Blog: http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it

GIORGIO DA VALEGGIA E IL SUO CICLO DEGLI “HOMETTI”

Nella  crisi pandemica, che stiamo attraversando con grandi paure e disagi, ci pare di riconoscerci negli “Hometti”, attuali più che mai, dell’artista ossolano. Lui, però, ce li proponeva già trent’anni fa, con visionaria “luminosità”.

Lo so che non c’è bisogno di ciò che scrivo e che un mio “silenzio” sarebbe senz’altro più salutare e benefico di un testo che non aiuta a risolvere alcun problema. Ma è più forte di me proporre artisti non noti, che, per imperscrutabili leggi di mercato, non hanno quel pieno riconoscimento e diffusione che spetterebbe loro di diritto, anche perché a volte sono più validi di quelli famosi che vendono le opere a suon di milioni! Gli artisti che conosco e di cui m’interesso, possono anche essere sconosciuti al pubblico, però, con i loro quadri, sovente pongono domande inquietanti, ci fanno pensare e riflettere. Magari molto prima che “qualcosa” accada: proprio, come ora con una crisi senza precedenti: dei valori, economico-finanziaria e pandemica con distanziamento sociale.

A tale proposito, Giorgio da Valeggia trent’anni fa dipingeva i suoi “Hometti”, secondo me il più originale ed eloquente dei suoi cicli, terrificante e angosciante nella sua visione apocalittica, rappresentativo e riassuntivo delle innumerevoli decadenze delle civiltà, sia sotto l’aspetto contenutistico che espressivo. Negli Hometti, creature mostrificate, l’autore ha rappresentato simboliche larve umane, zombi che si presentano come immagini speculari dell’uomo contemporaneo, il quale privato dei valori, dei risultati conseguiti e delle certezze del passato, si trova smarrito e pauroso in una nuova torturata e contraddittoria dimensione sociale. In questi esseri zoo-antropomorfi, che sembrano lo specchio in cui vediamo riflessi i nostri fallimenti e le nostre delusioni, già allora, si potevano riconoscere le contraddizioni, i dubbi, le ribellioni, le crisi dell’uomo moderno e il limite della società capitalista. 

Giorgio da Valeggia, con taglio espressionista ci calava (e ancora di più ci cala in questo anno pandemico) nella palude di una società gelida e oppressiva, popolata di uomini-lombrico, per farci prendere coscienza della precarietà dell’esistenza e dei suoi progressi tecnologici e sociali, diritti questi ultimi, che per durare, devono essere “riconquistati” ogni giorno. Ma in pochi, forse allora, ne compresero la portata, non solo visionaria, ma anche artistica. Eppure, oggi, si ha la sensazione di muoverci nei suoi quadri e di provare le sue stesse emozioni.

Mitica è ormai l’esposizione di questi lavori nella mostra del 1994, nella frazione Valeggia di Montescheno, nella provincia del Verbano Cusio Ossola. Fu in quell’occasione che ne mediò il nome d’arte, com’è raccontato nel libro “La Barca della Provvidenza” che l’autore ha pubblicato per i quaderni di “ControCorrente” (e che consiglio di leggere, chiedendolo a

).

Ma altrettanto mitica è ormai la mostra itinerante nelle frazioni di Bognanco (VB) dell’estate del 2008, in cui, a partire dalla frazione S. Martino, completamente disabitata e abbandonata da decenni, ma ripulita per quella manifestazione, si riproponevano, quindici anni dopo, quelle stesse opere. Da non dimenticare , inoltre, la storica e scenografica antologica, Quinto Stato”, del 2015 alla Fabbrica Morino di Vogogna.

Giuseppe Possa

 

 

 

 

 

 



(Giuseppe Possa e Giorgio da Valeggia)

<<La pittura per me rappresenta la vita, è un’esigenza interiore per meglio comprendere il mio essere al mondo. Con essa esprimo le mie emozioni, i miei sentimenti, lasciandomi guidare dalle intuizioni interiori, dalla fantasia, dall’ispirazione del momento. La pittura è per me la via d’uscita dalle ansie, dalle paure, dalle preoccupazioni, perché rappresentandole riesco ad esternarle e quindi mi sento più sereno, più felice, più vivo>> (Giorgio da Valeggia)

<<Giorgio da Valeggia, uomo schivo e artista non "compromesso" dalle mode del tempo, ha dedicato con tenacia la sua esistenza – come ha scritto Laura Savaglio - al continuo, costante studio della psiche umana per riportare su tela i risultati di questa indagine. Egli non può (ed egli stesso non vuole) essere etichettato in una corrente pittorica, ma le sue tele, espressioni a cavallo tra l'onirico ed il surreale hanno hanno fatto sì che il critico Giuseppe Possa definisse la sua arte "psicopittura">> (Laura Savaglio)

Link di “PQlaScintilla” per approfondire la conoscenza del pittore Giorgio da Valeggia

http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2010/02/17/lettura_di_alcuni_quadri_di_gi.html

http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2009/04/07/la_mia_ombra_ed_io_sul_cammino.html

http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2010/03/23/giorgio_da_valeggia_la_barca_d.html

http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2011/06/16/larte_in_val_bognanco_con_gior.html

http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2015/04/28/quinto_stato_mostra_antologica.html

https://pqlascintilla.wordpress.com/2018/10/31/andromia-il-nuovo-romanzo-di-giorgio-da-valeggia/

https://pqlascintilla.wordpress.com/2016/06/18/il-lungo-filo-rosso-di-giorgio-da-valeggia/

(G. Possa G. Quaglia e G. da Valeggia)


Pubblicato il 26/12/2020 alle 17.47 nella rubrica arte.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web