovane fu anche assessore alla cultura di Domodossola, città dov’è nato nel 1954. Dall’inizio degli anni Ottanta al Duemila, aveva già dato alle stampe tre raccolte di poesie e due libri di prosa. Ora, a distanza di tanti anni, molti dei quali trascorsi in Francia, la Casa Editrice Mnàmon di Milano gli pubblica, in cartaceo e in e-book, un romanzo, “Vietato morire”, pregnante e doloroso, sebbene l’ironia serpeggi tra le storie che racconta, che s’intersecano e che lasciano chiari sottintesi anche alla nostra storia locale. Lo ha scritto negli ultimi cinque anni, in un linguaggio scorrevole, ma articolato nella sua complessità narrativa, di tono futurista, con elaborati e riferimenti di spessore intellettuale.

È la storia di un’insegnante che vive la condizione assurda, di chi pensa a una vita immortale, eterna, ma possibile solo sotto altre forme. Nel frattempo, appartiene a una comunità in cui è perseguitato, maltrattato dai suoi studenti, che lo accusano di pedofilia. In uno scontro con uno di loro, quest’ultimo vilmente colpito, cade accidentalmente da una finestra; portato in ospedale, muore. In obitorio ritorna in vita, nudo, poiché proprio in quel momento esce un’ordinanza che fa divieto di morire, “Vietato morire”, appunto.

Perché questo titolo? chiedo a Cento: <<Amo i paradossi. Interpreto la vita in questo confine e orizzonte. Ho ribaltato le paure umane, con un divieto, attribuito da un’ordinanza sindacale, che impedisse la morte ai viventi. Anche per le difficoltà che la salute pubblica incontra: troppo cara. Quindi, il sindaco, esasperato, ne fa divieto. Se morire è vietato, le cure, gli ospedali divengono inutili. Particolarmente nelle periferie, nelle piccole province. Una bella economia se non muore più alcuno, nemmeno gli animali. Niente “coronavirus”, niente Big Farma, nemmeno pompe funebri, un disastro colossale per l’umanità, una noia “mortale”, insostenibile>>.

fronte_vietato-morire_rocco-cento

Una sfida audace? <<Non credo, in letteratura tutto è possibile, benché la realtà superi di gran lunga arte e fantasia umane. Ho creato un paradosso estremo, tentando di starci dentro, anche nel linguaggio>>.

Quindi? <<Posso dire, per concludere, che l’ambientazione è ossolana, domese. C’è la città, dentro, il carnevale, l’ospedale, la follia di tutti noi, la quotidianità, la scuola, i suoi problemi, i rapporti umani, lo spiritualismo, la religione, lo spiritismo, anche estremo, l’esperienza di premorte, da me effettivamente provata>>.

Prima mi accennavi ai tuoi autori di riferimento, che dicevi, per l’italiano, fossero Gadda e Pizzuto: approfondendo, potresti meglio precisare? <<Beh, Gadda non ha certo bisogno di prove ulteriori, possiede una letteratura critica sconfinata, a lui giustamente riservata. Diverso, il discorso su Antonio Pizzuto, pure per me importante, decisivo. Non a caso la monumentale opera critica del professor Gianfranco Contini, nel terzo e ultimo volume, si conclude con questi due autori. Dei due, Pizzuto è l’ultimo, la chiusura, la pietra tombale. Ho sempre trovato ciò per nulla casuale, dato lo spessore del critico letterario, di Gianfranco Contini. Basti pensare che il professor Contini, preoccupato del mancato riscontro della critica militante, verso Pizzuto, della totale assenza di riconoscimenti, di premi letterari, se ne inventò uno, pensato per Pizzuto. “Ferro di cavallo”, assegnato da Agnese De Donato, titolare dell’omonima galleria d’arte. La giuria era composta di sole donne. Era il 27 gennaio del 1967>>.

Bene, ma come ti riferisci tu a questo pilastro della letteratura italiana? <<Giuseppe, il confronto mi spaventa, mi turba, è immeritato, lo dico senza ipocrisia. Di Pizzuto, narratore, critico, avanguardia, futurista, per la definizione che ne dà lo stesso Contini, il discorso diverrebbe interminabile. La sua prosa è una scintilla di bellezza pura, un diamante rarissimo. Lui stesso affermava di sé che nei suoi scritti era impossibile trovare ripetizioni, neppure più di un “sul”, di un “del”. Tanto per rendere l’idea. Poi la distinzione che lui stesso fa tra “narrare” e “raccontare”, la completa soppressione, esclusione, del passato remoto. In un siciliano, incredibile, anche solo per questo. Basti ricordare che i verbali di Pizzuto, ancora vicequestore a Trento, ricordava Contini, erano tra le letture elette di De Gasperi, per l’altissima qualità di quel suo coltissimo linguaggio, passando poi per Bolzano, da questore, e infine ad Arezzo, dove nel 1949 finirà la sua carriera>>.

E tu? <<Con simili “ascendenti” mi sono sempre sottoposto a una scrittura sorvegliata, alta, illogica, come paradossali sono i temi, le antinomie nei quali si sviluppa la mia lingua, la mia scrittura, il mio pensiero>>.

Per concludere, Rocco: approfondisci maggiormente, perché è “Vietato Morire? <<C’è uno iato, una discontinuità incolmabile, tra ciò che è reale e ciò che è razionale. Hegel non ha affatto ragione, come la più parte dei filosofi sistematici. Io ho voluto parlare di questo. Ho posto un paradosso, che in breve si può esprimere con l’immortalità, l’eternità in “vita”, l’ho esplorato, vietando la morte, mettendola nell’angolo, sconfitta, per scoprire, com’era ovvio, la necessità della vita carnale, corporale, il dolore liberatorio, la ragione delle religioni positive, la profondità, il paradosso stesso, della consuetudine, della tradizione, della vita, la giustezza, l’estrema necessità della morte. Ho avuto esperienze di premorte, fortuna e sfortuna allo stesso tempo, sfortuna, direi, più che fortuna, poiché segnano, scrivono il destino, modificano, intervengono in modo sostanziale nello svolgimento della vita di un essere umano>>.

Giuseppe Possa

Pubblicato il 19/7/2020 alle 11.23 nella rubrica letteratura.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web